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“Il Paradiso dei folli” di Matteo Incerti: la gioventù senza fine dei partigiani

Matteo Incerti, Il paradiso dei folliIl Paradiso dei folli. Destini e Passioni, dall’inferno di una guerra a una vita d’Arte di Matteo Incerti, edito da Imprimatur, è un libro intenso che parla della guerra, che narra aneddoti, storie, che descrive luoghi ma soprattutto che racconta l’esistenzadi «persone che, finita la seconda guerra mondiale, hanno poi vissuto una loro vita, unica, diversa e complessa come tutte le esistenze di coloro che fin da giovani hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro diverso e di mettersi in cammino per conquistarselo». Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers in questo passaggio della prefazione al libro sembra sintetizzarne perfettamente il contenuto e lo scopo. Il Paradiso dei folli, sequel di Braccialetto di sterline, prosegue nell’intento di ricostruire i tasselli di vite spezzate, cambiate, rinnovate e le esperienze di una generazione di ragazzi, poco più che adolescenti, che per coraggio o per incoscienza si sono lanciati animo e cuore in un’esperienza talmente grande che non solo ha cambiato il loro destino ma quello del mondo intero.

«Fu lì che quel ragazzo di ventidue anni di Kansas City conobbe per la prima volta il volto più truce della guerra. Quello dove vedi morire, guardandoli negli occhi, uomini che vestono solo una divisa diversa dalla tua». Matteo Incerti pone in diversi punti l’accento sulle assurde contraddizioni dei conflitti in generale ma di questo in particolare, il secondo che ha coinvolto l’intero pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per Inghilterra e Stati Uniti, e poi Canada, Polonia, Africa, India. Una guerra giocata sullo scacchiere della politica internazionale, fino all’ultimo lembo di terra da “liberare” da nemici che il giorno dopo potevano diventare amici e combattere al tuo fianco, e il giorno dopo ancora cambiare tutto di nuovo. Alla fine si “giocava” un “gioco” di stoffe e colori, chiamate divise, da colpire per riuscire a diventare il più forte e vincere.

Gli alleati hanno avuto la meglio, questa è storia nota; quello che viene rammentato un po’ meno è che i nostri veri eroi, i partigiani, hanno dovuto sbrigarsela da soli sia prima che poi. Dopo la fine della guerra al di là di qualche riconoscimento simbolico, di qualche intestazione, di qualche targa e svariati monumenti commemorativi, dopo aver lottato per salvare la Patria, dopo essersi nascosti per campi, medicato feriti, seppellito compagni, aiutato i bisognosi, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e ricostruire la propria vita, daccapo e senza aiuti o supporti.

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Matteo IncertiI protagonisti de Il Paradiso dei folli a tratti sembrano vivere l’esperienza del ritrovarsi come una grande festa, ma forse è anche il sintomo del disagio latente vissuto per anni, il gioire per il poter finalmente, di nuovo, condividere emozioni e sensazioni con persone che possono comprendere perché hanno vissuto le medesime esperienze. Veterani di ogni nazionalità, Partigiani e Staffette quando si incontrano si dimenticano persino di essere ottuagenari e oltre; sembrano ringiovanire, solo insieme riescono a ritornare a quei giorni, altrimenti la gran parte di loro preferisce seppellire tutti i ricordi e tutti i cimeli in bauli da rintanare in soffitte polverose e buie. Hanno cercato di arginare dolore e paura per far spazio alla nuova vita, quella che hanno voluto costruirsi anche come un riscatto simbolico per ciò che la guerra ha tolto loro.

«Questa sera siete qui: a divertirvi, sorridere, scherzare, bere, mangiare, innamorarvi, ballare. Fatelo, è giusto così. Godetevi la vita. Ma ricordatevi quanto siete fortunati. Quasi settant’anni fa io avevo la vostra età. Insieme a centinaia di migliaia di altri giovani americani, italiani e di tante altre nazionalità sacrificammo la nostra gioventù e in molti la vita per regalarvi quello che oggi molti di voi non apprezzano. È la libertà di poter scegliere».

Leggendo Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti si prende per l’ennesima volta coscienza di quanto sia sbagliato il mondo in cui viviamo. Non solo per le guerre in sé che, non per retorica, andrebbero vietate ma per l’incoscienza di formare giovani in modo sbagliato, guardare al futuro con gli occhi del potere invece che con quelli della vita. Tutti i sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, come agli altri conflitti, in un mondo equo sarebbero dovuti diventare i “maestri della Storia”, quella vera, da insegnare ai nostri figli e invece sono diventati invisibili, chiusi nel proprio dolore, dimenticati per far spazio al progresso, al consumismo e all’abusivismo.

Roque “Rocky” Riojas, veterano dell’esercito degli Stati Uniti d’America di origine messicana, nota immediatamente lo scempio subito dal nostro Paese nei sessant’anni trascorsi dalla fine del combattimento: «È cambiato tutto. Quante case e quanto cemento! Era tutto un prato quando passammo di qui». Finita la guerra è iniziata la rincorsa al progresso, all’evoluzione anche se poi alla fine si è trattato egualmente di distruzione. «Una lettera dall’Italia. L’ennesima che dice che le cose non sono cambiate fino in fondo, come sognavamo tutti. In questi momenti penso... a tutti quelli che sono morti e sento che il loro sacrificio è stato quasi vano». In un mondo dove regna la giustizia ognuno di loro, tutti coloro che hanno combattuto per un ideale di libertà avrebbero dovuto avere un volto e un nome, e accanto a questi una storia. E tutti i ragazzi di tutte le scuole avrebbero dovuto conoscerla e per strada o in foto riconoscere i valorosi eroi che hanno combattuto, che sono sopravvissuti o che sono morti per donare loro un futuro diverso, un futuro migliore… Solo in questo modo non sarebbe sembrata una goccia d’acqua in un mare di fango Il Paradiso dei folli di Matteo Incerti.

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