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Il male della felicità a tutti i costi. Intervista a Daniele Mencarelli

Il male della felicità a tutti i costi. Intervista a Daniele MencarelliPubblicato da Mondadori e in lizza per il premio Strega, Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli è la storia di uno e di tutti.

L’esperienza è autobiografica, risale agli anni Novanta, quando Daniele passa una settimana in TSO, trattamento sanitario obbligatorio, a Roma, in un’estate afosa, soffocante. È poco più di un ragazzo e il dolore del mondo che s’infrange contro il suo cuore, che penetra fin dentro le viscere, è troppo. È da pazzi. Ma lui non è pazzo. O meglio, chi sono i pazzi?

Lo stile è un ruscello, si porta dietro i detriti che lo rendono autentico, come autentica è la parlata dei personaggi. Sei dentro, per una settimana, per un TSO, anche se l’esperienza non ti è famigliare. Perché è sì la storia di Daniele, ma è anche la storia di chi indossa giubbotti antiproiettili sopra il cuore e di chi invece si aggira per i dedali della vita senza alcuna protezione.

Abbiamo parlato di questo con Daniele Mencarelli, della fragilità, del modo in cui è nato il romanzo e della scrittura.

 

Cosa l’ha spinta a raccontare questa esperienza così forte che ha vissuto in prima persona?

Daniele che racconta parla di un’esperienza borderline, è un episodio estremo; la vicenda interiore però appartiene quasi a tutti fintanto esistono ancora gli interrogativi. Quindi, nel mio corredo autobiografico, disponevo di diverse vicende molto forti che, per quanto marginali, mi sembrava che raccontassero un’umanità che appartiene a tutti.

Pensiamo ai fatti di attualità, alla pandemia che ci affligge, è la conferma che nella normalità si dimenticano i limiti dell’essere umano. Ecco, i miei personaggi non hanno bisogno di un’emergenza per sperimentare questi limiti. Infatti, percepire i limiti dell’esistenza dovrebbe essere un esercizio quotidiano.

 

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Resto nell’ambito dell’attualità. Dice: «un uomo che si interroga sulla vita non è più un uomo produttivo, magari inizia a sospettare che l’ultimo paio di scarpe alla moda che tanto desidera non gli toglierà quel malessere». Siamo in isolamento, chiusi nelle nostre case, per via dell’emergenza sanitaria, eppure continuiamo a consumare in modo spasmodico. Come in un’equazione in cui l’incognita x non è più la scarpa, ma l’informazione. Questo consumo, secondo lei, è solo un altro modo per tenerci lontani dagli interrogativi?

Bella domanda. Nella nostra epoca il consumo non è più legato al prodotto materiale. Consumiamo quello che io chiamo la «narrazione del mondo». C’è un confine tra l’informazione consapevole, ovvero cosa fare e cosa non fare, e l’intossicazione per colpa della mole infinita di informazioni che sfociano poi nelle fake news.

Il male della felicità a tutti i costi. Intervista a Daniele Mencarelli

La «narrazione del mondo»?

Oggi il modo in cui sperimentiamo il mondo è sempre più la narrazione di una relazione che intercorre tra la realtà e il mondo. Distanti dall’oggetto, non siamo più abituati a vivere la realtà ma solo il suo racconto privo di esperienza diretta, dello scontro e dell’incontro con l’altro, dello stare assieme agli altri. Per esempio, mia madre non riesce a stabilire una distanza netta tra la narrazione che sente alla radio o in televisione e la realtà.

 

Crede che aver reso la filosofia, per esempio, storia della filosofia, nei licei, abbia influito in questa perdita di senso critico?

Ne sono certo, a raccontare la filosofia in quanto storia del pensiero la si rende una materia statica, lontana, ma utile a chi costruisce le narrazioni. Per esempio, quando vado nelle scuole mi piace giocare con i ragazzi e mostrare loro come una sequenza di immagini e suoni possa essere montata in almeno dieci modi diversi. L’idea è che chi racconta può manipolare.

 

Ci ritroviamo così fragili… Daniele, Daniele che racconta, parla spesso della fragilità.

