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Il magma che ci portiamo dentro. “La memoria della cenere” di Chiara Marchelli

Il magma che ci portiamo dentro. “La memoria della cenere” di Chiara MarchelliLa memoria della cenere (NN Editore, in libreria dal prossimo 24 gennaio) è il nuovo romanzo di Chiara Marchelli, che con il suo libro precedente Le notti blu (Giulio Perrone Editore, 2017) era stata tra i dodici finalisti del Premio Strega.

Protagonista di questa nuova storia è Elena, una scrittrice aostana da tempo residente a New York, dove convive con Patrick, professore universitario francese a sua volta in trasferta nella metropoli americana. Una notte Elena perde i sensi e viene ricoverata in ospedale, dove si scopre che è stata colpita da un aneurisma cerebrale. Sopravvive a un tempestivo intervento chirurgico, ma l'evento diventa un inesorabile spartiacque tra la sua vita precedente e quella successiva, caratterizzatadalla malattia: mesi di ospedale e poi di riabilitazione la segnano profondamente, al punto da programmare con Patrick un cambiamento radicale delle loro vite. Decidono quindi di tornare in Europa e di stabilirsi in un paesino francese, nella regione dell'Auvergne, dove Patrick possiede ancora una casa di famiglia, ai piedi del vulcano Puy de Lúg.

Qui Elena cerca di riabituarsi a poco a poco alla vita, anche se il suo ritorno alla normalità non è del tutto compiuto e non riesce ancora a dedicarsi alla scrittura come vorrebbe.

 

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I suoi genitori organizzano un breve viaggio da Aosta per venire a trovarla, ma proprio in coincidenza con il loro arrivo al paese si verifica un fatto del tutto inatteso: dopo una lunga inattività, il vulcano Puy de Lúg si risveglia all’improvviso. Tutta le regione attorno al vulcano viene sommersa da una pioggia di cenere, mentre la lava inizia a scorrere e il fumo sempre più forte rende l'aria irrespirabile. Gli abitanti delle zone più vicine vengono evacuati e le comunicazioni s'interrompono, perché fumo e cenere impongono la chiusura degli aeroporti, mentre strade e ferrovie s'intasano di persone in fuga.

Bloccati nella loro casa, Elena, Patrick e i genitori di lei sono costretti a una convivenza che si rivela difficile, perché la paura del momento presente scardina ogni certezza, ravviva tensioni sopite e mette in luce le fragilità di ognuno, ma può anche essere il punto di partenza per una faticosa rinascita.

Chiara Marchelli, che vive a New York, è venuta a Milano per presentare il suo nuovo romanzo nel corso di una serata introdotta da Luca Pantarotto, social media manager di NN Editore, in cui ha risposto alle domande dei blogger.

 

Fin dalle prime pagine questo libro mi ha dato un'impressione di estrema sicurezza, perché appare scritto da una persona molto sicura di sè e della sua scrittura. Visto che in un'intervista lei parlava di sécome di una persona irrequieta, da dove viene, in questa sua vita apparentemente irrequieta, la capacità di scrivere storie solide come questa?

Non credo che l'irrequietezza e quella che lei chiama sicurezza della scrittura non possano stare insieme. La mia irrequietezza è quella del vivere quotidiano, di come uno si sente nel mondo, di che posizione pensa di occupare, in che luogo decide di restare, o se sceglie di cambiare il posto in cui vivere. La sicurezza della scrittura può essere compatibile con un modo di essere di questo tipo, perché là dove forse uno si sente meno robusto, meno radicato, meno concreto, ha bisogno di costruirsi da qualche altra parte, nel mio caso nella scrittura, in un modo più completo.

Per quanto mi riguarda, da un certo momento della mia vita, ho cercato i luoghi o il luogo che potesse riaccogliermi, darmi radici, identità, un senso di casa e l'ho cercato in vari posti, partendo appena possibile, studiando in altre città, spostandomi anche un po' in Italia e poi all'estero. Ma nel frattempo si andava costruendo la mia personalita come donna e come scrittrice e credo di avere costruito una coerenza proprio nella scrittura. Ho cominciato molto presto a scrivere, ho sempre saputo di volerlo fare, anche se non come, perché il come viene facendo, però forse è l'unica parte di me che non è mai stata messa in discussione.

Quanto poi all'avere davvero una buona penna, quello è il lavoro di una vita. Mi sono sempre detta che la mia massima ambizione era quella di diventare la migliore scrittrice che avrei potuto essere. Non si tratta solo di essere ispirati, perché il lavoro dietro è fondamentale. Ho costruito attorno a me un mondo che mi permettesse di avere sempre il tempo e la concentrazione per scrivere: la scrittura al primo posto, tutto il resto come secondario.

