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Il patto con il diavolo secondo Paolo Maurensig, tra critica all’attualità e tradizione letteraria

Il patto con il diavolo secondo Paolo Maurensig, tra critica all’attualità e tradizione letterariaUna critica alla società contemporanea, in cui “tutti scrivono ma pochi leggono”, un atto d’amore verso la grande tradizione otto-novecentesca, un’originale variazione sul tema del patto con il diavolo: Paolo Maurensig torna in libreria (Il diavolo nel cassetto, Einaudi) coinvolgendoci con un piccolo ma succoso romanzo.

«Oggi il diavolo […] ha un aspetto curato […] un eloquio forbito, un tono di voce suadente», «Il suo primo stratagemma […] è quello di stringere amicizia con la vittima designata» asserirà uno dei personaggi: e il narratore, fin dalla prima pagina, agirà proprio in questi termini, apparendo come una figura rassicurante, dai modi effusivi ma non ammiccanti; attraverso l’incipit, che rimanda al tòpos del ritrovamento di un manoscritto anonimo, permetterà al lettore di scivolare in un nuovo territorio grazie a modalità già note, addirittura banali se non fossero tratteggiate con il nitore di una prosa singolarmente esperta e sapiente.

 

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Uno scrittore (il narratore di primo grado) trova – sepolta tra scartafacci, cataste di lettere, libri con dedica e manoscritti – una grossa busta ricoperta da francobolli della Confederazione Elvetica: contiene un dattiloscritto, intitolato Il diavolo nel cassetto.

Il narratore (di secondo grado) è un giovane consulente di una casa editrice a conduzione familiare, recatosi in Svizzera e precisamente a Küsnacht per un convegno sulla psicoanalisi in occasione del trentennale dalla scomparsa di Carl Gustav Jung. Ci troviamo, dunque, nel 1991 ma solo questo breve calcolo, insieme al rapido riferimento a un autobus, suggeriscono un’idea di tempi non troppo lontani dai nostri: tolti questi dettagli, potremmo benissimo essere capitati in un racconto mitteleuropeo ambientato almeno cent’anni prima.

Il patto con il diavolo secondo Paolo Maurensig, tra critica all’attualità e tradizione letteraria

Per raggiungere la sala delle conferenze il giovane narratore decide di prendere una scorciatoia, un sentiero nel bosco d’abeti, e – come una Cappuccetto Rosso dei fratelli Grimm (si rifletta anche sulla splendida copertina del volume) – incappa nell’orco, «un uomo dalla corporatura così massiccia da risultare perfino deforme» vestito con «un grembiule in crosta di cuoio». Il misterioso personaggio sparge sul terreno un «tritume rossastro»; poco dopo, lungo il tragitto incontra un affannato prete che lo mette in guardia sulle volpi, colpite da un’epidemia di «rabbia silvestre».

Dopo averci condotti per i territori del fantastico, Maurensig ci riporta alla realtà ma non abbandona i riferimenti alla letteratura: l’intervento che, durante il convegno, attrae maggiormente il nostro narratore è quello dello spaventato pretino. Padre Cornelius parla e si rivela un ottimo conferenziere: nel suo discorso, in un’esposizione chiara, da «sermone domenicale», ricorrono i nomi di «Goethe, Mann, Hoffmann»; «affronta il problema del male e del suo emissario con […] digressioni sul mondo dell’arte e della letteratura» e giunge, in conclusione, a sostenere la tesi «di un diavolo incarnato che si confonde in mezzo alla gente», vestendo i panni delle persone incontrate ogni giorno. Questo diavolo contemporaneo avrebbe abbandonato «i grandi palcoscenici» e «le affascinanti scenografie» del passato per adattarsi alla modernità e umanizzarsi.

Il solo contesto in cui può esercitare liberamente i suoi poteri – senza l’ostacolo di un’umanità sempre più corrotta – è “la società letteraria”, l’ultima branca del sapere a conferirgli un pizzico di credibilità, l’unico luogo ove invidia, vanagloria e peccato allignano, proliferano e si legittimano senza barriere.