Essere fragili è cosa buona anche se ci è stato insegnato che la fragilità sia una zavorra. È naturale per l’uomo e mi piace distinguerla dalla sensibilità. La fragilità ci porta a una doverosa ricerca interiore; un esercizio che permette il dialogo con la vita. Le fragilità non vanno risolte, ma conosciute e vissute per quello che sono: un punto dove siamo meno spessi, in cui possiamo romperci. È attraverso la fragilità se possiamo essere più attenti agli altri secondo il principio: se esiste in me, forse esiste anche negli altri. È importante non demonizzarla.

Il male della felicità a tutti i costi. Intervista a Daniele Mencarelli

Eppure, pensa il protagonista in modo provocatorio: «è così che si vive. Con un giubbotto antiproiettile sul cuore invisibile». Ma sono davvero più forti loro?

L’uomo ha perso la facoltà di riconoscere i limiti dell’esperienza. Chi l’ha ancora è bollato come depresso. Questo perché sono venute meno tante lingue. Pensiamo alla religione, era compito suo farci riflettere sui limiti dell’uomo. L’elemento linguistico è un elemento di relazione. Quello che vivo io fa parte della mia natura: sono un essere umano che ha tanti simili. Nella nostra epoca, sono sempre meno le lingue attraverso le quali parlare di questi temi. La gioventù prolungata all’impossibile ci ha fatto perdere qualcosa. Fino ai venticinque anni si tende a essere animali sociali, si manifesta con impeto e difficilmente ascolta gli altri. Domina il branco sociale fatto di un pensiero e un sentire comune e non contempla, cadendo sotto la categoria della gioventù, gli interrogativi, quelli essenziali, che iniziano a divorarti perché imbastarditi e ignorati. È così che nascono i mali. La narrazione del mondo che sperimentiamo oggi è una narrazione che ci racconta un mondo senza problemi, che ha risolto tutti i quesiti antichi. Il rischio è che si diventi straordinari animali da tiro. Si crederà così negli obiettivi, nei target della competizione. Se non c’è più nulla da risolvere, io sono quello che il mondo mi chiede di essere. Senza distrazioni.

 

E la felicità? Diventa davvero una questione di chimica così come lascia pensare il medico che ha in cura Daniele?

Daniele è un ragazzo che soffre e che si affiderebbe a qualsiasi medicina pur di stare bene.

La felicità è una spinta a stare bene con se stessi e con gli altri. È un tema, però, che, a mio avviso, resta confuso e sfocato, specie nella nostra società. Oggi con felicità si intende qualcosa che non appartiene agli esseri umani. È un tema molto sfruttato dalla comunicazione che veicola l’idea secondo cui hai tutto, sii felice. È tuo diritto e dovere essere felice. Nascono così i disturbi alimentari e i ragazzi problematici, perché si convincono che avere tutto sia conditio sine qua non per essere felici, dove la felicità è una specie di isola da raggiungere e sulla quale restarci per sempre. È un concetto sbagliato, è irrealizzabile una simile felicità. Non è una bandiera statica. La felicità è lo strappo di un secondo. Infatti, il dono più grande che abbiamo è l’allegria.

 

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Dedica molte riflessioni alla scrittura e le ho trovate di una purezza di pensiero davvero straordinario. Daniele ama scrivere poesie, non ama leggerle agli altri, e quando pensa di farlo, c’è un dettaglio che lo fa desistere. Un’assenza che non lo fa smettere di scrivere. Che cos’è la scrittura per lei?

È stata la più grande scoperta della mia vita. È un magnifico contenitore, è lo spazio in cui procedo nella mia ricerca interiore. Mi rendo conto che spesso non si hanno molti alleati nell’affrontare la vita. Per quanti uomini abbiano amato nel mondo, quando tu ami, è come se fossi il primo uomo della terra ad amare. Ecco, da questo punto di vista, io ho un alleato e questo è la scrittura. Negli anni, ho scoperto che questo mio alleato poteva diventare anche l’alleato di altri. Amare e scrivere sono le due cose che mi tengono in vita.


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Per la prima foto, copyright: Nik Shuliahin su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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