Il magma che ci portiamo dentro. “La memoria della cenere” di Chiara Marchelli

Di questo romanzo mi hanno colpito due cose: la descrizione delle sensazioni legate alla malattia della protagonista, per cui volevo sapere come si è documentata per raccontare così bene quest'esperienza, e la scelta di collocare l'eruzione di un vulcano in una zona della Francia che è sìdi origine vulcanica, ma dove non ci sono eruzioni da mille anni.

Per l'aneurisma ho fatto moltissima ricerca. M'interessava una malattia che colpisse il cervello e la mente, fondamentale per la protagonista che da lì genera il proprio mestiere. Parto da Internet e vado a leggere articoli in modo sempre più specifico, fino a trovare qualche specialista (in questo caso la neurologa che ringrazio alla fine del libro) che poi bombardo di domande. Immagino poi il resto, come fa qualsiasi scrittore che parli di qualcosa che non lo riguarda direttamente. Penso che sia compito dello scrittore non parlare solodi se stesso, ma entrare in uno stato di ascolto/osservazione/empatia dell'altro fino a diventare un po' l'altro. Si rischia di diventare camaleontici facendo questo mestiere, ma penso che sia fondamentale riuscire a porsi dentro la vita di un altro.

I vulcani francesi sono in effetti in stato di quiescenza. Volevo inventarmi qualcosa e il vulcano mi è venuto in mente perché mi sembrava forte, perché si accompagnava al processo magmatico, al movimento che sta dentro la protagonista, che da uno stato orizzontale di impotenza torna alla vita in un modo impetuoso, in questo luogo chiuso in cui saltano tutti i rapporti.

Ho avuto un attimo d'incertezza all'inizio, immaginando che inventare un luogo non funzionasse, ne ho parlato con i miei agenti e per loro era difficile ambientare una storia in un posto che non esiste, ma per me ormai quel posto esisteva e ho provato a fare questa scommessa. Far succedere qualcosa in un luogo che non esiste è una delle invenzioni narrative che possono permettersi gli scrittori.

 

Avevo trovato un parallelismo interessante tra aneurisma e vulcano: sono entrambe cose pericolose quando esplodono, per cui le avevo lette come una duplice immagine dello stesso concetto, un'esplosione che va a coprire tutto quello che c'era prima, e poi bisogna andare a vedere cosa resta e come prosegue la vita da quel momento in avanti. Ha lavorato anche su questo o me lo sono immaginato solo io?

Sì, tanto che a un certo punto del libro faccio dire a Elena che le è scoppiata la testa mentre il vulcano erutta. C'è questo collegamento che lei ha notato ma che è venuto dopo. M'interessava l'idea del magma, tanto che per me in partenza Magma era il titolo. Avevo più o meno idea di dove sarebbe finita la storia, ma certe cose e certi rapporti si delineano solo mentre scrivi. Le due esplosioni hanno iniziato ad assomigliarsi sempre più da un certo punto in avanti, perché all'inizio non avevo pensato a questo rapporto diretto tra le due cose.

Mi piace pensare di scrivere in un modo organico, per cui mettere un vulcano a qualcosa deve servire: qui serve a riunire queste persone in una casa e farle parlare, discutere e lottare, ma anche a creare un parallelo tra la natura e noi.

 

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Purenel libro precedente c'è questo sviscerare le dinamiche familiari, in particolare mi sembra che ci sia un'attenzione particolare al discorso di essere figlio. È una sensazione giusta, questo vedere il rapporto genitori/figli soprattutto dalla parte dei figli?

Sì, eperché io sono figlia ma non sono madre, anche se ne Le notti blu il racconto è fatto dal punto di vista del padre: c'è sempre un forte senso di famiglia, di appartenenza, di rapporti padri-figli, madri-figlie. In questo libro è forte l'identità di Elena in quanto figlia, perché quello è, è sempre stata e da un certo momento in poi desidererebbe pure tornare a essere. È la prima volta che scrivo un romanzo in prima persona da un punto di vista femminile e forse ho identificato la protagonista molto nello specifico: è una donna, è andata via ma è rimasta in divenire, sta ancora diventando. È compagna ma non è madre.

 

Cos'è per lei ricominciare? E le è capitato nella vita di sentire di dover ricominciare?

Continuamente! E per fortuna. Il ricominciare della protagonista non è il mio, perché quello che succede a lei non è successo a me, però credo che ci siano nella vita di tutti dei bivii per cui prendi una direzione, fai una scelta escludendone un'altra, e ogni scelta è una cosa nuova. Anche se provi a restare nel tuo, poi arriva la vita a far succedere cose per cui ti tocca ricominciare.