Col trascorrere dei secoli, anche il volto del diavolo si è trasformato; sono cambiati i suoi attributi iconografici: «non ha più le corna […] non sprigiona vapori di zolfo»; mostra una sembianza curata ed elegante; ha una «voce impostata», capelli ravviati all’indietro e «tinti di nero», sorriso smagliante, modi cerimoniosi e talmente affettati da sfiorare l’istrionismo.

L’unico neo in tutta questa smaccata perfezione è una leggera zoppìa, una «insolita rigidità» nella gamba sinistra.

In questa rappresentazione è evidente il rimando a Confessione di un assassino, dell’austriaco Joseph Roth, in cui si introduce, poco dopo l’inizio, un personaggio curioso e determinante per le sorti della vicenda narrata: «era quello che si dice un damerino […] aveva i capelli neri come la pece […] denti bianchi, un tantino pericolosi»; si faceva chiamare Lakatos e anche lui aveva un particolare incesso claudicante, aggraziato come se «disegnasse sul selciato un fiocchetto, un fregio» con il piede sinistro.

Un demonio di città, impomatato, ben vestito e profumato: Maurensig, nella sua originale e critica variazione sul tema del patto con il diavolo, in ottemperanza all’amore verso la grande tradizione otto-novecentesca, pesca a piene mani dal “racconto russo” di Roth e ripropone questo simbolo della mediocrità del male, del male addomesticato e mutato in gingillo quotidiano, ormai lontano dalle grandi imprese dei poemi di Milton e Goethe.

Il patto con il diavolo secondo Paolo Maurensig, tra critica all’attualità e tradizione letteraria

La maieutica dell’editore Bernhard Fuchs (in italiano, volpe) e quella del Lakatos di Roth sono molto simili: entrambe tendono a “tirare fuori il peggio” dalle persone che scelgono come bersaglio, a condurle all’inferno.

Il male, dopo il preludio di una temibile epidemia di rabbia silvestre, si insidia nel piccolo paesino di Dichtersruhe, in passato noto per essere stato tappa di uno dei tanti viaggi di Goethe e ora popolato da persone con una fissazione artigianale per la scrittura: il volpone inizia tentare gli abitanti partendo dalle autorità, inducendoli con mielose illecebre a pubblicare i loro manoscritti, a estrarli dai loro cassetti; giocando con le loro ambizioni istituisce un premio letterario intitolato all’olimpico autore del Faust e inizia a seminare zizzania tra gli apatici valligiani svizzeri.

Annosa affezione, questa di Maurensig per Goethe e la Svizzera: già ne L’uomo scarlatto (uscito nel 2001 per Mondadori), trattando di una clinica elvetica su cui aleggiava il sospetto che si perseguissero obiettivi ben più mostruosi rispetto all’innesto di cellule e similari sperimentazioni genetiche, aveva scritto «se mai Faust è arrivato in Svizzera, di sicuro è passato di qua».

 

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Tutti i paesani cascano nella sua trappola (scoppiano faide, lotte tra famiglie, scontri) tranne padre Cornelius, che si oppone, come può, ai progetti del Maligno. Anche il protagonista, però, nasconde alcuni segreti: padre Cornelius, sotto il cappuccio, – checché possa suggerirci il nome – non nasconderà corna mefistofeliche, ma i «capelli corti e rossicci» da volpe non mancano…

Paolo Maurensig, con Il diavolo nel cassetto,ha scritto non solo una variante sul tema del patto con il diavolo, non solo un apologo sempre in bilico tra il colto e il popolare ma anche una confessione doverosa sullo status della società libraria contemporanea; al posto di un articolo di denuncia ha preferito operare con la più efficace e tagliente lama della letteratura, allestendo un sistema di innumeri rimandi, citazioni e ricicli (scovarli, vi assicuro, è molto divertente) nel quale rimangono sempre lampanti e riconoscibili l’amore per la grande tradizione otto-novecentesca (soprattutto mitteleuropea) e la critica alla società contemporanea, in cui pochi leggono ma tutti scrivono e hanno il loro diavolo che si agita nel cassetto.


Per la prima foto, copyright: J. Kelly Brito.

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