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Il potere salvifico del dialogo o della resa dei conti. “Il giro del miele” di Sandro Campani

Il potere salvifico del dialogo o della resa dei conti. “Il giro del miele” di Sandro CampaniUn dialogo, una conversazione tra due uomini, è al centro del nuovo romanzo di Sandro Campani, Il giro del miele, da poco edito da Einaudi.

Uno scambio di parole che è anche l’emergere di dissapori sommersi, di dolori sepolti sotto la coltre del silenzio, o meglio del non riuscire ad aprirsi e a confessarsi. Perché c’è sempre questa chiusura a caratterizzare il protagonista, Davide, e che alla fine amplifica il dolore perché costringe a un parlarsi addosso che richiama violenza e impedisce di risolvere; lo alimenta fino a farlo diventare un fuoco che brucia noi stessi e ciò che amiamo.

Di questo abbiamo parlato con Sandro Campani, nell’intervista che ci ha gentilmente rilasciato.

 

«Stavo sognando il fuoco». Si apre così il romanzo, e il fuoco è insieme quello reale del camino, quello che sta per arrivare bussando alla porta e quello del sogno. Cos’è il fuoco per Sandro Campani e perché ha scelto proprio quest’elemento per l’incipit di Il giro del miele?

Un titolo di lavorazione di questo romanzo, durante la prima stesura, era Il calore familiare. Il focolare, la sicurezza del calore e della luce contro il buio e il freddo fuori, quel che ci si illude di poter trovare e mantenere, la protezione che s’immagina avessimo quando da piccoli i nostri genitori ci tenevano: questo è stato fin da subito uno dei fulcri del libro. E dall’altra parte la potenza distruttiva del fuoco. A forza di nominare il fuoco, nel testo, è finita che è sviluppato un incendio. (Anche quell’incendio non c’era, all’inizio). Perciò, sia la rassicurazione del calore vitale, che la possibilità di un male devastante. Il fuoco è utilizzato nei due sensi.

 

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Il dolore di Davide è reso attraverso i suoi occhi che Giampiero, appena lo vede alla sua porta dopo molti anni, descrive «impressionanti, come infiammati e soggiogati da uno spirito che li aveva invasi e li stava facendo ammattire». Cosa hanno visto gli occhi di Davide? Cosa raccontano a Giampiero?

Occhi infiammati, anche qui, non a caso; soggiogati da uno spirito. La lince, avvistata anche da lui dopo la visione avuta dalla sorella, ha spinto Davide a bussare a quella porta. Davide non riesce a riaversi, non riesce a recuperare tutto quello che, per propria colpa ma anche per colpa di Giampiero, ritiene d’aver perso. C'è una serie di circostanze (i contatti che Giampiero ha mantenuto con la Silvia, l’ex moglie di Davide, il mutare delle condizioni economiche, la vicenda della falegnameria), che come fili inesorabili portano Davide, in un delirio guidato dallo spirito della lince, alla resa dei conti con Giampiero. Giampiero vede negli occhi di Davide questa resa dei conti inevitabile, capisce che non sarà finita finché Davide non si sarà liberato del peso e dice: «A questo gli servo io».

Il potere salvifico del dialogo o della resa dei conti. “Il giro del miele” di Sandro Campani

Il fuoco e gli occhi, due elementi che, così come il dialogo intorno a cui si sviluppa il romanzo, hanno una forte valenza filosofica. Fino a che punto il nesso tra il suo romanzo e questa sorta di simbolismo filosofico ha inciso sull’articolazione della storia?

Quando comincio a lavorare su una storia, inizialmente, non so ancora che sia una storia. O meglio: vengo colpito da un’immagine, da un luogo, da qualcosa di molto preciso e allo stesso tempo indefinito – una luce netta, una persona seduta – che, avverto subito, potrebbero diventare una storia. Provo una sensazione simile alla nostalgia per qualcosa che non ho mai conosciuto. Dopodiché, attorno a questa immagine iniziale cominciano a raggrumarsi altre immagini, e comincio a osservare chiaramente che in queste ultime ci sono elementi ricorrenti, noccioli, che cominciano a rivestirsi di polpa, a collegarsi fra di loro. Prima ancora di un tema, questi grumi narrativi portano nel mio racconto delle immagini, che possono nascondere dei simboli. La mia indagine sul simbolo arriva dopo, per una questione di coerenza narrativa – ogni bestia, ogni pianta, si porta dietro millenni di storia e decine di sfaccettature simboliche che vanno conosciute, per sfruttarle o evitarle o ribaltarle ma comunque prese in considerazione. Sono queste suggestioni simboliche a volte ad affiorare e portarmi dove vogliono loro, non il contrario. Non le programmo, le assecondo.

