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Il paesaggio è un bene del patrimonio culturale italiano

Paesaggio italianoTra i compiti assegnati al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, che opera alle dipendenze funzionali del MIBACT (Ministero per i Beni e le Attività Culturali), vi è quello di svolgere indagini di Polizia Giudiziaria per contrastare le violazioni di legge in materia di Patrimonio Culturale, poste in essere da singoli individui o da organizzazioni criminali. Nell’elenco dei reati da contestare figurano pure quelli in danno del paesaggio.

In Italia, operano anche il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che si occupa appunto di salvaguardare beni fondamentali quali acqua, aria, energia, natura e  territorio, le A.R.P.A. ovvero le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, istituite a partire dal 1993 e attive ormai in tutte le regioni e province autonome italiane, coordinate dall’ I.S.P.R.A. (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e le U.S.L. (Unità Sanitarie Locali) che hanno ereditato dai Laboratori Provinciali le competenze in materia di igiene e profilassi.

Se teniamo in considerazione che abbiamo anche un Ministero della Salute e che su tutti vigila l’Agenzia Europea dell’Ambiente potremmo tranquillamente affermare di essere in una botte di ferro se non fosse che…

Nella triste lista dei disastri ambientali avvenuti nel mondo l’Italia figura diverse volte:

  • Per i danni e i morti causati dalla produzione del fibrocemento a Casal Monferrato, a partire dal 1906;
  • Per l’inquinamento del Lago d’Orta iniziata nel 1926;
  • Per i numerosi incidenti al polo petrolchimico a Siracusa a partire dal 1956;
  • Per gli sversamenti nel terreno a Cengio, dal 1962 al 1997;
  • Per gli altiforni a Taranto che dal 1964 hanno rilasciato nell’aria una quantità di diossine superiore a quella fuoriuscita dal reattore di Seveso nel 1976;
  • Per il forte inquinamento ambientale e la distruzione dell’ecosistema costiero a Gela nell’area occupata dal polo petrolchimico a partire dal 1965;
  • Per i danni causati all’ambiente dagli sversamenti nel terreno a Porto Marghera dal 1970;
  • Per i fanghi tossici abusivamente stoccati nella discarica di Pian di Masino a Cogoleto;
  • Per i rifiuti tossici scoperti nella discarica di Pitelli, La Spezia, nella cosiddetta Terra dei fuochi, in Campania, e a Bussi sul Tirino, Pescara;
  • Per il disastro ambientale del fiume Lambro nel 2010.

Nella maggior parte dei casi questi disastri ambientali sono stati volontari, in altri accidentali ma ciò che sicuramente li accomuna è l’aver inciso in maniera negativa e indelebile sul paesaggio, sull’ambiente, sul territorio e su quanti lo abitano.

Anche quando si è riusciti a individuare per tempo i responsabili, prima che i reati cadessero in prescrizione, e sottoporli a processo, come nel caso tristemente noto del Disastro del Vajont non si riuscirà comunque a tornare indietro per salvare le vittime e preservare l’ambiente da questi scempi.

Se si costruisce uno sbarramento di cemento alto 261.60m e largo 190m che riempie per intero il valico tra le cime di due monti, o si scava una galleria di 50km aprendo in lungo e in largo una montagna oppure ancora se si trivella continuamente il terreno in cerca di fossili da bruciare non si crea solo un danno all’ambiente ma anche al paesaggio e soprattutto alle persone che su quella montagna o su quel terreno ci vivono. Una delle giustificazioni ricorrenti alla messa in opera di questi colossi è che il progresso è inevitabile e necessario, come lo è portare a termine questi progetti.

Attualmente la Diga del Vajont è in disuso, si è dovuto per forza di cose trovare una soluzione alternativa, forse lo si sarebbe potuto fare anche prima del disastro ambientale che ha duramente colpito le popolazioni di Erto, Casso, Longarone e Castellavazzo.

