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Il mestiere dello scrittore. “L’ultima intervista” di Eshkol Nevo

Il mestiere dello scrittore. “L’ultima intervista” di Eshkol NevoDa un po' di tempo nella produzione letteraria si agita il tema dello scrivere (e dello scrittore). Riedizione del vecchio assioma pirandelliano “La vita o la si vive o la si scrive”. Segno di crisi? I temi e le ispirazioni si esauriscono e la scrittura ripiega su se stessa?

È più o meno sempre successo che lo scrittore si interroghi su ciò che scrive. La forma prevalente finora è stata quella del tono indiretto, straniato per quanto possibile, espresso in filigrana più che esplicitamente.

Eshkol Nevo nel suo ultimo toccante libro, L'ultima intervista (Neri Pozza, traduzione di Raffaella Scardi), sceglie la spiccata autobiografia, truccata dall'artificio della domanda e risposta. Inventa o semplicemente trascrive le domande poste da un giornalista. Lo fa impegnando vita e letteratura in un penetrante sforzo introspettivo da cui emergono, si può dire a pari passo, determinazione e dubbi.

Troppo romanticamente retorico inquadrare la scrittura come malattia. Tanto più che Nevo nella sua lunga “risposta” all'intervistatore non manca ripetutamente di elencare i suoi mali fisici e psichici, primo tra tutti la distimia, sorella, come la chiama lui, della depressione. È proprio la sincerità, dispiegata nelle quattrocento e più pagine del romanzo, il perno su cui lo scrittore si dilunga a narrare della sua vita. Sua e dei familiari, amici, parenti, conoscenti, presenze professionali e occasionali… Il tutto che forma la giornata di un uomo. Il carico di assolvimenti e inadempienze causate dal peso del mondo.

 

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Una recensione del libro pubblicata in un importante giornale nazionale porta il seguente titolo Esplorare la banalità. Si può obbiettare, o meglio integrare, che il termine “quotidianità” è preferibile a “banalità”. Si può aggiungere che la “quotidianità” è riserva da cui gli scrittori traggono linfa per narrare. Nevo certo non si risparmia. Le domande poste dall'intervistatore sono il pretesto per allargare il campo a ogni sorta di spaccato esistenziale che ora affianca ora distanzia la scrittura. Il tema della crisi coniugale s’incrocia con molti altri temi: i figli, l'amicizia, la malattia, i viaggi, Israele, la fedeltà, la sincerità, la verità… Nevo è bravo a far scaturire un tema dall'altro, come in una catena in cui gli anelli si separano per riallacciarsi quando si presenterà l'occasione. Le occasioni non mancano nel testo dello scrittore israeliano. Il pretesto di rispondere offre alla pagina di spaziare circolarmente oltre le domande, come se una volta poste queste si aspettino di essere trascese dall’interpretazione dell'intervistato. Il lettore capisce presto che non sempre le risposte saranno in tema con le domande, o che almeno l'intervistato ne approfitterà per ampliare o modificare il contesto. È pur sempre uno scrittore colui che risponde, difficile per lui esimersi dal fare di ogni risposta, anche la più breve, un romanzo.

Il mestiere dello scrittore. “L’ultima intervista” di Eshkol Nevo

Pervade in tutto il libro, romanzo di romanzi, il richiamo alla verità e il rischio della bugia. Considerare il romanziere un bugiardo rispetta un compiaciuto vezzo autocritico. Un bugiardo autorizzato e perdonato. La sincerità richiesta dalla specificità delle domande non viene elusa da Nevo, uomo per quanto concerne la quotidianità/banalità escrittore per quanto gli è concesso di trasfigurare, pur senza ingannare. È questa l'impressione che si ricava leggendo L'ultima intervista: la legittimità di falsare le cose allo scopo di narrarle. Il che non scalza l'uomo per lasciare esclusivo spazio allo scrittore. Nevo non deve essere mai stato così sincero in vita sua, solo che lo è in maniera da non tralasciare, suo malgrado, la vera ragione per cui vive: la letteratura. Se ama i figli e gli amici al punto di inseguirli per paesi e paesi, pur sempre ruba loro le storie. Certe storie. Lo scrittore seleziona ciò che vale una storia e ciò che non la vale. Non vale viaggiare e tralasciare la famiglia per tenere conferenze a cui, a volte ben pagato, Nevo si presta come oratore ricavando la non riscattabile vergogna di se stesso. Per non parlare di quando si costringe a scrivere slogan elettorali per un uomo politico di cui non ha alcuna stima.

La distimia, è vero, non concede gioie e entusiasmi, ma indipendentemente dalla costrizione del disturbo nervoso, Nevo sembra ben lucido nel respingere la “cattedra” dello scrittore, tanto più che le sue conferenze non sempre hanno molto successo.

Nevo è scrittore: il suo destino, bello brutto che sia. È sincero perché pur romanzando non si falsa. È bugiardo per ragioni espressive non per escogitati tornaconti: quando confessa alla moglie un tradimento non consumato, lo fa per promuovere in lei la più classica e umana gelosia. Come qualsiasi altro povero uomo. Povero cristo e povero diavolo (nelle giaculatorie popolari Cristo e Diavolo sono sinonimi). È un uomo alle prese con la vita. Intrappolato nell’ardua ricerca della serenità. Ma il lettore che credesse di stare ad ascoltare anziché leggere sbaglierebbe approccio al libro. L'umanità di Nevo trasuda letteratura. Fin troppo, o almeno troppe sono le quattrocento e più pagine del romanzo che finiscono col soffrire una certa ripetitività che a sprazzi si traduce in noia per il lettore.

Il mestiere dello scrittore. “L’ultima intervista” di Eshkol Nevo

L'uomo scrittore si mette a nudo. L'intervista è l'occasione per spianare la coscienza e renderla quanto mai attiva e catartica. La quotidianità pretende il massimo riconoscimento, non accetta troppe trasfiguranti furbizie, anche se certi capitoli come risposte valgono l'autoaffermazione dello scrittore. Ma sono talmente pregnanti i tormenti sofferti in relazione ai travagli umani; la prosa soggiace alla verità del giorno, del mese, dell'anno, della vita quando cerca di eludere la morte o al contrario la subisce. Commoventi le pagine che piangono il decorso della malattia terminale e infine la morte dell'amico. Pagine che trasudano vera sofferenza. Il lettore arriva a chiedersi: ho mai avuto io un amico tale da dedicargli il mio tempo, le mie energie, le mie lacrime? Nevo lo fa e lo scrive. Lo scrive perché lo fa. I ricordi e gli affetti del passato garantiscono per lui: sa amare. L'amicizia tra gli uomini è il tema che più di ogni altro informa il libro. Il più convincente e originale, anche se forse il più ottocentesco.

 

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Il romanzo di Nevo è tradizionale, pregno di classici sentimenti. Lo scrittore non sbandiera l'ego. Non prevale in lui alcuna sregolatezza, è un uomo borghese in un contesto borghese, quello che lui sembra accettare e per cui gioisce e soffre. I raduni (recinti) letterari non lo attirano, se si piega a frequentarli e ad alimentarli è per puro mestiere, o meglio per professione. Il “mestiere” di scrivere il più delle volte, nelle voci degli scrittori, è iscritto in una sorta di snobistico privilegio artigianale che manca del tutto a Nevo.

Si è scrittori come altri sono avvocati, medici, ingegneri, impiegati, commercianti, artigiani… Il “mestiere” di vivere.


Per la prima foto, copyright: Trent Erwin su Unsplash.

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