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“Il principio del male”, incontro con Stefano Tura

“Il principio del male”, incontro con Stefano TuraStefano Tura, giornalista e autore di thriller, torna nelle librerie con Il principio del male (Piemme, 2016), in cui ritroviamo alcuni dei personaggi già protagonisti dei suoi romanzi precedenti. Anche questa volta, infatti, la vicenda si svolge tra l’Inghilterra, dove Tura vive da alcuni anni come inviato della RAI, e Bologna, sua città natale.

Il romanzo si apre direttamente sulla scena di un crimine orrendo: nella cittadina di Ipswich, qualcuno è entrato nella casa di Marco e Anna, giovane coppia italiana trasferitasi per lavoro in Inghilterra da poche settimane, ha ucciso brutalmente la ragazza e lasciato quasi in fin di vita il compagno, ma dopo mesi di indagini la polizia inglese lascia il caso insoluto.

Un anno dopo, però, nuovi e violenti omicidi scuotono la zona. Peter Mc Bride, detective dai modi poco ortodossi, fatica a mettere insieme gli indizi e a trovare collegamenti tra i vari delitti, ed è solo dopo aver chiesto l’aiuto del suo vecchio amico italiano, l’ispettore Gerace, che una verità sconvolgente e imprevedibile verrà finalmente a galla.

Stefano Tura ha risposto alle nostre domande prima dell’ultima presentazione milanese del romanzo presso la libreria “Il mio libro”.

 

Lei ha iniziato la carriera come giornalista in cronaca nera: quanto hanno influito la sua formazione giornalistica e il suo approccio alla cronaca nera in quella veste nel trattarla oggi come soggetto dei suoi romanzi?

I miei libri non sono completamente inventati, nel senso che traggono tutti spunto da fatti veri, reali, avvenuti più o meno di recente ma dove comunque la cronaca ha un ruolo di base.

Ho fatto il cronista di nera e di giudiziaria quando ho iniziato a lavorare nei giornali locali, prima al «Resto del Carlino» e poi nella redazione bolognese di «Repubblica», perché lì ci si occupava soprattutto di cronaca. In quegli anni, tra l’altro, a Bologna abbiamo vissuto un periodo piuttosto intenso perché era l’epoca della celebre “banda della Uno bianca”. Questo mi ha influenzato molto: se osservate i miei personaggi, i poliziotti non sono mai eroi senza macchia e senza paura, ma hanno sempre nel loro passato delle ombre, proprio perché ho conosciuto parecchi poliziotti cattivi oltre a quelli buoni.

Passare a lavorare alla RAI mi ha permesso di osservare altre realtà, come inviato nelle zone di guerra. Ad esempio, ho seguito la guerra del Kossovo, e da lì vengono i due personaggi serbi che si trovano nel romanzo.

La cronaca è fondamentale per scrivere i miei gialli: non credo che riuscirei a inventare di sana pianta una storia priva di un minimo riferimento al mondo reale. Anche in Il principio del male si parla di fatti veri, a partire dal delitto di Ipswich che apre la storia.

Quanto al personaggio politico razzista e xenofobo, che ha un ruolo nel romanzo, mi sono ispirato a Nigel Farage, il leader del partito indipendentista.

“Il principio del male”, incontro con Stefano Tura

Come mai, avendo lavorato molto come inviato di guerra, ha scelto di scrivere dei thriller anziché dei reportage sugli eventi a cui ha assistito?

Ho scritto nel 2002 Le caramelle di Super Osama (Fazi) che non è propriamente un saggio, ma un diario della mia esperienza in Afghanistan. Era la prima volta che andavo in quelle zone a seguire un conflitto, e nei servizi che realizzavo per la tv spesso non avevo abbastanza spazio per raccontare tutto quello che vedevo. Un po’ per scaricare l’adrenalina, un po’ per desiderio di approfondire, mi sono messo a scrivere tutto quello che vedevo e facevo.

