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L’ultimo numero della nostra Webzine sta riscuotendo un successo di riscontri che ci stimolano a continuare nel percorso intrapreso. Abbiamo ricevuto critiche costruttive da editori, critici letterari e dai lettori.

Vorrei nei mesi che ci separano dal prossimo numero farvi conoscere di più gli articoli di chi collabora con noi, a cominciare dal caporedattore Gerardo Perrotta, il quale, senza ombra di dubbio, è uno dei fulcri della redazione.

 

Se avete critiche e suggerimenti, o se volete conoscere le possibilità di collaborazione e advertising con banner, scrivete a webzine@sulromanzo.it

***

 

di Gerardo Perrotta

 

Altrove la malattia, qui forme di esorcizzazione; altrove la còrea di Sydenham, qui il Ballo di San Vito; altrove il pensiero lineare e progressivo, qui il pensiero meridiano. Altrove l’Oceano di aperture infinite che generano conquiste senza misura, qui una chiusura tra terre che anima il senso della partenza e la malinconia del ritorno; la confusione mediterranea è un ordine con guizzi di follia ben armonizzati. Il lento susseguirsi delle onde induce i sociologi a riflessioni speranzose che annegano Scilla e Cariddi, come la rimozione con le ombre dell’io. Qui la razionalità incontra la superstizione dando vita a forme che non trovano riscontro in riflessioni sulla misura o sulla lentezza. Lo sfogo tersicoreo della tarantolata ha una cadenza prestabilita, come il percorso a tappe delle processioni dell’entroterra o i residui dei riti propiziatori della raccolta dell’uva sulle colline.

 

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Commenti

Il qui e l'altrove sono caratterizzati da differenze di ordine emotivo e corporeo, mai intellettuale, perché l'intellettualità deve la propria regalità a princìpi che devono valere ovunque nella loro fissità universale. Quando in questi princìpi s'insinua il sentimentalismo, una corruzione si opera e ne scaturisce quella che è chiamata "morale". Morale che sbandiera le proprie convenienze spacciandole per princìpi, morale che difende la razza, il colore della pelle, l'accento nella pronuncia, la grazia esclusiva nella danza. Tutti confini che invece di includere... escludono il diverso sfruttandone le debolezze. Confini che presagiscono la guerra preventiva, che nasce dalla paura di perdere ciò di cui ci si è ingiustamente appropriati, arrivando a voler esportare la pace "democratica", la pace di illuse maggioranze, attraverso il genocidio. Inevitabilmente si finisce, dividendo il qui dall'altrove, col predicare cose diverse dall'amore universale.

Massimo, pur restando al di fuori del mio intervento, come ha fatto lei, ho qualche dubbio. Il qui e l'altrove esistono, come dati oggettivi e incontrovertibili: io ora le sto scrivendo da qui, lei mi sta leggendo da un altrove che sarà anche il suo qui, ma non è il mio, sia per ragioni fisiche e geografiche, sia per questioni prettamente intellettuali, corporee ed emotive. Il qui e l'altrove esistono e non rimandano, di necessità, a un migliore o a un peggiore. Tentare di negarli è una consenguenza dell'aderenza a principi universali proposti da un'intellettualità senza corpo, che non genera amore, se per amore s'intende il rispetto dei singoli, ma l'ammirazione per l'adesione a un modello. Il modello di chi? Della ragione universale? Che poi è sempre la ragione universale di un qualcuno situato nel suo qui. Non è che forse morale, corporeità, emotività e intellettualità sono strettamente connesse tra loro? E che qualunque scissione a favore dell'uno, quanto dell'altra, potrebbe portare a pensare a un'intelligenza priva di concretizzazione o a un corpo incapace di intellettualità? Quando si arriva al genocidio è davvero in gioco solo la morale o, forse, proprio una ragione universale, un'intellettualità pura, che tenta di affermarsi, eliminando chi risulta inadeguato e, dunque, la nega per il solo fatto di esistere?

La ragione universale, come la definisce lei, non è di natura individuale e non ha, essendo universale, un luogo di nascita né si colloca da alcuna parte perché è ovunque legiferante. Il sopra e il sotto, il dentro e il fuori che derivano dall'unica centralità, principio e fine informale della forma, sono universalmente applicabili come concetti, e non hanno preferenze, anche se sono dimensioni ordinate gerarchicamente tra loro, in dipendenza del punto di osservazione dal quale sono considerate, in relazione alla stabilità della loro natura. Così l'asse centrale, fisso nei confronti dell'energia che gli ruota attorno, è gerarchicamente superiore a tutto ciò che si muove sulla spirale della vita. L'intelligenza universale non si afferma, così come non si appropria di niente perché nulla possiede e, in questa assenza, tutto le appartiene di già come ogni effetto appartiene al principio al quale deve la propria sussistenza. Intelligenza universale e spirito sono tra loro sinonimi della stessa e unica ragione sufficiente d'essere dell'esistenza, e a questa Realtà priva di dimensione e forma anche il male è inconsapevolmente utile, utile all'insegnamento di cosa è il bene di tutti.

