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Il miliardario che si fa povero. “Destinazione America” di Gary Shteyngart

Il miliardario che si fa povero. “Destinazione America” di Gary ShteyngartSono numerosi gli scrittori americani di estrazione ebraica. Basti pensare a Philip Roth, Saul Bellow, Paul Auster, Bernard Malamud, lo stesso Salinger… Tra i nuovi scrittori americani di origine ebraica, si aggiunge Gary Shteyngart, autore di Destinazione America (Guanda, traduzione di Katia Bagnoli).

L'America del titolo spazia in un on the Road che tocca vari luoghi ed etnie, divise tra privilegi ed emarginazioni. Il protagonista di nome Barry Cohen è un trader ebreo con «un patrimonio gestito di 2,4 miliardi di dollari» (sono le parole con cui inizia il romanzo).

Il Dio Dollaro è il motore che in questo lungo e solido romanzo, degno della migliore tradizione letteraria americana, corrobora le azioni del protagonista nei due versi opposti della capitalizzazione e del manifesto rifiuto alla ricchezza. Fuggito dal lussuoso appartamento di New York di quattrocento metri quadri e da moglie e figlio gravemente autistico, si libera di carte di credito e di cellulari, e con in tasca un passaporto con un nome falso, l'ormai ex capitalista viaggerà nelle regioni della povertà che alimenteranno la sua nuova coscienza. O almeno il tentativo di una nuova coscienza. Le strade dell'America saranno la sua strada di Damasco.

 

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Siamo nell'America delle elezioni, in corsa per la presidenza c'è Donald Trump, avversato da Barry Cohen che pur si dichiara “repubblicano moderato” (l'autoattribuzione testuale è “Operatore finanziario repubblicano moderato”). La ragione dell'avversione per Trump è pure motivata dal ricordo di quanto il candidato dal parrucchino giallo in suo comizio abbia dileggiato un povero cronista disabile (il lungo viaggio a bordo del più popolare e maleodorante pullman di linea, riserverà pure entusiasti o rassegnati sostenitori dello smargiasso candidato repubblicano). Può il fuggiasco padre lasciarsi alle spalle il figlio malato?

Il grave autismo del piccolo percorre tutto il libro: pagine intense ritraggono il dolore della madre e i vani tentativi di riportare il figlio se non alla completa normalità a un'autonomia che non lo penalizzi troppo nella competitiva e spesso spietata società americana. Tristi considerazioni e comparazioni affliggono la madre, il cui marito si è eclissato lungo le strade dell'altra America.

Il miliardario che si fa povero. “Destinazione America” di Gary Shteyngart

Le contraddizioni della vita americana non mancano, come in altri famosi o meno famosi romanzi. Shteyngart è in linea con gli altri numerosi scrittori che del loro paese hanno redatto un ritratto schizofrenico, paranoide, feticistico. Quest'ultimo tratto è particolarmente accentuato dallo scrittore ebreo-russo: il suo protagonista miliardario, liberatosi di ogni bene materiale al punto di dover chiedere l'elemosina per strada, non ha rinunciato ad accompagnarsi a una valigetta che contiene la sua collezione di orologi valutati milioni di dollari. La preziosa valigia, icona del viaggio o del più disperato espatrio, è l'unico legame con il mondo capitalistico.

È azzeccato il riferimento continuo agli orologi, con il loro meccanismo di precisione che non è esente dall'ossessivo e spesso deluso bisogno del controllo e della conferma. Possono più bilancieri garantire l'esatto e uniforme scorrere del tempo? Può la vita quotidiana, specie quella aleatoria e rischiosa cui sembra essersi votato il fuggiasco, garantire sincronismi infallibili e rassicuranti? La famiglia non sembra poterlo fare. La fuga nemmeno. Direi che la parte più bella e nuova del romanzo di Shteyngard è proprio quella ricorrente in cui figurano gli orologi, in uno spaccato metaforico che non manca di ispirare nel lettore valenze antropomorfiche. Gli orologi: fidati compagni di vita!

Barry Cohen ha abbandonato la famiglia, ramingo per l'America cerca riscatti di amore e di fede nel trattare i suoi simili, pure i più disperati o abbietti, con forzati trasporti affettivi e pauperistici, nel tentativo di annettersi un'umanità che sembra aver perso per sempre.

