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Il ritorno del commissario Soneri. Intervista a Valerio Varesi

Il ritorno del commissario Soneri. Intervista a Valerio VaresiGli invisibili è il quindicesimo appuntamento con il commissario Soneri, il tanto amato personaggio di Valerio Varesi, che questa volta indaga le sorti di un cadavere privo di identità.

Uscito per Mondadori, è un piacevole intreccio di intrattenimento e sottili riflessioni sul mondo, sui suoi paradossi, sui suoi limiti, ma anche sulle sue macchinose burocrazie, sul senso etico, sull’importanza dell’identità.

Il fiume, il Po, tre anni addietro ha restituito il corpo di un uomo. Un cadavere mai reclamato, un uomo in una cella frigorifera all’obitorio, senza alcuna giustizia o storia. La pianura padana, il Po, non è un ambiente facile da interrogare, anzi le sue nebbie rischiano di avvolgere la memoria e rimescolare gli indizi. Soneri però non si lascia intimidire.

Il ritmo è piacevole e calzante, solletica la curiosità di scoprire di più, colmare i possibili vuoti, qualora Soneri lo si incontrasse ora per la prima volta.

In occasione dell’uscita del romanzo, Valerio Varesi ha raccontato alcuni dettagli che si celano dietro la stesura de Gli invisibili.

 

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Quindicesimo appuntamento con Soneri: come è nata l’idea di questo nuovo capitolo?

Tendo a partire da notizie che mi colpiscono, quindi dai fatti di cronaca. Anche in questo caso è stato così, si trattava di un individuo ripescato nel Po e rimasto in una cella frigorifera per tre anni. In seguito, era stato sepolto senza un nome. La notizia, in verità, era un trafiletto uscito su un giornale locale, ma nella mia mente era diventata come una pastiglia effervescente. Ho iniziato a riflettere sulla condizione dell’invisibilità, quell’uomo era quasi un detrito. Ed è la condizione di molte delle morti del Mediterraneo e di altrettanti che vivono ai margini della società, privi di voce. La ricchezza, in fondo, è di pochi, mentre la povertà è di molti, i più dei quali, appunto, invisibili.

A Soneri, quindi, viene richiesto di chiudere un caso di burocrazia. Chi se ne frega di chi sia: seppelliamolo e basta. Soneri però possiede un senso etico ben sviluppato e non può accettare che la morte di un uomo, l’identità di un essere vivente venga ridotta a una questione puramente burocratica.

Oltre alla notizia del cadavere restituito dal Po, mi sono imbattuto anche in un’altra notizia, sempre di cronaca. Accadeva a Bologna e si trattava di un caso di eredità. Un patrimonio enorme lasciato alla curia. Ne è seguito un grande scandalo perché c’erano diversi cugini che reclamavano un diritto sul patrimonio. Anche questo caso di cronaca è diventato uno spunto su cui riflettere per inserirlo nella vicenda de Gli invisibili.

Il ritorno del commissario Soneri. Intervista a Valerio Varesi

Il commissario Soneri è un personaggio in costante evoluzione, come lo ritrovano i lettori durante questa nuova avventura?

In realtà, ogni libro è a sé stante, anche se Soneri, in effetti, si racconta, quindi non è un personaggio statico, come Maigret, per esempio, che resta sempre uguale. Ne Gli invisibili lo si ritrova nel pieno della mezza età, arrabbiato con il mondo che, secondo il suo punto di vista, peggiora. Lo si ritrova anche alle prese con il rapporto con Angela, uno spirito critico che, quando lui tende a lievitare con il pensiero, lo riporta con i piedi per terra.

Ovviamente, rispetto al primo episodio, che risale al 1998, oggi il commissario Soneri è un personaggio più definito.

 

Chi sono gli invisibili di cui parla il romanzo?

Sono coloro senza un ruolo sociale che conti. Può essere un giovane che vive da sbandato, per esempio. In genere, sono quei soggetti in cui si coglie il disagio della civiltà. Ed è una condizione che appartiene ai giovani che si ritrovano con poche prospettive per il futuro e l’ascensione sociale bloccata. In uguale misura, è una condizione che appartiene anche agli anziani vissuti come pesi, come fardelli da trascinare. Gli invisibili, inoltre, sono i lavoratori sottopagati, che lottano per la sopravvivenza.