Mi sembra che il punto sia sempre quello: esistono concetti realmente universali, o meglio che siano emanazione diretta di una ragione universale, atemporale e priva di un luogo proprio? Esiste davvero una tale ragione? Per come la descrive lei è una ragione universale che dovrebbe fare a meno della manifestazione, eppure lei stesso, qualche ora fa, ne ha parlato e l'ha descritta, dal suo qui (che è il mio altrove), anche con una certa minuzia. Il mio dubbio continua a sussistere e mi sembra che la sua definizione della ragione come gerarchicamente superiore lo confermi: nel momento in cui qualcuno afferma l'esistenza di una tale ragione universale, un po' subordina la "spirale della vita", come la chiama lei, a questa ragione stessa. E cosa succede se la vita si dimostra come non rispondente a questa ragione universale, i cui principi e le cui caratteristiche, o attributi, sono quasi sempre descritti da un singolo individuo o da una singola istituzione o da una singola scuola teologica o filosofica? Il ricorso alla ragione universale ha contribuito a corroborare tesi totalizzanti, dalla religione alla filosofia della storia, passando anche per le dittatture che su una ragione superiore e universale basano il loro fascino teorico. Che il male sia inconsapevolmente utile all'affermazione del bene è oggetto di discussioni lunghe: si potrebbe anche pensare che sia il bene ad essere utile al male. Non è detto che una ragione universale, pur ammettendo che possa esistere, sia necessariamente emanatrice solo del bene, anche perché, se così fosse, le si potrebbe obiettare: che universalità è, se escludi una buona fetta della vita? Se una ragione universale esiste, bisogna ammettere che essa sia insieme male e bene, altrimenti non potrebbe essere realmente universale.

Il corpo è un mezzo dell'intelligenza, mentre quest'ultima non è un mezzo ma è la ragione d'essere del corpo. Vorresti dire, Gerardo, che la relazione tra l'intelligenza e la corporeità non sia gerarchicamente chiara? L'individualità di ogni essere è un composto il cui dosaggio forma l'individuo speciale che ogni essere è, ma questo non significa che le sue parti, pur nella loro sintesi, non siano considerabili secondo una valutazione di importanza e precedenza logica e temporale. L'intelligenza universale, però, pur nel suo essere disponibile per l'individuo in quanto intuizione spirituale, è al di fuori della durata, dunque del fluire del tempo. Infatti essa è immediata e non sottomessa al lavorio della mente che può solo ridurne la portata nel non poterne comunicare l'Essenza, poiché quest'ultima condivide stessa natura dell'Assoluto mistero.

No, affatto. Io ho sostenuto una interrelazione tra moralità, corporeità, emotività ed intellettualità, premettendo che una scissione tra questi elementi mi sembra una negazione di un aspetto importante, che potrebbe condurre a formulare l'ipotesi di un corpo privo di intellettualità o di un'intelligenza priva di concretizzazione. Comunque, anche la sua affermazione del corpo, inclusa la mente o il cervello, come mezzo per la manifestazione dell'intelligenza mi sembra una forma di relazione, quindi non in contraddizione con la mia affermazione.
Non ho azzardato ipotesi gerarchiche, però, la sua sicurezza mi genera dubbi: lei afferma che l'intelligenza individuale è superiore al corpo. Ma se il corpo viene meno, se viene meno anche solo la mente, cosa succederebbe dell'intelligenza?
Per l'intelligenza universale, le lancio una domanda: e se la chiamassimo logos? :-)

Logos nel suo senso riferito alla ragione d'essere della realtà, non certo al calcolo quantitativo e numerabile e neppure alla ragione umana, perché la realtà, pur generando la logica, le è superiore. La logica è figlia della verità, non madre, e questo significa che la logica non può includere in sé la verità nella sua totalità. Se sei interessato all'universalità dei princìpi, per non occupare spazio qui che l'ho già occupato altrove, ti lascio un link a un mio scritto che ne chiarisce la natura: http://metafisica-vajmax.blogspot.it/2010/08/cosa-si-deve-intendere-per-...