 

Silvia se ne va e Davide resta lì, folle d’amore. Dopo dieci anni decide di andare da Giampiero per sfogarsi, e non solo per la storia finita. Esiste davvero nel dialogo qualcosa di salvifico, o almeno una parvenza di salvezza? Qual è la forza delle parole in questi casi?

Sì, esiste una salvezza. Il grosso problema di Davide è che lui non ci riesce, a parlare dei propri sentimenti, così come non ci riusciva suo padre. Lo dice sempre la sorella: due bricchi, due caproni, a cui non vai alla testa. Davide viene da un mondo in cui le cose erano cose, e il resto erano balle. Non ha gli strumenti per affrontare il dialogo, e questo lo frega. Quando – in modo goffo, violento e inconsulto – si libera, è troppo tardi.

 

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È Giampiero a porre una differenza, una distanza, tra il Davide di adesso, l’uomo quasi impazzito, e il ragazzone sereno e bello di un tempo, per poi chiedersi: «chi era stato a portarcelo via? Potevo dirmi innocente?» Giro a lei questa domanda: cosa ha portato via quel Davide giovane? La causa è solo la perdita dell’amore di Silvia?

È stato in parte il problema a cui accennavamo sopra, la figura di un padre col quale non si riesce in tutta la vita a dirsi una sola volta “Ti voglio bene”, per esempio, la difficoltà nel parlare (il degenerare del rapporto con la Silvia è stato dovuto anche a questo) ma anche, e qui sta il nodo fra i due protagonisti del dialogo notturno, il caso brutale che ha fatto sì che Giampiero si sostituisse a Davide, usurpandone in un certo senso la primogenitura. Giampiero lo dice, a un certo punto: «Io non ho mai voluto essere l’intruso al suo focolare. Ma non avere l’intenzione e non agire, tenersi lontano dal pericolo, il più delle volte non basta».

Il potere salvifico del dialogo o della resa dei conti. “Il giro del miele” di Sandro Campani

Nella lunga conversazione Davide si mostra orgoglioso di non aver mai tradito Silvia, nemmeno nei dieci anni successivi alla separazione. Per Giampiero questo è «da malati», ma poi aggiunge: «Se non avessi avuto l’Ida, sarei finito. Lo so ogni ora che vivo». E allora perché è così difficile riconoscere il dolore di Davide e accettarlo come un qualcosa che in potenza è dentro ognuno di noi?

La grossa differenza fra loro due è che Davide ha perso la Silvia, e bisogna vada avanti in qualche modo, deve guarire. Giampiero, per sua fortuna, ha ancora l’Ida accanto. Riconosce il dolore di Davide, certo, e lo sente addosso, ma lo invita a non assecondarlo, a non farsene più dominare. Può darsi anche che Giampiero, nel corso del dialogo, mostri qualche contraddizione: succede; a volte una persona si esprime in base a ciò che sente al momento, apre la bocca per dire qualcosa di cui poi si pente, o in cui non crede del tutto. Bisognerebbe chiederlo a Giampiero.

 

Scivoliamo fuori dal romanzo: quanto può essere pericoloso un uomo come Davide per una donna e per se stesso?

Tanto. Ma più che la violenza manifesta, per la Silvia, a distruggere tutto è il fatto che Davide faccia visita a un mondo buio che lei ha voluto rinnegare, che non vuole più visitare, un mondo dove c’è la possibilità della violenza, dietro ogni angolo. Davide è un buono, ma non sa far fronte al male che ha dentro. Illudersi di cambiare gli altri è sempre pericoloso.


Leggi tutte le nostre interviste agli scrittori.

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