Non ho però la presunzione di essere un politologo, sono un cronista e avrei potuto fare comunque dei reportage più che raccontare la situazione di un Paese. Nel 1999 sono stato in Kossovo, mentre dal 2001 al 2004 ho seguito le guerre in Afghanistan e Iraq, con qualche incursione in Africa: ma mai abbastanza, secondo me, per scrivere qualcosa di diverso dai reportage che realizzavo già per la televisione, e non mi sembrava giusto fare un libro commerciale, perché la guerra è una cosa troppo seria. Secondo me, non c’è il tempo per approfondire, anche perché in quei luoghi le situazioni cambiano in fretta da un mese all’altro.

Si dovrebbe poter restare più a lungo in un Paese per studiarlo a fondo.

 

I suoi romanzi presentano sempre delle trame complesse, in cui ci sono almeno due storie parallele che s’intrecciano. Questa scelta è stata consapevole o è nata per caso?

È una scelta consapevole. Prima di scrivere un romanzo mi pongo il fine di creare delle storie credibili, ovviamente, e poi avvincenti, con una trama che tenga il lettore sempre sulle spine e mantenga la voglia di andare avanti. E poi che abbiano una struttura a più piani, con capitoli brevi: penso che questa sia una delle chiavi per rendere un libro più leggibile.

Personalmente faccio più fatica a leggere un romanzo con capitoli molto lunghi sempre sulla stessa situazione.

 

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Mi piace la complessità delle due situazioni, con personaggi diversi che però, alla fine, hanno sempre dei punti di contatto, sia pure nella loro distanza, che possono essere di tipo caratteriale o altro. Questo mi dà anche la possibilità di costruire più finali, perché nel mio modo di vedere è fondamentale mantenere fino all’ultima pagina una sorpresa per il lettore. Può esserci un colpo di scena durante la narrazione, ma la sorpresa finale dev’essere a chiusura di una storia. Se ho una storia sola mi è difficile infilarci dentro più sorprese, ma avendo più storie posso chiuderle una dopo l’altra, oppure scegliere di lasciarne una aperta.

Questo secondo me incatena di più il lettore.

 

Qual è allora il metodo per scrivere storie così complesse? Si crea una traccia precisa fin dall’inizio, per cui sa già in partenza tutto quello che accadrà nel romanzo, oppure le può capitare di cambiare idea in corso d’opera?

C’è una traccia principale, in questo caso si tratta della storia ambientata in Inghilterra, che non cambio mai più di tanto. Sulla parte italiana della storia ho inserito invece più elementi casuali, perché l’avevo definita meno in partenza. In pratica, nella storia secondaria ho più libertà di cambiare le cose. A volte mi devo limitare, altrimenti rischio di scrivere romanzi che vanno oltre le seicento pagine. Anche in questo caso ho dovuto effettuare dei tagli.

 

Il romanzo si apre con una scena violentissima, e continua con un crescendo di scene sempre più violente, ma a un certo punto compare un parco acquatico con il personaggio di un clown. Da un lato appare come una sorta di pausa nella storia, ma dall’altro questo personaggio mascherato, inquietante, è anche un tema ricorrente del genere thriller/ horror. Perché questa scelta?

Il pagliaccio collega Il principio del maleal romanzo precedente, Tu sei il prossimo (Fazi, 2014) che si chiudeva con la scomparsa di una bambina da un parco acquatico. È un piccolo espediente per mantenere la serialità della storia, salvando allo stesso tempo l’originalità dei singoli libri, e per introdurre il personaggio dell’ispettore Gerace, che ha un’ossessione per i casi, lavora di testa sua senza guardare in faccia nessuno e rischia persino di essere allontanato dalle indagini per la sua testardaggine.

 

I suoi romanzi sono seriali, ma si possono leggere separatamente l’uno dall’altro.

Questa è una regola che mi sono dato, perché non ho la presunzione di avere lettori fedeli che mi seguano dal primo libro al più recente, anzi cerco di conquistarne con l’ultimo di nuovi, che magari possono poi andare a leggere i precedenti. Non piacciono neanche a me gli scrittori che non chiudono ogni libro, così come non mi piacciono le serie televisive in cui devi per forza iniziare dalla prima stagione altrimenti non capisci nulla.

