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“Il mio anno di riposo e oblio”. La bella addormentata di Ottessa Moshfegh

“Il mio anno di riposo e oblio”. La bella addormentata di Ottessa MoshfeghIl mio anno di riposo e oblio, edito da Feltrinelli nella traduzione di Gioia Guerzoni, è arrivato in Italia preceduto da un notevole successo di critica e pubblico. All’estero è stato definito esilarante, sorprendente, indimenticabile. Come Eileen, narrato in prima persona da una voce femminile incredibilmente dispeptica, anche il secondo romanzo di Ottessa Moshfegh dà conto di un’esperienza catartica che cambia l’esistenza di una giovane protagonista. Il romanzo è la confessione di una Wasp ventiquattrenne col fisico da Kate Moss – laureata alla Columbia – che ha da poco lasciato un lavoro in una galleria d’arte di Chelsea per concedersi lunghi periodi di sonno nel suo appartamento sulla East 84th di New York grazie a un fondo fiduciario istituito dai genitori deceduti e a dosi massicce di narcotici. Il programma, dichiarato nel titolo e a pagina uno del libro, è solamente dormire.

«Nient’altro potrebbe darmi tanto piacere, tanta libertà, il potere di sentire e muoversi, pensare e immaginare, al sicuro dalla pena della coscienza vigile.»

 

L’obiettivo di questo sonno autoindotto è quello di intraprendere un percorso di rigenerazione che faccia tabula rasa di un passato che il lettore ancora non conosce e di un presente fatto di un ex fidanzato – Trevor – che bussa alla porta alla fine di ogni relazione, di un’amica – Reva –, piagnucolosa e invidiosa e di una psichiatra pazza e sciamana – la dottoressa Tuttle – che le prescrive ansiolitici senza aver fatto alcuna vera diagnosi. La protagonista – bella, ricca, giovane – non sembra avere veri problemi se non quelli di una vita troppo vacua. L’auto-cura del sonno, che lei chiama ibernazione, ci appare chiaramente per ciò che è: uno stratagemma usato per passare la vita al riparo dai sentimenti. Sono sentimenti che però il lettore fatica a comprendere e verso i quali è difficile provare empatia. La bella addormentata di Moshfegh evita amici e conoscenti, tollera a malapena la migliore amica, è succube dell’ex fidanzato erotomane, ma nonostante il lettore intuisca e speri che ci sia sotto dell’altro, questo altro non appare per almeno centocinquanta pagine impedendo di far scattare nel lettore quella scintilla necessaria a fargli amare la protagonista. Uno sceneggiatore direbbe che nel romanzo di Moshfegh manca la classica scena “Save the cat” quella in cui, anche l’eroe più insopportabile si conquista il favore del pubblico – o dei lettori – con un gesto piccolo, genuino e gratuito che ne svela la vera natura.

«Questa era la bellezza del sonno – la realtà si allontanava e appariva alla mia mente con la casualità di un film o di un sogno.»

 

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La sola attenuante è la morte dei genitori dopo la quale l’eroina de Il mio anno di riposo e oblio sembra essere scivolata in uno stato simile a un coma a occhi aperti. È tormentata dai ricordi d’infanzia, dal matrimonio disastroso di un padre assente e di una madre superficiale, spera col sonno di sfuggire al pensiero dei loro ultimi giorni. Dopo la laurea trova facilmente lavoro in una galleria d’arte grazie al proprio stile e abbigliamento: essere carina da una parte le assicura successo sociale, dall’altra la intrappola in un mondo che dà valore solo all’aspetto, cosa che sostiene di disprezzare salvo poi trascorrere buona parte del poco tempo vigile tra shopping compulsivo, depilazioni e manicure. Quando sceglie di ritirarsi – un lusso che può permettersi – la protagonista si prepara con metodo all’ibernazione pagando tasse e bollette in anticipo e facendo gestire le sue finanze dal consulente finanziario del padre, che ogni tre mesi le manda un resoconto delle spese che lei ovviamente non legge. La sua vita è dedicata a prendere farmaci che inducono il sonno, a dormire il più possibile, a svegliarsi con riluttanza per brevi intervalli e ritornare a dormire prima possibile.

“Il mio anno di riposo e oblio”. La bella addormentata di Ottessa Moshfegh

La sfida di Moshfegh – ritrarre l’insulsa vita interiore di una personalità narcisistica riempiendo centinaia di pagine parlando solo di sonno – è una sfida letteraria notevole. La aiuta una prosa fluida, asciutta e disadorna che ricorda Joan Didion e Mary Gaitskill, ma che non basta a tenere viva la storia e non convince del tutto chi legge. Il presunto tormento interiore della protagonista non è sufficientemente delineato, è detto, ma non viene sentito davvero. I lettori particolarmente interessati alle droghe sintetiche saranno entusiasti dalle litanie fatte di Ambine, Rozerem, Ativan, Xanax, trazodone, litio, Seroquel, Lunesta, Valium. Già a pagina venti i farmaci citati sono così tanti che il lettore si sente a sua volta narcotizzato. Manca qualcosa, come se il vuoto interiore del personaggio si manifestasse in un vuoto narrativo che nemmeno il black humor della voce narrante riesce a colmare. Benché passiva fino a essere catatonica, la protagonista non può evitare di interagire con un numero esiguo di persone che giudica e critica, incattivita, dipingendone ritratti fin troppo stereotipati. È un tratto della scrittura di Moshfegh mostrare personaggi provocatoriamente spiacevoli: poco generosi, ostili, ipercritici, privi di interessi intellettuali o culturali. Fondamentalmente amareggiati e chiusi in quel dolore patologico che Freud chiamava melanconia. «Ero costantemente molto infelice e arrabbiata.» Lo capiamo, tuttavia capirlo non basta, dovremmo soprattutto sentirlo.

“Il mio anno di riposo e oblio”. La bella addormentata di Ottessa Moshfegh

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Superate duecento pagine di inerzia narrativa, il romanzo si chiude con una nota di speranza che è anche un premio alla fiducia del lettore: finalmente arriva l’epifania e la protagonista si desta. Come spesso accade, il risveglio passa attraverso la presa di coscienza di una dimensione altra, più ampia rispetto al proprio ombelico. È l’attacco terrorista al World Trade Center dell’11 settembre 2001 – a cui l’autrice ci aveva preparato disseminando indizi nelle ultime pagine – a svegliare la bella addormentata, e con lei il lettore. «Tutto qui. Ero libera.» Ci scuotiamo di dosso il passato e le pagine precedenti. Prendiamo le ultime pillole, ci avventuriamo fuori, nel mondo.


Per la prima foto, copyright: Gregory Pappas su Unsplash.

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