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Il regno della “Fedeltà” di Marco Missiroli

Il regno della “Fedeltà” di Marco MissiroliUn lettore sa che i déjà-vu (pardon déjà-lu) è merce comune in un romanzo, gli scrittori sono prima di tutto dei lettori, ne va della qualità delle loro storie, è quindi normale che in esse il lettore più onnivoro ritrovi situazioni e dinamiche già incontrate. Il valore del romanzo sta nel “come” queste storie verranno narrate, da quale punto di vista e con che stile.

Questa regola non trova un’eccezione del romanzo di Marco Missiroli Fedeltà, edito a febbraio da Einaudi. Sebbene supportato da un interessante incipit corale, grazie al quale il lettore sorvola, come un drone di cui non ha il controllo, alcune delle storie e gli interrogativi in cui l’autore lo farà entrare nel corso della narrazione secondo una struttura da lui blindata, la trama scivola rapidamente in una serie di dinamiche marito-moglie-amante che abbiamo incontrato decine di volte nella nostra storia di lettori.

 

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Non ci sono sorprese in questo romanzo, colpi di scena, ribaltamenti di caratteri e personaggi. Mi piace pensare che sia una scelta meditata dell’autore, forse per uscire dall’effetto wow del suo precedente lavoro. Atti osceni in un luogo privato (edito da Feltrinelli nel 2015) è stato il romanzo della consacrazione per Marco Missiroli, che ha visto, in pochi mesi, il protagonista (Libero Marsell) diventare l’icona nazionale del libertinaggio, capace di risvegliare la coscienza e insieme la domanda erotica di una nazione. Tutti aspettavano il romanzo successivo, candidato a vincere il premio Strega ancora prima della sua uscita, per capire se Missiroli sarebbe diventato il sogno di ogni editore: uno scrittore seriale di best seller.

Il regno della “Fedeltà” di Marco Missiroli

Ai lettori l’ardua sentenza, certamente l’autore di Fedeltà è stato coraggioso, scegliendo di non ripetersi e imboccando la via di un romanzo che non ha un vero protagonista, ma che non per questo definirei corale. Le storie di Margherita, suo marito Carlo, la sua amante Sofia, l’amante di Margherita (Davide), i genitori dei due coniugi Pentecoste, e le innumerevoli comparse (cane lottatore compreso), sono solo dei comprimari. La vera protagonista è quella del titolo: la fedeltà.

Il regno della “Fedeltà” di Marco Missiroli

Tutti sembrano in attesa che si materializzi, come il corifeo di turno delle tragedie greche, per spiegare ai personaggi di Missiroli cosa devono fare, immobilizzati dal garbuglio di pensieri che l’autore ha messo loro in testa. Ma mentre in altri romanzi che mettono in dubbio il concetto stesso di fedeltà e la sua interpretazione (penso ad esempio a Il fosso di Herman Koch) è uno dei personaggi a interrogarsi sui confini labili di questo principio, nella storia messa in scena da Missiroli, il dubbio (su stessi e sugli altri) sembra essere una malattia che i personaggi si passano con la stessa naturalezza cinematografica con cui l’autore gestisce i cambi di punto di vista durante la narrazione. Abilità questa che rimane invidiabile e da imitare in un autore che continua a distinguersi per padronanza linguistica e stilistica, capace di dosare, in questo romanzo quasi di censurare, le parole, per garantire al dubbio la pervasività che merita.

 

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È proprio tale unanimità della caratterizzazione a rappresentare il punto debole del romanzo. Il lettore si chiede se sia possibile che Carlo e Margherita siano erosi dallo stesso tarlo nello stesso momento, tarlo che poi tocca Anna (la madre di Margherita) e Davide (l’oggetto del desiderio di Margherita), senza risparmiare Sofia (amante di Carlo). La fedeltà diventa il fondale nero della scena di questo romanzo dove tutti sono costretti a restare, fondale che a volte viene appesantito dal punto di vista dell’autore che prevale su quello dei personaggi, lasciando la fastidiosa sensazione al lettore di dover essere indottrinato dall’autore.


Per la prima foto, copyright: Ali Yahya su Unsplash.

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