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“Il portiere e lo straniero” di Emanuele Santi

Emanuele Santi, Il portiere e lo stranieroSolitaire, solidaire. Con questo icastico e assonante binomio la figlia di Albert Camus intitolò una biografia di suo padre, di cui si torna a parlare quest’anno, nel centenario della nascita: una bellissima sintesi per uno degli intellettuali più rappresentativi del Novecento. A lui è dedicato lo splendido libro di Emanuele Santi Il portiere e lo straniero (L’Asino d’oro edizioni), piccolo solo nel formato, ma ricco di spunti interessanti. Si tratta, infatti, di una rilettura intelligente e originale a partire da un interrogativo: Camus avrebbe scritto Lo straniero se da ragazzo non avesse giocato come portiere? Senza rischio di spoiler possiamo rivelare che la correlazione tra lo sport, in particolare quel ruolo, e uno dei romanzi pietre miliari della letteratura novecentesca c’è ed è profonda. È innanzitutto nello sguardo, nel punto di vista, perché «dalla sua porta [...] la prospettiva aveva qualcosa in più. Il campo si vede da dietro, si vede meglio. Dalla porta si studiano la tattica e la filosofia del gioco. Si possono vedere i compagni di spalle e i nemici in faccia. Si vedono gli avversari avanzare minacciosi e i compagni resistere [...], sei l’estremo difensore, l’ultimo baluardo».

Santi, che si è recato in Algeria, sulle tracce del premio Nobel per la letteratura, cercando e osservando le strade in cui camminava e i campi su cui giocava, quel balcone che è «il primo punto dal quale Albert Camus ha cominciato a guardare il mondo», ci spiega efficacemente perché, oltre a raccontarlo con commossa partecipazione, in pagine che si fanno leggere agilmente, reportage narrativo colto e informatissimo, mai noioso, che spazia dalla storia dell’Algeria colonia francese al calcio professionistico ai suoi esordi, dall’infanzia e l’adolescenza di Camus ai suoi anni parigini. Scorrono così in queste pagine i ritratti di famiglia, il padre morto in trincea combattendo in Francia quella poi passata alla storia come Prima guerra mondiale e la madre analfabeta con problemi di udito, gli zii, in particolare quell’Étienne suo compagno di giochi e di bagni, e la rigida nonna. E poi tutte le altre figure importanti nella vita del futuro intellettuale, come il maestro Louis Germain, il primo a riconoscere il talento e le capacità di quel bambino volenteroso così dotato nello studio, colui che spingerà l’allievo e farà pressioni sulla nonna, contraria, affinché possa continuare a studiare.

 

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Albert CamusE ancora l’epopea di un calcio che ormai appare mitico e romantico, raccontato con comprensibile nostalgia e grande passione, le vicende della Ligue d’Alger e del RUA, il club più importante fondato nel 1927, quel calcio «come veicolo per il mondo, il calcio come gruppo e come comunità. Il calcio come selezione meritocratica e rispetto delle regole. Il calcio come coerenza assoluta e come limpida onestà intellettuale. Il calcio come unità di misura della statura, dell’intelligenza, dell’estro, della fantasia, della solidarietà, della libertà, della lealtà e dell’arte. Arte come, e lo dirà egli stesso, capacità di trasformare il mondo». D’altra parte sarà lo stesso Camus a scrivere anni dopo che «tutto ciò che ho appreso sulla morale e sugli uomini lo devo al calcio». Vicende sportive, certo, ma profondamente politiche: sta qui un altro dei pregi del libro di Santi, nel non perdere mai di vista l’intreccio tra sport e politica e riuscire, senza mai appesantire il racconto, a descrivere i rapporti tra colonizzatori e colonizzati, le discriminazioni e le tensioni culturali e religiose, il contrasto tra “madrepatria” e Pieds-Noirs. Ma su tutto, costante, la storia di un bambino nato povero nel 1913 sulle coste algerine e cresciuto giocando a pallone coi suoi coetanei, che qualche decennio dopo avrebbe scritto pagine immortali.

«Il portiere è solo, lo scrittore è solo. La solitudine del portiere è quella condizione necessaria di chi vuole osservare il mondo da un altro punto di vista: da dietro, dal basso, dall’interno della mischia, da terra, dall’alto di un volo sotto la traversa»: solitaire, sì, ma senza mai dimenticare di essere solidaire.

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