Gli invisibili sono quelli di cui parlano i Gillet Gialli che acquistano una carica simbolica straordinaria, specie in questo darwinismo sociale che rende il mondo sempre meno garantistico.

 

Che cosa spinge Soneri a indagare sulla morte di questo uomo privo di identità, invece di limitarsi a chiudere il caso così come gli viene richiesto dal questore?

È un impulso etico alla base della decisione di Soneri. Di fronte al cadavere senza nome e alla prospettiva di seppellirlo con una semplice sigla, il commissario ha un rifiuto. Gli sembra assurdo; è il suo modo per ribellarsi al mondo e alla burocrazia che si rivela cinica. È indignato e, infatti, si prende ferie per sfuggire ai tentacoli della burocrazia. È solo così che può svincolarsi dalle procedure diventando una sorta di investigatore privato. In questo modo, i suoi doveri sono solo morali.

 

Oltre ai personaggi, per così dire tradizionali, ce n’è un altro, più insolito. La nebbia…

È vero, il paesaggio è come un personaggio. Tra l’altro, è tipico della narrativa noir che l’atmosfera rispecchi lo stato d’animo.

Poi, la nebbia assume anche diversi significati, si presta molto bene nel caso del misero del cadavere senza nome. La nebbia agevola la nascita di uno stato d’animo che stimola il dubbio.

E poi, la nebbia rende gli uomini creativi. Quando non vedi, devi immaginare. Infatti, quelli che hanno vissuto nella nebbia sono dei visionari. Guareschi, Soldati, Ariosto, Pederiali. Ma anche Ligabue, il pittore, un visionario pure lui. La nebbia quindi è utile all’arte.

Il ritorno del commissario Soneri. Intervista a Valerio Varesi

Un punto centrale del romanzo è l’identità. Non ho potuto fare a meno di riflettere sul concetto, specie di questi tempi…

Diciamo che esistono diversi livelli di identità. Quella indagata da Soneri è relativa alla dignità di un uomo. Questa accezione si distingue dall’identità politica, collettiva, che emerge e crea conflitti soprattutto in contesti di crisi culturale ed economica. Per esempio, i nazionalismi e i sovranismi nascono dalla difficoltà di ritrovare nel proprio nucleo una strada che porti al futuro. L’idea, per esempio, di un’Europa che per settantacinque anni ci ha garantito la pace, o una non conflittualità, è sfumata sulla base della crisi economica che ha messo in dubbio questo tipo di convivenza e di apporto. Nei periodi di crisi e di regressione economica si tende a rintanarsi nella propria identità e a vedere nell’altro la causa della propria povertà.

Per esempio, gli italiani sono rancorosi gli uni con gli altri, parlano ancora di fascismo, ma questo succede perché non c’è giustizia sociale e allora si pensa che sia l’altro ad averti impoverito.

Oggi diciamo che stiamo vivendo una crisi economica, ma in verità siamo in mezzo a una crisi culturale. La politica nasce dalla cultura, dal nostro pensare il mondo, e questa cultura si è sbriciolata. La cultura, prima responsabile di armonizzare la nostra società, è stata rimpiazzata dall’economia la quale ha cambiato antropologicamente il nostro modo di vedere la realtà, noi oggi guardiamo tutto sotto il profilo economico. E in quest’ottica, come diceva Morandi, uno su mille ce la fa, gli altri arrivano a farsi la guerra.

 

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Come scrive? Ha un luogo preciso, rituali, una parte del giorno che preferisce?

Il mestiere mi porta via tempo. Sono sempre in viaggio tra Parma e Bologna, quindi ho una scrittura di tipo frammentario. Non ho un posto preciso ma considero che la scrittura richieda un approccio metodico, bisogna timbrare il cartellino. Se abbandoni un romanzo difficilmente riesci a riprenderlo. Per la storia, invece, spesso so cosa voglio raccontare, magari ho in mente una certa idea, un fatto di cronaca, per cui so il filone che voglio tenere ma gli elementi che compongono il percorso possono cambiare durante l’atto della scrittura.


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Per la prima foto, copyright: Jakub Kriz su Unsplash.

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