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Il primo romanzo di Georges Perec finalmente in libreria. “L’attentato di Sarajevo”

Il primo romanzo di Georges Perec finalmente in libreria. “L’attentato di Sarajevo”Il primo romanzo scritto da Georges Perec, L’attentato di Sarajevo, pubblicato a Parigi per la prima volta nel 2016 dalle Editions du Seuil e in Italia nel marzo 2019 grazie a Nottetempo, a partire dal titolo e dall’incipit, catapulta il lettore nella temperie storica di poco precedente allo scoppio della Prima guerra mondiale: il 28 giugno del 1914, quella domenica in cui venne perpetrato l’attentato ai danni dell’Arciduca «ereditario» Francesco Ferdinando.

Il tono di piccata requisitoria contro le «interpretazioni illegittime ed erronee» di questo accadimento storico, che arriva a dipingere Gavrilo Princip e i suoi complici come difensori dei «sacrosanti» postulati «del nazionalismo rivoluzionario», sembra preludere a un’ampia tirata revisionista volta a ripulire le facce dei giovani attentatori dalle ombre di fanatismo, incoscienza e sottomissione alla propaganda grande-Serbia.

In realtà l’autore ha solo gettato il seme di un parallelismo che germinerà nel corso della narrazione e fiorirà al termine di questo breve romanzo: voltando pagina, ci troviamo subito di fronte a un oggetto assai diverso, sia nello stile sia nel contenuto.

 

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Pur mantenendo la prima persona, la voce narrante appiana le asperità inquisitorie; diventa dialogo, memoria e divagazione attraverso un racconto che trova le sue origini autobiografiche in un viaggio dell’allora ventunenne Perec in Iugoslavia, durante la radiosa e squallida estate del 1957.

La modulazione del periodare è fluente e attentamente tesa a evitare qualsiasi ostacolo o autocompiacimento: l’autore, come si evince dalle note (indicativo è il caso di un eloquente “mah” a corredo di una sezione cancellata), ha cassato diverse parti di testo, tra cui molte citazioni letterarie, ritenute ridondanti. I singoli lemmi sono cribrati con precisione chirurgica: come esempio, valga la lista di varianti ipotizzate – «rovinava bemollizzava sciroppava caramellizzava sussurrava infliggeva allungava scorreva gesticolava avvelenava ondulava inchinava vomitava inghiottiva» – prima di arrivare a «L’orchestra del Palace sussurrava un valzer lento».

Durante i mesi precedenti quell’agosto, a Parigi, il narratore aveva conosciuto Branko e la sua amante Mila: insieme al colpo di fulmine nei confronti di quest’ultima, una bella ragazza «tutta calma e dolcezza», era sorta nei suoi pensieri, affidati alla carta, un’avversione verso l’uomo, tanto intelligente quanto «brutto» («Per rendere l’idea, era la copia esatta di Braccio di Ferro, soprattutto quando si metteva a riflettere, perché faceva una specie di smorfia che sottolineava in modo molto sgradevole il mento sporgente»), logorroico e inopportuno.

Il primo romanzo di Georges Perec finalmente in libreria. “L’attentato di Sarajevo”

Ormai innamorato, il narratore – appena riceve una lettera in cui gli sembra di ravvisare l’interesse di Mila, già ripartita da diverso tempo – prosciuga «allegramente» il conto in banca e parte alla volta di Belgrado per raggiungerla.

Qui, la attende, roso dai tarli del «dubbio» e della «delusione»: il tormento è tale che i paesaggi attorno a lui diventano «tristi e monotoni», «senza personalità». Mila, finalmente, si presenta e il giovane, per troncare con tutte le ambiguità che fino a quel momento avevano reso indecifrabile il loro rapporto, decide di giocarsi il tutto per tutto: il paragrafo si apre con uno stucchevole e lapidario “Parlai” e si chiude con la più trita delle giustificazioni («aveva visto in me solamente un amico»).

Come si comprende da questi brevi cenni, l’opera d’esordio di Perec, L’attentato di Sarajevo, si configura come un romanzo sentimentale in cui i toni del protagonista, i suoi punti di vista sempre pronti a viziare e distorcere la visione del mondo, la sua parzialità e – lo scopriremo leggendo –anche la sua mendacità costituiscono la principale chiave di lettura.

Una volta ottenuta la benevolenza di Mila, la sua amicizia, financo il suo amore, il narratore non è ancora soddisfatto: preme, con urgenza sempre più evidente, il bisogno di impedire a Branko di riprendersi Mila a suon di ricatti, piagnistei e «geremiadi»; nella sua mente iniziano a insinuarsi «delle brutte cose, delle bruttissime cose».

A quest’altezza, la vicenda di Branko e Mila s’interrompe: come già accaduto in precedenza, il narratore sposta il focus sugli eventi del 1914 per giustificarlo e, in questo caso, imprende addirittura a fornire una versione degli avvenimenti tutta a favore degli attentatori.

Da questo punto in poi, i capitoli si susseguiranno con una tecnica simile al montaggio alternato attraverso cui il lettore, costretto alla spola tra una situazione e l’altra, grazie al parallelismo e alle giustapposizioni combinatorie – che diventeranno cifre distintive della sua produzione successiva –, comprenderà gli insani propositi del narratore, ormai ossessionato dalla brama di eliminare fisicamente Branko e al contempo di trovare una giustificazione che lo assolva.

Ormai senza più alcuna ritrosia il narratore progetta il «delitto perfetto» scegliendo di sfruttare le frustrazioni di una terza persona: Anna, la moglie di Branko. Con sagaci e persuasive astuzie retoriche la convince ad assassinare il marito fedifrago; l’obnubilamento e, al contempo, la spietata freddezza sono tali per cui, attraverso il loro filtro, anche un delitto gravissimo, nell’inesausto tritacarne delle notizie, passa inosservato, è «solo un fatto di cronaca fra tanti altri».

Il primo romanzo di Georges Perec finalmente in libreria. “L’attentato di Sarajevo”

Un protagonista degno di figurare insieme ai dieci piccoli indiani di Agatha Christie, dal momento che frasi come «ho fomentato l’assassinio di Branko per sbarazzarmi dell’ostacolo che costituiva per la mia unione con Mila» suonano molto simili alle accuse di U. N. Owen nei confronti del generale Macarthur che, in tempo di guerra, due anni e mezzo dopo la morte di Francesco Ferdinando, mandò un amico ufficiale (e amante della moglie) «a morte sicura», o di Vera Claythorne la quale, per privarsi di ogni barriera che la dividesse dall’amato Hugo, lasciò annegare il piccolo Cyril (A. Christie, Dieci piccoli indiani, Milano, Mondadori, 2004, p. 37). Con una differenza: questi personaggi sapevano il fatto loro, «in amore e in guerra» (cit., p. 14).

 

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Il narratore de L’attentato di Sarajevo, dal canto suo, non è solo parziale e bugiardo: è anche, come ogni personaggio umoristico che si rispetti, un totale inetto, esitante, incapace di agire e a suo agio, più che nel mondo della contingenza, nei territori indistinti dei sogni a occhi aperti, delle fantasticherie revisioniste sui libri di storia, delle «conseguenze imprevedibili» della letteratura.

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