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Il nuovo romanzo di Mina Settembre, intervista a Maurizio De Giovanni

Il nuovo romanzo di Mina Settembre, intervista a Maurizio De GiovanniMaurizio De Giovanni torna nelle librerie con Troppo freddo per Settembre (Einaudi, 2020) il secondo volume dell’ultima serie di romanzi, dedicata a Mina Settembre. Questo nuovo personaggio seriale, già protagonista di Dodici rose a Settembre (Sellerio, 2019), non è una poliziotta, ma un’assistente sociale, che svolgendo tra mille difficoltà il suo lavoro in uno dei quartieri più degradati e difficili di Napoli, entra facilmente a contatto con criminali e si trova a dover affrontare misteri da risolvere, magari attravreso personalissime indagini in parallelo a quelle delle forze dell’ordine. In questo caso, si tratta della morte di un anziano, ufficialmente deceduto per il monossido di carbonio prodotto dal cattivo funzionamento di una stufa: ma le condizioni in cui viene trovato suscitano forti dubbi, e non solo in Mina.

A differenza di altri personaggi seriali creati dalla prolifica penna di De Giovanni, quello di Mina Settembre mescola alla classica trama thriller una forte presenza umoristica, con personaggi vivaci e raccontati in tono divertito.

Maurizio De Giovanni ha voluto incontrare i blogger nel corso di un evento organizzato online sulla piattaforma Zoom: queste sono le sue risposte alle nostre domande.

 

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Mi ha colpito in modo particolare, leggendo il romanzo, il passaggio che parla di un ragazzo che finisce gli esami di maturità e il giorno dopo deve andare a compiere un atto criminale per difendere il territorio, come iniziazione. Questo fa riflettere molto e volevo sapere se le cose stanno ancora così a Napoli o si tratta di un’invenzione letteraria.

Pur essendo uno scrittore napoletano io non parlo mai dall’interno della criminalità organizzata, ma non perché io sia un negazionista: sono ben consapevole dell’esistenza dei clan che costituiscono un vero sistema di vita. Non dobbiamo pensare a questa criminalità organizzata come a una deviazione lieve della società, a quegli atti che si raccontano nei thriller: la criminalità organizzata è un sistema di vita alternativo, all’interno del quale, oltre a spaccio, rapine, omicidi e lotte tra i clan c’è una situazione esistenziale. Chi nasce in un certo tipo di famiglia è naturalmente indotto al crimine e, al contrario degli altri, deve deviare se vuole condurre una vita normale. Sembra grottesco, ma a Napoli, terza città d’Italia, esistono vaste zone del territorio che sono del tutto al di fuori del controllo dello Stato, e non siamo nel terzo mondo ma in un paese occidentale, nella ricca Europa.

Lo Stato, tra l’altro, non sembra avere alcun interesse a ristabilire il suo controllo in un luogo come i Quartieri Spagnoli, dove ci sono cinquantamila abitanti che non hanno un ufficio postale, una scuola, una banca, come se in una cittadina come Mantova non ci fosse nulla del genere. Io non racconto la criminalità organizzata come fa Saviano, ma parlo della contiguità di due sistemi.

Il nuovo romanzo di Mina Settembre, intervista a Maurizio De Giovanni

Nel romanzo si parla di un mondo di ignorati, di invisibili. Come mai ha deciso di trattare questo argomento?

Noi tendiamo ormai a considerare un peso tutte quelle persone che non sono produttive, che non lavorano e che non possono spendere. Non interessano alla pubblicità, alla moda, alle vendite. Il fatto che non siano potenziali clienti ce li fa considerare un peso, come del resto è successo anche durante la pandemia: gli anziani fragili che si ammalano, i bambini che non possono andare a scuola, i senzatetto che danno fastidio, i migranti, vengono ignorati perché nessuno ha interesse ad ascoltarli. Ma se non ascoltiamo gli anziani, per esempio, perdiamo tutti i racconti e le esperienze che ci possono trasmettere. Attraverso Mina, e quindi con un tono lieve, mi piaceva dare voce a questi personaggi che formano una piccola coalizione: un senzatetto, un anziano e una bambina che vuole ascoltare il nonno. È una specie di rivolta dei deboli.