Per quanto mi riguarda, credo di essere in una fase per cui ho voglia di una svolta profonda, di un cambiamento di vita e forse è questo un po' l'aspetto autobiografico del romanzo. A febbraio saranno vent'anni che vivo a New York, che è la città in cui ho vissuto più a lungo in tutta la mia vita. Non è la prima volta che mi succede, da scrittrice, di anticipare sulla carta quello che vorrei far accadere nella vita. Poi ovviamente drammatizzo, perché mi auguro di non dover cambiare dopo un aneurisma, ma è l'irrequietezza di cui si parlava all'inizio: io dopo un po' ho bisogno di cambiamenti, magari soltanto di stimoli. Per me il nuovo è pure tanto nelle piccole cose, per cui alla fine è difficile che mi annoi davvero. Probabilmente adesso ho voglia di fare qualcosa di diverso.

Il magma che ci portiamo dentro. “La memoria della cenere” di Chiara Marchelli

Una parte importante del magma è il riaffiorare del ricordo, di tutto il sepolto di immagini che inizia a eruttare. In che modo la ricerca di rinnovamento e di stimoli va di pari passo con un recupero del passato, che poi è una grande ricchezza, non solo dolore e nostalgia?

La spinta in avanti , ma con un occhio su chi siamo, cosa ci ha formato e come siamo diventati oggi penso sia un connubio fondamentale nella costruzione di un'identità rotonda, perché la spinta verso il futuro negando il passato potrebbe essere una fuga. L'occhio soltanto sul passato potrebbe essere un atteggiamento poco sano nei confronti della vita che, in ogni caso, procede.

In questo libro entrambe le cose sono molto calcate perché si tratta di una persona che ha rischiato di morire e ogni volta che si vive un'esperienza così forte tutto quanto diventa più netto e più importante, soprattutto se, come nel caso dell'aneurisma, sei costretto a stare fermo in un tempo verticale, in cui non puoi che scendere dentro di te, ma è impossibile fare i conti con se stessi senza ricordare ciò che si è.

 

Mi piace il modo in cui descrive le emozioni dei personaggi e permette al lettore di immedesimarsi. È lei a influenzare i suoi personaggi o il contrario?

Sono uno di quegli scrittori che vive col filtro della scrittura davanti. Vivo in maniera intensale emozioni, in modo onesto e sincero, ma penso anche "questo potrei usarlo per una storia" nel senso migliore del termine: usarlo nel senso di trascriverlo, riportarlo, perché quella dopotutto è la mia voce e ho bisogno della penna per esprimerla pienamente.

I personaggi non sono altro che la traduzione in una trama e dentro una storia delle persone, della natura umana. Quello che io faccio è osservare e riportare quello che mi ha colpito e che ho voglia di raccontare. Non ci sono distanza, prevaricazione, ordine di apparizione tra me e quello che scrivo, nel senso che molto spesso c'è una storia che m'interessa scrivere, ed è lei che comanda: in questo caso, l'aneurisma, che va raccontato seguendo certe regole. Però ci sono altri momenti della scrittura in cui voglio esprimere qualcosa che è mio e lo faccio passare attraverso un personaggio. In questo caso comando io, ma è un'armonia, uno scambio continuo tra me e quello che sta fuori da me: l'osservazione, l'assorbimento dell'altro, l'identificazione. Mi è difficile separare i momenti. È un modo molto intimo di stare dentro quello che scrivo, anche se non ho allucinazioni e non parlo con i miei personaggi.

 

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Quali sono le sue aspettative nei confronti della critica e del pubblico per questo libro, dopo il grande successo de Le notti blu?

Nessuna. Ho moltissime speranze, spero che piaccia tantissimo e a tutti, che venda milioni di copie, ma non ho aspettative.

Scrivo da tanto tempo, il primo romanzo che ho spedito a un editore l'ho finito a diciassette anni e quest'anno ne compio quarantasette. Sono tanti anni che scrivo e che provo a essere pubblicata. Scrivevo e mandavo, poi ho pubblicato il primo a trent'anni, ne ho scritti altri due ma ho avuto un vuoto di sette anni, così che molti sono convinti che Le notti blu sia il mio primo libro. In quei sette anni ho avuto molti rifiuti, per cui ho acquisito un vivissimo senso del concreto, anche se ovviamente sarei disonesta se dicessi che non m'interessa che il libro vada bene.


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Per la prima foto, copyright: Joe Gardner su Unsplash.

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