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“Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sánchez

Il profumo delle foglie di limone, Clara SanchezE se gli angeli non esistevano, se il bene assoluto non esisteva, potevo affermare con certezza che esisteva il male assoluto.” (Julian)

 

In apparenza, il romanzo di Clara Sánchez potrebbe sembrare solo il racconto della ricerca interiore di Sandra, una giovane donna dalla vita non facile e, per di più, incinta di un uomo che non ama; in realtà, questo libro è un viaggio in un passato che ha segnato la storia in modo indelebile.
Una mattina, a seguito di un malore, Sandra, la protagonista del romanzo, viene soccorsa da una coppia di amabili vecchietti norvegesi, Fredrik e Karin Christensen, con i quali instaura subito una profonda amicizia.
Ma le apparenze ingannano: Sandra viene contattata da Julian, un anziano reduce da una terribile esperienza di reclusione nel campo di Mauthausen, il quale le svela che i due norvegesi dall’aria innocente sono due pericolosi nazisti, ancora membri di una Confraternita.
Sandra non vorrebbe crederci ma il tarlo del dubbio si insinua in lei e, così, inizia a notare comportamenti sospetti.

Lo stesso Julian nasconde una storia non facile: dopo essere stato vittima della follia nazista, ha tentato di rifarsi una vita, si è sposato, ha avuto una figlia e ha costruito una famiglia, ma non ha mai trovato la pace: non è riuscito a dimenticare i soprusi subiti e ha sempre desiderato vendicarsi.
Per tutta la vita ha segretamente seguito le tracce dei responsabili dei campi di concentramento, anche nel tentativo di sfuggire al senso di colpa che sembra comune a quasi tutti i sopravvissuti dei campi di concentramento: “Perché sono vivo? Perché io ce l’ho fatta e gli altri no?”.
Essere rimasto in vita diventa una colpa, un peso sulla coscienza e, per molti, il suicidio è sembrato l’unica via d’uscita.

 

Fredrik, Karin e i loro amici sono stati i carnefici che hanno rovinato la vita di uomini e donne come Julian. Sono convinti di non aver fatto nulla di male, anzi ritengono di aver adempiuto a un dovere superiore e di aver operato per un fine nobile.
Julian e Sandra vengono scoperti dalla Confraternita nazista e i norvegesi cercano di convincere la ragazza a farne parte, perché ormai conosce troppi segreti e il suo bambino sarebbe sangue fresco per loro, dato che ormai la maggior parte dei membri è rappresentata da persone anziane e un bambino da educare secondo i loro princìpi sarebbe utile per mantenere viva la Confraternita e per renderla più numerosa.
Il lettore, così come Sandra, si sente trasportato in un mondo lontano di cui spesso si sente parlare ma di cui, in realtà, non si sa mai abbastanza, forse perché è una follia talmente terribile da non sembrare possibile: il male per eccellenza che, però, esercita sempre un potere di fascinazione sugli uomini. La stessa Clara Sánchez sottolinea che con il suo romanzo vuole riflettere sul fatto che spesso sono i “cattivi” ad avere la meglio poiché l’animo umano è attratto più dal male che dal bene.
Attraverso le parole di Julian, il lettore assiste inerme a riti nazisti, punizioni, torture e barbarie subìte da uomini che, come lui, non avevano nessuna colpa.
Erano uomini, donne, bambini innocenti; erano padri, madri, figli che meritavano di vivere; erano giovani a cui ogni speranza è stata stroncata; erano bambini che non hanno mai visto il loro futuro.
Arbeit macht frei”, cioè “il lavoro rende liberi”, era la scritta beffarda che attendeva i prigionieri; entrando nel campo di concentramento perdevano tutto, persino il nome.
Diventavano numeri.
Numeri, indifesi spettatori della propria morte, che giorno dopo giorno assistevano alla loro fine.

È giusto parlare di questa follia che ha distrutto la vita di molti uomini innocenti; è necessario tramandare per non dimenticare.
Nel 2010, ho avuto la possibilità di visitare il campo di Sachsenhausen ed è stata un’esperienza toccante: calpestare la terra sulla quale si è posato il sangue sgorgato da vittime innocenti, vedere fiori dove prima cadevano corpi è sicuramente un momento che non si scorda facilmente.
La cosa che colpisce di più i visitatori è il silenzio, quei “sovrumani silenzi” come avrebbe detto Leopardi, che fanno pensare che quel luogo è stato lo scenario di atrocità inimmaginabili.
È importante per i giovani, che spesso ignorano questo agghiacciante passato, visitare questi luoghi della memoria durante viaggi-pellegrinaggi perché possono fungere da monito affinché una tragedia simile non si ripeta più.

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