 

La struttura del libro è molto complessa. Come ha fatto a costruirla unendo tante storie diverse? E quando ha aggiunto l’ironia?

Uso i personaggi come i vestiti di un armadio e li cambio a seconda dell’atmosfera. La poliziotta Sara è nera, vive in un mondo ostile con il peso di ricordi che non vorrebbe avere. I Bastardi di Pizzofalcone sono caotici, come diversi strumenti che suonano in maniera dissonante, senza armonia. Parto da un oggetto e mi godo la diversità dei vari personaggi, come si relazionano con questo oggetto. Il prossimo libro dei Bastardi si chiamerà Fiori, ed è la prima volta che lo dico in pubblico: vedremo come li affronteranno i vari personaggi.

Il commissario Ricciardi ha un ritmo di narrazione più lento, più dolce, direi quasi femminile, mentre Mina Settembre è colorata e con lei mi diverto a mettere a confronto i diversi strati della nostra società urbana. I singoli personaggi da soli non avrebbero sapore, ma ne acquistano nella mescolanza. Abbiamo un magistrato e un carabiniere che fanno la loro indagine, c’è una storia d’amore, ci sono rapporti familiari difficili (mi hanno chiesto se la terribile madre di Mina non potrebbe essere la prossima vittima, così come quella di Viola nella serie di Sara risulta odiatissima).

I Quartieri Spagnoli sono un piccolo mondo a sé: nello stesso stabile a volte convivono immigrati clandestini, poveri, benestanti e ricchi, che stanno all’ultimo piano perché da lì si vede il mare. Immaginate una riunione di condominio… Io sfrutto le opportunità che Napoli mi dà di raccontare storie.

 

Nei suoi romanzi non c’è in effetti la camorra, però in quanto scrittore napoletano non pensa di dover un giorno affrontare questo argomento?

Io lo affronto come un elemento contestuale. I miei personaggi s’imbattono nella camorra, che è una macchina che funziona bene. Non trovo affascinante raccontare il funzionamento di una macchina che lavora per fare affari, mi annoia. In fondo è come la finanza. Se la droga venisse liberalizzata la camorra troverebbe un altro modo per fare soldi, se i libri fossero messi fuorilegge potrebbe pure spacciare libri. Per me sono affascinanti i percorsi delle passioni, le deviazioni, come l’amore che diventa gelosia, ossessione, omicidio. Io sono geloso ma non arriverei mai a uccidere, perciò rimango affascinato da chi arriva a farlo. Non troverei interessante raccontare di un capoclan che uccide per una guerra di territorio: è molto più interessante andare a indagare nelle profondità nere presenti in tutti noi.

 

Il linguaggio in Mina rende tutto diverso. È quello che cambia la visione dei vari aspetti della città?

Ho dei modelli non imitabili, ma che tengo presenti quando scrivo. Per Sara mi piace pensare a Le Carré, che racconta tante storie spesso difficili da coniugare tra loro, ma che alla fine magicamente confluiscono in un grande quadro. Con Ricciardi tenevo presente la presenza dell’occulto e di quello che non capiamo all’interno della realtà, come in certi autori sudamericani, ma anche indiani. Con i Bastardi penso a McBain, di cui ho letto tutti i cinquantacinque romanzi e non so come si faccia a non averli letti. Per Mina ho presente un giallista americano che raccontava sorridendo le rapine di un gruppo di banditi bravi ma sfortunati. Mina è così, ma raccontare oggi la mia città non mi consente di sfuggire all’analisi del mio tempo, che è inevitabile scrivendo noir.

La letteratura mainstream può raccontare storie di madri e figlie, di sorelle, di amiche geniali, ma noi che scriviamo noir dobbiamo uscire in strada e raccontare il territorio. Mina è il grande racconto dei Quartieri Spagnoli ed è un racconto caotico, ma dove c’è sempre chi ride mentre qualcuno muore di fame a pochi metri di distanza. La sfida è raccontarli tutti e due.

Il nuovo romanzo di Mina Settembre, intervista a Maurizio De Giovanni

Lei racconta spesso protagonisti maschili ma in realtà in tutte le sue serie le vere protagoniste sono donne: Ricciardi non è pensabile senza Enrica o Livia, i Bastardi senza le due poliziotte del gruppo, e poi Sara e Mina. Cosa accomuna le sue donne?

