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Il mutamento linguistico, quando come e perché: prevedere il futuro si può?

Mutamento linguisticoFra la precisione geometrica del cristallo e l’irrequietezza della fiamma, il sistema lingua è indiscutibilmente immerso nella dimensione temporale; variazione, questa, che non va intesa soltanto come mutamento plurimillenario (tipico è il passaggio indoeuropeo > gruppo italico > latino (volgare) > lingue romanze): anche uno sguardo non attento all’evoluzione della lingua italiana dall’Ottocento dei Promessi Sposi ai giorni nostri, quindi in due secoli circa, ne rende evidente il seppur graduale processo di trasformazione.

Solo le indagini sul lunghissimo periodo permettono, però, di palesare cambiamenti strutturali, difficilmente individuabili in pochi secoli, durante i quali la trasformazione potrebbe essere ancora in atto (a meno che il lasso di tempo considerato non sia testimone della fine del processo); la perdita del sistema dei casi del latino, per esempio, non è avvenuta sic et simpliciter bensì gradualmente, e ancora oggi ne resta traccia nell’opposizione tra “io” soggetto e “me” complemento oggetto. È evidente, insomma, che lo studio di un periodo mediamente lungo (o comunque critico) chiarisce i termini del cambiamento.

I processi di trasformazione sono tutti motivati, è indiscutibile: studi tipologici ne hanno posto alla base principi attraverso i quali i parlanti organizzerebbero la realtàe la rappresenterebbero attraverso i segni linguistici; il più scontato è senz’altro l’economia, in base alla quale chi parla tende a ottenere il massimo risultato comunicativo con il minimo sforzo, e i gesti come complemento della parola ne rappresentano senz’altro un esempio; ma non solo: nella lingua inglese, che ha una struttura diversa dalle lingue romanze, essendo figlia del germanico, l’aggettivo non ha – in linea di massima – né genere né numero, perché tutte le informazioni grammaticali sono già fornite dal nome. In tal senso, perciò, la lingua italiana risulta ridondante, perché marca nel genere e nel numero sia il sostantivo sia l’attributo.  Ogni idioma, però, si organizza da sé, in quanto ha la sua storia e, soprattutto, la sua comunità.

La presenza di alcune strutture è motivata da altri principi cognitivi, non solo dal minimo sforzo per il massimo risultato; in base all’iconicità, ad esempio, il parlante tende a riprodurre fedelmente con i segni linguistici ciò che la sua mente ha elaborato, analizzando il reale; non è un caso che le lingue storico-naturali – quindi la tendenza è universale – collochino la condizione prima della conclusione: è ovvio che tra due eventi posti in rapporto di causa-effetto venga codificato mentalmente prima il motivo scatenante e poi la conseguenza.

Un terzo principio organizzativo, che spiega le strutture presenti e il loro cambiamento, sta nella motivazione comunicativa, secondo la quale una lingua deve garantire al suo gruppo il massimo dell’espressività; non deve essere carente, cioè, nelle risorse che offre ai parlanti per la descrizione del reale. Questo principio potrebbe motivare l’universale secondo il quale tutti gli idiomi hanno minimo tre persone pronominali e due numeri (con i primi si può parlare di sé stessi e degli altri, anche interloquendo direttamente); con gli altri, è assicurata la distinzione singolare-plurale.

Lo studio del cambiamento linguistico prende in considerazione, insomma, diverse variabili. Ciò non significa che la ratio soggiacente alla trasformazione sia sempre facilmente motivabile: non sappiamo quando sia morto effettivamente il latino, quindi quando siano sorte con precisione le lingue romanze; l’unico modo per collocare cronologicamente il passaggio dall’una alle altre sta nelle attestazioni scritte. Questo modo di procedere, però, per quanto sia in molti casi l’unico a cui si è costretti, resta comunque lacunoso: il cambiamento scatta prima negli usi della comunità, nel modo in cui si esprime e comunica oralmente, e solo dopo nella scrittura, che è l’ultima, perciò, a registrare la trasformazione.

Non è sempre possibile trovare una soluzione per il problema, anche se nella fattispecie del caso alcune testimonianze del latino parlato hanno permesso a linguisti e filologi di fissare una sorta di cronologia, non precisa ma almeno verosimile; dalle iscrizioni sui muri di Pompei, infatti, emergono alcuni aspetti salienti del latino parlato.

È noto che la struttura della frase dichiarativa di quello classico era SOV, con oggetto che precede il verbo. Nelle iscrizioni, in effetti, emerge un buon 57% di strutture SOV; ma non solo: è presente anche un discreto 33% di frasi SVO. Studi tipologici hanno dimostrato che, quando il verbo precede l’oggetto, nel sistema linguistico il nome precede l’aggettivo e il genitivo ed esistono solo preposizioni; nel caso qui analizzato, però, prevale la struttura OV, per la quale è prevista la situazione opposta. Dovremmo considerare, perciò, il latino di quegli anni un sistema incoerente? La risposta è negativa: l‘indagine sul cambiamento linguistico deve presupporre sia quanto accaduto prima sia quanto accaduto dopo, e questo basta per arrivare alla conclusione: siccome le lingue romanze hanno una struttura SVO, nel primo secolo d.C. il latino stava iniziando a registrare grandi cambiamenti, con la struttura OV in regresso (ma non in crisi) e quella VO in ascesa. Non di incoerenza si deve parlare, quindi, ma di fase intermedia tra due realtà linguistiche geneticamente imparentate.

Le variabili del mutamento linguistico, insomma, sono tante; gli approcci allo studio del mutamento, non di meno. E tale trasformazione va sempre presupposta per qualsiasi idioma: l’unica lingua che non cambia è quella morta. Ciò non vuol dire che il mutamento sia predicibile – al massimo è ipotizzabile –. Nicola Grandi lo spiega chiaramente in Fondamenti di Tipologia Linguistica (2009), Garzanti:

«Alcune delle argomentazioni proposte sopra potrebbero indurre a ritenere che il mutamento linguistico sia in larga scala prevedibile e che, dunque, sia possibile pronosticarne l’esito. Questa conclusione è erronea. Il paradigma dinamico offre strumenti efficaci per operare previsioni […], ma sempre in una chiave puramente probabilistica. […] Nulla vieta che intervengano circostanze esterne al sistema lingua in grado di determinare una brusca e inattesa deviazione nel percorso evolutivo sul quale la lingua si è incanalata. In termini generali, comunque, rimane innegabile l’esistenza di mutamenti più naturali di altri e, una volta individuate le premesse tipologiche pertinenti, dovrebbe essere possibile stabilire almeno le direzioni precluse al cambiamento in atto».

Nulla di nuovo: prima di essere un fatto linguistico, la lingua è un fenomeno storico-sociale, e come tale va studiata. 

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