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Esiste già una galleria che collega l’Italia alla Francia, si chiama il Passo del Frejus, attraversata dall’attuale ferrovia di collegamento tra i due stati limitrofi che è ampiamente sottoutilizzata e da una galleria parallela autostradale ed esiste anche un altro tunnel che passa sotto un’altra montagna, squarciata per intero per costruirvi l’autostrada che collega Italia e Francia, il Traforo del Monte Bianco, e poi esistono gli aerei e le navi… è veramente necessario procedere con i lavori di costruzione della nuova ferrovia denominata TAV? Non si potrebbe effettuare l’ammodernamento di quella già esistente e lasciare illeso il paesaggio, l’ambiente e il territorio della Val di Susa? Queste le principali motivazioni portate avanti dai cittadini del Comitato NoTAV che si oppone con ferma decisione alla costruzione della galleria ma anche dell’intera linea dell’alta velocità ferroviaria per tutti i danni che questa creerebbe al paesaggio, all’ambiente, al territorio, all’agricoltura, alla qualità dell’aria, ai cambiamenti in termini di qualità della vita a cui si dovranno adattare le comunità di montagna della Val di Susa.

Nell’era del cambiamento globale, della corsa alle fonti di energia rinnovabile, della green economy e della decrescita felice lo Stato Italiano autorizza, nel 2011, 204 istanze e permessi di ricerca in terra e 82 in mare, generando com’era prevedibile il risentimento della popolazione che sempre più spesso si unisce e dà vita a Comitati Cittadini; i più attivi e determinati a ostacolare le trivellazioni sono il NoPetrolio Ata Irpinia,  il NoPetrolio Abruzzo e  il NoPetrolio Puglia che stanno anche cercando di dar vita al Forum Ambientale dell’Appennino. Davvero si fatica a comprendere le motivazioni per cui bisogna attuare questi veri e propri danni al paesaggio, all’ambiente e al territorio quando tutti gli studi effettuati accertano la scarsa presenza di petrolio nel sottosuolo italiano, la sua scadente qualità e resa nonché la pericolosità di costruire oleodotti e gasdotti su terreni altamente soggetti a rischio sismico.

Un recente dossier di Legambiente rivela che il 55% delle coste italiane è ormai definitivamente perduto. Oltre 160km di costa inghiottita dalla cementificazione selvaggia, non solo abusiva, che ha irrimediabilmente compromesso uno dei potenziali italiani peggio sfruttati. Una conseguenza della speculazione edilizia e della cementificazione è sicuramente l’aumento esponenziale del rischio idrogeologico ma vi è anche un altro aspetto da tenere in considerazione: l’unicità dei nostri paesaggi costieri, che costituiscono un vero e proprio patrimonio e il loro scempio un vero e proprio reato in danno del paesaggio. Anche per questo Legambiente ha depositato in Parlamento un disegno di legge che mira a risanare gli errori commessi e indirizzare il settore dell’edilizia verso la strada della riqualificazione  perché l’abusivismo peggiora una situazione già gravemente compromessa in quanto la gran parte dell’occupazione delle coste con il cemento in molte parti d’Italia avviene in assoluto rispetto della legalità.

Anche in merito alle trivellazioni petrolifere l’Italia ha dimostrato di avere una legislazione molto favorevole, citata come esempio durante l’Offshore Mediterranean Conference tenutosi a Ravenna nel 2004. Si apprezzava in tale occasione l’ampio spettro di agevolazioni per le compagnie petrolifere interessate a indirizzare le loro attività sul nostro territorio con incentivi per le ricerche di prospezione e per la coltivazione dei cosiddetti giacimenti marginali e agevolazioni sul gasolio utilizzato nelle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi.

È da considerarsi una vera fortuna il fatto che l’Italia abbia così tante istituzioni preposte a vigilare sulla salute dei cittadini e dell’ambiente e a contrastare in maniera ferrea i reati in danni del paesaggio altrimenti si rischiava di veder rovinato tutto l’immenso patrimonio che il nostro Paese possiede. Oppure no?

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