 

Questa figura dell’ispettore o poliziotto che procede come un panzer, che prevarica anche se ha alle spalle delle regole da seguire, tipica di molti romanzi, esiste nella realtà? Quanto funziona un comportamento del genere nella vita vera?

Mai. Questa è veramente solo fiction, secondo me, perché il poliziotto autonomo che non guarda in faccia a nessuno è solo una figura letteraria. La realtà della polizia italiana è fatta di straordinari, soldi che non ci sono, mancanza di mezzi, dispetti tra colleghi.

Il poliziotto brillante che risolve da solo il caso non esiste. Ci sono però ottimi poliziotti che hanno delle intuizioni, e ne ho anche conosciuti. A Bologna, ai tempi della “banda della Uno bianca”, mentre si facevano le ipotesi più assurde, ce n’era uno che disse subito “sono talmente organizzati e in grado di sfuggire ai controlli che secondo me sono o poliziotti o carabinieri”, e solo per il fatto di aver detto questo venne subito allontanato.

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Questi personaggi però piacciono sempre molto, sia nei romanzi che nelle serie televisive.

Sì, ma nella realtà questo non è applicabile. Si creano ottime squadre, ma in Italia c’è sempre troppa burocrazia a frenare le indagini.

 

Il libro è molto cinematografico: leggendolo si riceve l’impressione di vedere con precisione le ambientazioni. Nel momento in cui ha affrontato il genere thriller, oltre che da qualche autore celebre, è stato influenzato anche dal cinema e dalla tv?

Il genere mi piace comunque quando è così, simile a una sceneggiatura, che descriva bene non solo i delitti ma anche i luoghi. Questo mi viene in parte dal lavoro di giornalista, che mi imponeva di essere preciso nelle descrizioni quando scrivevo per i giornali. Il lavoro in televisione è diverso, perché non c’è bisogno di descrivere ciò che viene mostrato dalle immagini, e quando monto i miei servizi mi preoccupo di far vedere il più possibile dei luoghi di cui parlo. Sono un appassionato del genere thriller, e mi rendo conto che tra libri, film e serie tv sono diventato piuttosto monotematico. Ho visto quasi tutte le serie televisive thriller degli ultimi anni.

“Il principio del male”, incontro con Stefano Tura

Non ha mai ricevuto proposte per fare delle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri?

Sì. Il killer delle ballerine(Fazi, 2001) è stato opzionato due volte, poi al momento di ricevere i contributi statali per la produzione questi non sono arrivati e non se ne è fatto niente. Questo tipo di film in realtà è costoso da realizzare, e in Italia non se ne fanno da un pezzo. Forse potrebbe andare meglio la realizzazione di una serie televisiva, ma anche fra quelle non esiste un prodotto che non sia molto “territoriale”, mentre i miei libri sono più simili ai gialli anglosassoni.

 

Ha qualche modello particolare di autore, visto che si dichiara così immerso nel genere?

È sempre antipatico fare dei nomi. Di alcuni autori mi è piaciuto magari un libro e non il successivo, perciò non ho uno scrittore preferito in assoluto. Mi sento comunque più vicino al modo di scrivere degli autori inglesi e americani che non degli italiani: Jeffrey Deaver di sicuro rappresenta per me un modello, ma più quello dei suoi primi romanzi, come Il silenzio dei rapiti. Adesso anche lui, che tra l’altro è mio amico e ha scritto la fascetta per Il principio del male, è strozzato dai ritmi editoriali, dovendo scrivere due libri all’anno per contratto.

Di molti autori preferisco quindi i libri iniziali. Il delitto della terza luna di Robert Harris è senz’altro un libro che mi ha spinto a scrivere thriller, seguito da Il silenzio degli innocenti, ma già Hannibal non mi era piaciuto più.

 

Una parte importante del libro è quella in cui si affronta il tema del razzismo, dove lei dimostra che l’integrazione, anche a livello europeo, è ancora molto lontana. Vediamo ad esempio che uno dei personaggi, cittadino inglese ma dalla pelle scura, viene discriminato, così come gli immigrati da Paesi dell’Est europeo, che per quanto facenti parte dell’Unione sono ancora considerati di serie B. Da italiano che vive in Inghilterra cosa ne pensa? Si raggiungerà un’integrazione, o la strada è ancora lontana?