Rispetto alle dinamiche spesso fraudolente degli hedge fund (sul trader Barry incombe un’inchiesta federale per insider trading), la vita tra gli squallidi sedili dei pullman di servizio ordinario, i confini e le periferie, gli scalcinati bar e hotel di frontiera, proietta un'altalenante presa della realtà americana che sa di verità. Shteyngard è attento a non sfociare in un manicheismo moraleggiante. Giova nel romanzo la sentita semplicità dei sogni d'oro, non meno di quanto si fa di notte mentre imperversa la tempesta: si sogna un domani radioso allietato dal sole e dal profumo dei fiori. Barry che viene da New York sogna la semplicità, la normalità (altri direbbero la banalità) della famiglia, della paternità, della casa, dell'amore. Rincorre, di pullman in pullman, di tappa in tappa, di strada in strada, un antico amore: una ragazza di nome Lyala, di quando erano studenti e si amavano senza timore di scontrarsi in dispute e momentanei rancori. Si potrebbe dire che Barry sogna il sogno, tanto fanciullesco ed elaborato allo stesso tempo è il suo bisogno di pace e identità. S’inventa padre di un figlio non suo, e scorda il proprio, lasciato alle cure di una madre disperata e di una volonterosa tata. Barry si è fatto povero per riscattare l'alienante ricchezza, ma non ha abbandonato i preziosi orologi, è un uomo in bilico, non tanto in cerca di redenzione quanto di posizione: vuole starsene tranquillo in una casetta con candide tendine alle finestre che sanno di lavanda e scordare un matrimonio fallito e una paternità disperata. Acquista giocattoli per il figlio ma bada bene a tenerlo lontano. È più codardo che infelice. O meglio: soffre la codardia dell'infelicità. La vergogna della fuga. Non basta aver gettato via le carte di credito. Si libererà pure degli orologi? E perché ha tenuto il passaporto falso? Per prevenire probabili condanne federali per frodi valutarie?

Il miliardario che si fa povero. “Destinazione America” di Gary Shteyngart

C'è ostentazione nel tentativo di espiazione dell'uomo ricco americano, che pure si è distinto nel finanziare società filantropiche. Sembra che in veste di povero l'esibizionismo capitalista non l'abbia abbandonato. La domanda è: quanto durerà la quarantena del miliardario? Il lettore non si fida di Barry, come non si fida la moglie lasciata sola a New York col figlio gravemente autistico, e come non si fidano i genitori di lei che non hanno mai visto di buon occhio il matrimonio della figlia. Ma nessuno è esente da colpe nell'americano crogiolo di razze: l'ostracismo della suocera non è forse dettato dal fatto che il genero non appartiene alla sfera dei WASP? Ovvero: “protestanti bianchi anglosassoni”?

Il razzismo e il classismo americano non sono apertamente, ideologicamente trattati nel romanzo, restano sullo sfondo, impliciti in quanto apparato cognitivo del lettore che ha letto altri libri sull'argomento. Ciò che sembra proporsi Shteyngart è piuttosto la dimensione esistenziale del suo protagonista, la sua sterile volontà di riscatto, deviato da ciò che in prospettiva sembrava apparirgli come una sorta di terra promessa: l'America! È il sogno americano visto alla rovescia ciò che emerge dalle pagine del romanzo. Può essere terra di riscatto l'America, oltre che di successo? Che successo e riscatto possano compenetrarsi, non sembra poter soddisfare l'uomo fuggito dalla Grande Mela. In questo egli è un ebreo errante. Ma l'ebraismo finisce lì, o meglio si accomuna allo spaesamento generale accusato dalle altre etnie che formano la minoranza della popolazione statunitense. La moglie è indiana, preda del rimpianto per la dravidica cultura Tamil; un amico della coppia è uno scrittore guatemalteco i cui libri non vengono letti e venduti; un collega di Barry è un cinese che progetta divani per sedurre le donne non più alte di un metro e sessantacinque… I sentimenti e i disagi delle minoranze sono ben rappresentati. In quanto a Barry, l'ebreo, s’interesserà marginalmente al bar mitzvah solo perché il figlio autistico raggiungerà l'età per presenziare all'investitura celebrata sul bimah… Sono termini della liturgia ebraica che conosciamo solo nelle ultime pagine del libro.

 

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L'ebraismo per Barry è solo una delle tante occasioni perse nella sua vita per sentirsi diverso da quello che è. Tra le altre cose ha perso l'ambizione di poter essere scrittore; leggere Hemingway gli è servito solo per illudersi di romanzare la propria vita. Il denaro non ha compiuto il miracolo dell'identità.

E gli amati orologi? L'unica identità rimastagli? Perché allora non farsi definitivamente orologiaio? Perché non smontare pezzo su pezzo i preziosi strumenti del tempo e scoprire una volta per tutte il conciliante responso di precisione? Calibrare il proprio essere (non solo nel tempo ma pure nello spazio: certo sofisticati orologi hanno funzioni astronomiche, dalle fasi lunari alle carte celesti). Micromeccanismi tra le attente mani, a quali responsabilità è chiamato l'uomo che non è stato capace di realizzare affetti familiari e pervenire alla sicurezza dell'amore! I congegni delicati degli orologi lo richiamano all'attenzione e al rigore. Sostituti dell'amore. Ora che la stella dell'altra America non può più guidarlo: Donald Trump è stato eletto presidente!


Per la prima foto, copyright: Steve Knutson su Unsplash.

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