Il personaggio principale delle serie di solito è quello di cui parlo di meno. Nei romanzi di Ricciardi spesso hanno più spazio Enrica o Maione. Anche Mina è un veicolo, soprattutto in questo libro dove hanno molto spazio Mimmo o Gargiulo. Cerco di raccontare un mondo, non un personaggio. Questa in fondo è la differenza tra le mie serie e quelle di altri scrittori che tendono a raccontare molto un personaggio, tanto affascinante e interessante, e attraverso il suo sguardo mostrano il mondo. Io cerco di diversificare. Le donne sono fondamentali perché parlo delle passioni: amore, passioni ed emozioni vissuti dalle donne sono meglio di quelle degli uomini. Noi maschi siamo banali, riconoscibili, prevedibili. Pensate a come è diversa l’amicizia fra due donne o tra due uomini. Quella femminile è molto più profonda, intima, totalizzante, anche se rischia di finire più facilmente. Nei crimini passionali le donne sono vittime, attrici, colpevoli.

 

Cosa pensa e cosa sente quando si muove per le strade di Napoli? Dove si sente più a suo agio?

Quando cammino per la città non mi aspetto niente. Se affronti le zone di Napoli con dei pregiudizi ti perdi tutte le cose che non corrispondono a questo pregiudizio. Cercare la nobiltà nei Quartieri Spagnoli è molto interessante. Cercare la povertà, la perdita di dignità in una zona residenziale è altrettanto interessante. Nei quartieri napoletani non c’è una omogeneità sociale: Roma è così grande che tra un quartiere e l’altro ci sono enormi distanze e differenze. Milano che è concentrica fa passare da un centro economico e finanziario a un semicentro residenziale, poi alle periferie, ma per arrivare alle zone degradate devi percorrere parecchia strada. Napoli non è così, ogni quartiere contiene una faccia oscura e nella stessa scuola trovi insieme ragazzi poveri e ricchissimi.

Quando giro per Napoli tengo gli occhi aperti perché le storie ti arrivano addosso ogni giorno. Non ho mai il problema della pagina bianca perché ho sempre molte più storie di quelle che riesco a raccontare.

 

Prima ha citato i personaggi delle madri di Mina e di Viola, a cui aggiungerei quella di Enrica che era abbastanza terrificante. Come mai ce l’ha tanto con le madri e si diverte a descriverle in modo così “cattivo”, con le loro influenze negative sulle figlie, mentre i padri sono sempre più neutri o magari assenti?

La madre buona te l’aspetti. Io ho avuto una madre meravigliosa e ne sento la presenza anche adesso che è mancata. Nel caso di Viola, Enrica e Mina si tratta di madri che in realtà pensano di agire per il bene delle figlie: nessuna di loro è cattiva e non compie il male volontariamente. Vorrebbero che le figlie si sistemassero, ma non hanno scrupoli. Tutti coloro che impongono qualcosa ai figli pensando che sia per il loro bene si comportano come questi personaggi, che hanno la sola colpa di volersi fare i fatti dei figli.

 

C’è qualche storia che non ha ancora raccontato?

Ho in mente tre storie non nere, senza delitti, che dovrei avere prima o poi il coraggio di raccontare. La confort zone del noir per me è troppo attraente per rinunciarci e non so se potrei essere uno scrittore “normale”, ma ho in serbo queste tre storie d’amore, sperando che i miei lettori abbiano poi la pazienza di leggerle.

 

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Può dare dei consigli tecnici a chi vorrebbe scrivere una serie letteraria?

La serie non la decide lo scrittore, la decidono i lettori e questa è una cosa importantissima. Tutti gli scrittori vorrebbero scrivere delle serie perché è una cosa confortevole: una volta definiti i personaggi li puoi approfondire, ti puoi divertire, vai sul sicuro… Ma è il lettore che decide in base a quanto viene apprezzato il primo romanzo. Se il pubblico chiede a gran voce un seguito l’editore lo propone allo scrittore, altrimenti non se ne fa nulla. E credo che le serie non vadano mai pianificate a tavolino.


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