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“Il nido” di Tim Winton, un romanzo che incanta come il volo di un aquilastro

“Il nido” di Tim Winton, un romanzo che incanta come il volo di un aquilastroTim Winton è uno dei romanzieri australiani più famosi nella sua terra natia e nel mondo. Scrive romanzi dal 1981 sia per l’infanzia sia per un pubblico adulto e lo fa da sempre connotando la sua scrittura con una personalizzazione fuori dalla norma. Anche in questo capolavoro non s’è smentito.

Il titolo della sua ultima fatica uscita in Italia è Il nido, edito da Fazi Editore, esattamente all’inizio di quest’anno. La collana che ospita il romanzo porta il nome di “Le strade” e la traduzione dall’inglese è di Stefano Tummolini.

Tim Winton sceglie ancora una volta, come location narrativa, la sua Australia, soprattutto la parte dove vi abita con la sua famiglia da moltissimi anni: Perth, ma in particolare Fremantle. È qui che ha origine la storia di Keely Tommy, reporter o meglio ex reporter di successo nazionale, combattente da sempre per la salvezza dell’ambiente e dell’ecosistema australiano contro la speculazione finanziaria e industriale. Diciamo per l’appunto ex giornalista, perché il personaggio che Winton sceglie di creare entra in scena più come un ubriacone disagiato e bistrattato che un brillante, fervente e polemizzante cronista. Nella cittadina portuale Keely Tommy abita al decimo piano di un appartamento disordinato, sudicio e trascurato. La sua casa rispecchia la stessa situazione di vita: senza lavoro, senza soldi e dedito al bivacco. Scopre casualmente che una sua cara vecchia amica di infanzia, Gemma, vive di fronte al suo appartamento con un bambino di sei anni di nome Kai.

Fra un saluto e qualche chiacchiera sporadica, Keely inizia ad avere con questa donna e con il piccolo Kai un rapporto quotidiano. A tal punto che il dolce Kai si affeziona al suo nuovo amico di corridoio e la stessa Gemma, il cui bambino non è il figlio bensì il nipote, si ritrova giorno dopo giorno a rivivere i ricordi del passato con l’amico ormai quasi cinquantenne. Soprattutto, senza volerlo, lo coinvolge sempre più nella sua storia personale. Purtroppo la sua non è una vita felice, come d’altronde non irride di successo nemmeno quella del giornalista sperduto. Fra i due c’è poi un’attrazione mai scoperta e sempre sopita, che riemerge fra passeggiate, gite al mare e serate trascorse con il fanciullo, che la stessa nonna deve proteggere.

La famiglia di Kai non è propriamente una famiglia unita e sana, tutt’altro: è sfasciata e disagiata. Presto, per un uomo che aveva perso il lume della ragione, quale Tommy Keely, l’affetto del tenero e intelligente Kai, unito a una passione sopita, ma viva per Gemma rappresenta un nuovo confronto doloroso con se stesso. Keely, finora perdente nella vita, cerca la linfa che non aveva mai saputo ereditare dai suoi genitori, per dare un senso a una vita passiva e scialacquata. La forza di volontà è tanta come è abbondante l’aiuto della madre generosa e sollecita nei riguardi del figlio e della vecchia “bambina d’infanzia” (Gemma quando era piccolina veniva spesso ospitata dai genitori di Keely, che la proteggevano dalla sua famiglia disagiata), nonché dello stesso fanciullo. Kai più che in un mondo di giochi vive in un mondo di paura e incertezza. Non sarà una missione semplice quella che lo stesso reporter s’è preso sulle spalle. Gemma, ormai cinquantenne, non mostra affatto un carattere addomesticabile e il confronto con il suo aiutante sarà impervio e a volte perfino acido, seppur non manchino mai affetto e riconoscenza. Una storia d’amore in divenire si interseca con una sociale in essere. E il nido cosa sarà mai?