Vivo a Londra da dieci anni e mi sono fatto quest’idea: l’Inghilterra è profondamente diversa se si guarda Londra o se si prendono in considerazione le città minori. Nei primi tempi non mi spostavo granché da Londra, e così l’Inghilterra mi sembrava un Paese estremamente accogliente, che aveva fatto della multietnicità uno dei suoi simboli. In effetti, Londra non potrebbe vivere se non così, perché ormai sono pochissimi i suoi abitanti veramente “londinesi”. In ogni caso, anche gli inglesi che sono venuti a viverci per lavoro da altre zone del Paese devono fare i conti con il fatto che i servizi della città sono in gran parte coperti da persone straniere, a partire dai medici e dagli infermieri del servizio sanitario nazionale: europei dell’Est, oppure persone provenienti dal Commonwealth e da tutte le ex colonie inglesi come India, Pakistan, Paesi caraibici. A Londra non puoi essere xenofobo e razzista, ma appena esci dalla capitale ti rendi conto di come questi sentimenti siano profondamente radicati.

Ritengo che, purtroppo, l’Inghilterra sia un Paese profondamente classista, che spesso sconfina nel razzismo, e l’accoglienza che loro sbandierano riguarda solamente la grande metropoli. Già Manchester, Liverpool o Birmingham sono città che hanno mentalità molto diverse. Ultimamente la cosa si è radicalizzata, o per i problemi legati all’aumento dell’immigrazione o per quelli relativi alla sicurezza nazionale e al terrorismo, anche se, a differenza di altri Paesi dove le cose vengono dichiarate in maniera più aperta, in Inghilterra c’è sempre un modo più soft di dire le cose.

Il fatto che a Londra sia stato eletto un sindaco musulmano è di certo una grossa apertura, ma appena vai in una qualsiasi cittadina gli inglesi che forse non hanno mai neanche viaggiato fuori dall’isola, e hanno visto le città svuotarsi per la disoccupazione e la crisi, hanno una certa tendenza a vedere gli stessi europei come gente che porta via il lavoro. La libera circolazione del lavoro in Europa è vista come una minaccia.

“Il principio del male”, incontro con Stefano Tura

Cosa pensa allora della prossima votazione per la possibile uscita dell’Inghilterra dall’Europa?

La mia idea è che alla fine prevarrà il buonsenso, perché non credo che i britannici scelgano di andare verso il passato, compiendo un passo indietro nella storia. Non a caso, i maggiori sostenitori della Brexit sono le persone al di sopra dei cinquantacinque anni, e il problema è che i giovani non vanno più a votare: se chi vota sono solo gli anziani, il rischio c’è. Per me questo referendum non andava fatto, e Cameron ha sbagliato a volerlo per fini elettorali, per poter vincere le elezioni politiche. Ha sentito troppo la minaccia dei partiti estremisti.

 

Nel libro si parla molto anche di questi partiti di destra xenofobi, e proprio nei giorni scorsi abbiamo visto cos’è successo nelle elezioni presidenziali in Austria. Cosa pensa di questa ondata di affermazione delle destre xenofobe in Europa, soprattutto nell’Est, o dell’ascesa di Trump negli Stati Uniti?

I paesi dell’Est europeo pagano ancora l’aver fatto parte del socialismo reale e hanno una reazione comprensibile, mentre l’ascesa delle destre in altri Paesi per me è segno della sconfitta dei partiti di centrosinistra, che non hanno saputo cogliere l’occasione che era arrivata quasi contemporaneamente in diversi Paesi negli anni scorsi, a parte l’Italia che ha avuto la fase berlusconiana. Non sono stati in grado di offrire qualcosa di nuovo e di diverso alle popolazioni e si sono comportati come tutti gli altri. Gli xenofobi giocano sulle paure della gente: gli elettori li votano in genere perché delusi dai governanti che non hanno colmato le loro aspettative. 


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