Massimo, diciamo pure logos nel senso stoico del termine, che ha, nel riferimento alla logica, solo una visione parziale, rimandando a qualcosa di diverso dalla logica.
Ho letto il testo nel suo blog e la ringrazio per la segnalazione, ma a me resterà comunque un dubbio: ammesso che la ragione universale esista come entità superiore, deve la sua universalità all'astrazione, cioè al suo non concretizzarsi, o al suo concretizzarsi senza reificarsi mai completamente. Cosa succede, però, quando qualcuno pensa di poter dire quali siano questi principi di ragione universale? Il rischio di un particolare che si auto-assurge a universale è pericoloso.
Nel testo, lei introduce il riferimento all'Assoluto che mi riporta indietro nel tempo. Però, l'Assoluto si colloca su un piano differente dalla ragione universale /logos, dovrebbe precederla.

L'Assoluto non si colloca su un piano, né è una dimensione. Non "è" neppure, e non è definibile che per negazione, nel senso che si può soltanto dire ciò che assoluto non è. Se nell'essere umano non ci fosse una centralità ineffabile che condivide l'assolutezza, l'uomo non potrebbe nemmeno immaginare l'eventualità rappresentata dalla necessità di dare un fine non relativo alla relatività dell'esistenza. L'intuizione spirituale è questa capacità, ed è concessa a individui qualificati al "vedere" i princìpi universali. Non è una vista della mente, né del cuore inteso come un sentire emotivo. Alla mente è riservata la decodificazione della realtà vista al di fuori delle ipotesi o delle concezioni individuali, ma non le è possibile comunicare l'Essenza, poiché questa non è relativa e non può rientrare in una realtà che le è incommensurabilmente inferiore. Non sarebbe nemmeno corretto parlare di "ragione universale" perché la ragione è una caratteristica prettamente individuale, come la razionalità logica dalla quale è caratterizzata. Ciò che è universale supera necessariamente l'individuo, e all'individuo che ha esperienza diretta dell'universale è concesso soltanto il vivere, se lo vuole, le conseguenze della verità che conosce non attraverso la mente. La mente, e la ragione che è suo strumento, possono solo prendere atto di ciò che è visto nell'immediatezza dello spirito. L'elevatezza e la profondità del vedere sono poi in relazione con quanto l'individuo riesce a mettere in pratica rinunciando al proprio egoismo. Colui che vede non può più produrre concezioni e teorie che gli appartengano; il vedere non si limita al conoscere intellettuale, ma pervade tutto l'essere in ogni sua espressione. Ed è qui la lotta.

Massimo, che bel passare dalla filosofia, alla teologia negativa, fino alla mistica :-)
Dunque, l'esistenza è l'unico attributo che si può predicare dell'assoluto, per il resto si può solo dire ciò che esso non è. E qui restiamo a metà tra la filosofia e la teologia negativa.
La ragione universale non è l'assoluto, pur essendo stata definita "non è di natura individuale e non ha, essendo universale, un luogo di nascita né si colloca da alcuna parte perché è ovunque legiferante".
L'assoluto è coglibile solo attraverso l'immediatezza dello spirito e resta, però, in-dicibile nel suo essere. Di qui, il silenzio (o la ricerca di una lingua nuova) dei mistici.
Ma tutto ciò non può negare il fatto che esistano un qui e un altrove: l'assoluto, sempre ammesso che esista, potrà condurre ad affermare che la realtà è sua emanazione, pur essendo l'assoluto tale da non poter essere in essa contenuto, ma potrebbe mai portare a negare l'esistenza di un qui diverso da un altrove (entrambi scritti con la minuscola, ovviamente)? In certi casi, è successo e le conseguenze sono state pericolose.
Peccato che da domani sarò fuori per qualche giorno, sarebbe stato interessante proseguire.

No no, l'Assoluto non esiste, perché se esistesse sarebbe affermato e ogni affermazione è una negazione dell'assolutezza. Metafisicamente chiedersi se l'Assoluto, o Dio come molti impropriamente lo chiamano, esista è una contraddizione in termini. La metafisica non è filosofia né teologia e neppure mistica. La prima è frutto di concezioni umane come la seconda, mentre la mistica ha carattere di passività ed è un'esperienza soggettiva. La metafisica, invece, è prettamente attiva e intellettuale, ed è conoscenza immediata e diretta attuata attraverso la Certezza assoluta. Così cita un detto sufi: La Certezza è come l'infinità del Mistero assoluto la quale non può esaurirlo.

Al fine di essere ancora più chiaro citerò un detto taoista: L'intero universo nei confronti dell'Assoluto è meno di un battito di ciglia...

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