“Il nido” di Tim Winton, un romanzo che incanta come il volo di un aquilastro

Il nido di Tim Winton è un romanzo coinvolgente e avvolgente. Scritto con uno stile particolare, fra visioni, incubi che si materializzano e una minuzia particolare per l’elemento orripilante e brutale. Difatti la capacità di narrare una storia così toccante, con uno stile sensibile e abbagliante, attraverso l’uso di un linguaggio affatto semplice, fa di questo romanzo una storia toccante. Posta sullo sfondo selvaggio e contemporaneamente industrializzato dell’Australia Occidentale, la vicenda che Winton racconta è una delle tante possibili verisimili del giorno d’oggi. L’incanto della baia di Blackwall Reach, dove Gemma, il suo nipotino e “il papà adottivo” Keely avvistano l’aquilastro (un volatile tipicamente australiano) in cielo, è pari a quello di un linguaggio per nulla affettato, ma nemmeno banale. Una precisione chirurgica nel delineare il paesaggio di Fremantle, con un uso del gergo faunistico e floristico scientificamente accurato, ma inserito con tale maestria da non infastidire il lettore. Ad ogni modo non è un romanzo per tutti i tipi di lettori, richiede una competenza linguistica media. Una paratassi che si snocciola in tutto il racconto scandendo i pensieri e le azioni dei protagonisti. Colpi di scena che riappaiono dal passato o che si materializzano nel presente. Una forte sensazione di affetto e amorevole cura nei confronti del piccolo Kai e una maturità adulta mai giunta all’apice, com’è il caso del protagonista Keely.

La possibilità che gli deriva dalla circostanza di dar vita a un nucleo famigliare nuovo, seppur improvvisato e non basato su legami di sangue, rende ragione del titolo scelto da Tim Winton. Il nido non è solo “la dolce casa della famiglia del Mulino Bianco”, un anfratto da ricreare per proteggere la nonna-mamma Gemma e il suo adorabile Kai, bensì è anche quello ornitologico di un volatile. Molte sono le specie di uccelli che invadono con i loro vivissimi colori le fasi del romanzo.

La storia che Tim Winton ha messo in scena con Il nido ha proprio un’ambivalente connotazione: la libertà di un volatile qualunque, la possibilità di librarsi in aria sui problemi della vita, la capacità di svolazzare sereni nella stessa, senza direzione (un po’ come la vita dispersiva di Keely), ma d’altro lato l’amorevole casa, il luogo natio con i suoi ricordi d’infanzia e il suo affetto, come quello materno e come quello che Keely cerca di ricostruire. Tenendo anche in considerazione che nel romanzo il reporter s’era da poco lasciato con la sua ex compagna Harriet, vivendo un momento di sconforto e delusione pulsante.

 

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Un romanzo che estrae dal lettore la componente più emotiva e animata. Quest’ultimo segue passo dopo passo le vicende sofferte e tristi dei protagonisti, si sente commosso e compartecipe. Tim Winton non dispone le pedine della sua creazione immediatamente, ma le snocciola pezzo dopo pezzo. Da una cena in un appartamento, che ricorda per il confronto caratteriale fra i due adulti la sceneggiatura del film di Carnage (regia di Roman Polanski), si passa a un romanzo che si districa lungo le ambientazioni fascinose dell’Australia Occidentale, sposando l’attenzione del lettore dal porto fluviale alla casa materna, dalle strade sul lungomare alle fascinose passeggiate sul lungofiume, dal carcere femminile al bar sotto casa. La dinamicità della seconda parte va in contrasto netto con la stazionarietà della prima, ma come fa un volatile quando parte, vola per mille chilometri e poi ritorna al suo nido, allo stesso modo si comporta il narratore del romanzo, che peraltro è sempre in terza persona.

“Il nido” di Tim Winton, un romanzo che incanta come il volo di un aquilastro

Il nido di Tim Winton è un romanzo affascinante, scritto con poca delicatezza, ma molto affetto. Un sentimento affettuoso che arriva al cuore del lettore, che viene spiazzato da una scena iniziale a tratti simile a quella che vede protagonista Benicio Del Toro nella stanza dell’hotel in Paura e delirio a Las Vegas (per la regia di Terry Gilliam) piuttosto che a una storia pronta a mettere in scena un dramma sociale: il giornalista Keely si sveglia dopo un lungo sonno, si ritrova il tappeto di casa fradicio di urina e una sensazione di sbronza maleodorante addosso.

Ma nel Nido non si scherza con la mescalina, la realtà vi porta in faccia una storia realmente possibile, odierna e dolorosa. Il nido della pseudo-famiglia (formata dal giornalista, la nonna amata e il suo nipotino) è l’unica roccaforte dove si può trovare un rifugio sicuro e protetto. Non sarà un caso che la dedica posta in esergo somigli molto a una rassicurazione paterna verso una figlia. Ma chi sono le due aquile a cui accenna lo stesso scrittore nel capitoletto iniziale? Keely e Gemma? Kai e Keely? Gemma e Kai? O più semplicemente un padre e una figlia?

Solo vedendo la storia da questo punto di vista, come l’importanza di un sacrifico che si deve sempre fare per recuperare un nido d’infanzia o un nuovo nido famigliare, si potrà comprendere il valore simbolico del gesto conclusivo del protagonista. Ma alla fine di tutto questo calvario Keely Tommy avrà ritrovato se stesso, come aveva apertamente dichiarato quando decise di aiutare la stessa Gemma?

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