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Il maggio radioso, come l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale

Il maggio radioso, come l’Italia entrò nella Prima guerra mondialeDal maggio radioso del 1915, che portò all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, sono trascorsi cento anni. Ma cos’accadde davvero in quel mese, che culminò nella stipula del Patto di Londra e nell’alleanza con l’Intesa? Si trattò davvero, per l’Italia, di un attacco alla vita democratica del Paese? Si può concretamente parlare di una prova generale del Fascismo?

Ne abbiamo discusso con Antonio Varsori, storico italiano, docente di Storia dell’integrazione europea e direttore del Dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali presso l’Università degli Studi di Padova, autore del recentissimo Radioso maggio. Come l'Italia entrò in guerra, edito da Il Mulino.

 

Si celebrano oggi i cento anni dell’ingresso italiano nella Prima guerra mondiale. Una decisione che maturò in un contesto di relazioni internazionali non solo politiche, ma anche economiche. In quale misura, queste alimentarono il «radioso maggio»?

Più che il contesto economico, che per l’Italia ha rivestito un ruolo secondario, io direi che l’aspetto più significativo è quello politico-culturale. Certo è che la Prima guerra mondiale scoppia, nel 1914, anche per rivalità di tipo economico, soprattutto se pensiamo alla rivalità tra la Germania e la Gran Bretagna, su chi delle due potenze dovesse avere la supremazia, se la Germania in ascesa o la Gran Bretagna in relativo declino. In Italia gli aspetti economici giocano una parte secondaria. Il dato più importante, se vogliamo, è il desiderio di alcuni settori del Paese di puntare su scelte che avrebbero dovuto affermare e rafforzare, a loro giudizio, il ruolo italiano di grande potenza. Negli anni precedenti vi erano state delle ambizioni di espansione, anche economica, soprattutto nell’area balcanica. Non dimentichiamo che l’Italia è ancora un Paese debole sul piano economico e quindi relativamente arretrato rispetto alle altre grandi potenze.

Il maggio radioso, come l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale

Nel periodo precedente alla stipula del Patto di Londra, l’Italia intrattenne relazioni diplomatiche, prima con di San Giovanni e poi con Sonnino, sempre tese al soddisfacimento di quello che Salandra definì il «sacro egoismo» dell’Italia, consistente cioè nel controllo sul Trentino, su Trieste, la Dalmazia e l’Albania. Quali altre ragioni è possibile individuare come basilari per la stipula del Patto di Londra con gli Stati dell’Intesa?

Ci sono, in sostanza, due negoziati, che per un certo periodo si muovono in maniera parallela: da un lato con le Potenze centrali, con la Germania nel ruolo di mediatore tra Vienna e Roma, per spingere l’Austria-Ungheria a fare delle concessioni all’Italia. Sappiamo che alla fine di questo lungo e difficile negoziato l’Austria-Ungheria era propensa a cedere il Trentino, la possibilità di alcune modifiche territoriali lungo l’Isonzo e un’autonomia per la città di Trieste, col mantenimento della sovranità austro-ungarica sulla città e qualche concessione relativa all’influenza italiana sull’Albania. A febbraio 1915, comunque Salandra e Sonnino sono convinti che questo negoziato sia inutile, ma viene portato avanti lo stesso, per guadagnare tempo. Dall’altro lato, tra febbraio e marzo, si decide di aprire quello che sarà poi il vero negoziato, condotto in grande segretezza con le potenze dell’Intesa, in particolare con la Gran Bretagna, che rappresenta in questa fase le altre due, la Francia e la Russia. L’Italia giunge con delle richieste che sono molto ampie; ci si scontra con qualche difficoltà, da parte della Russia, che sosteneva gli interessi della Serbia. Nel giro di un mese si trova un accordo e si arriva al Patto di Londra, che per l’Italia significa importanti concessioni: il Trentino, Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia. A nord il Brennero, che significava il Sud-Tirolo, che non era certo di lingua italiana, come d’altra parte le zone dell’Istria e Dalmazia. Erano zone mistilingue, con popolazioni italiane ma anche slovene e croate.

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L’ingerenza della diplomazia straniera non si fece attendere, arrivando a farsi carico di un’azione propagandistica filo-interventista. Basti pensare all’ambasciatore tedesco Bülow o alla Francia, con Barrère, che si concentrarono su tentativi di pilotare la stampa italiana. Quale fu il peso effettivo di queste azioni?

C’è un’azione molto forte di carattere propagandistico, svolta da un lato per favorire l’intervento, soprattutto da parte dell’ambasciata francese a Roma; dall’altro von Bülow, l’ambasciatore tedesco, che era a favore della neutralità. Dalle carte e dagli archivi stranieri emerge con chiarezza che c’è un pesante intervento; ci sono finanziamenti che passano sia dall’ambasciata francese che da quella tedesca, affinché alcuni settori della stampa sostengano una tesi piuttosto che l’altra. La sensazione che ho, condivisa anche da altri colleghi, è che questa azione sia stata poco influente, specie nei confronti della stampa italiana che contava. Per esempio la posizione filo-interventista del «Corriere della sera» ebbe una grande influenza. La stampa italiana aveva già preso posizione da tempo, in maniera autonoma, senza farsi condizionare. I francesi hanno giocato bene un’altra carta, quella della propaganda svolta dai volontari garibaldini che fin dall’estate del 1914 combatterono in Francia, accanto alle truppe francesi, contro i tedeschi. Molti di loro erano emigrati italiani in Francia e combattevano per motivi ideali, perché ritenevano giusto schierarsi dalla parte della repubblica francese e così via.

Il maggio radioso, come l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale

Il Patto di Londra, fu siglato, il 26 aprile 1915, all’insaputa del Parlamento. Che significato assume questa segretezza nella storia parlamentare? Ed è davvero possibile pensare a un legame tra quanto accaduto e l’ascesa del Fascismo?

Questa è una delle tesi che la storiografia sostiene, soprattutto dopo la fine del regime fascista. Diciamo che nel maggio 1915, non solo dopo il Patto di Londra ma anche per l’azione degli interventisti, le pressioni sul Parlamento – non dimentichiamoci che il Parlamento viene assalito, vengono sfasciate alcune finestre di Montecitorio – sono pesanti: da alcuni questi fatti sono stati visti come una specie di prova di quello che sarebbe poi accaduto nel 1922, cioè di come una minoranza violenta e attiva potesse poi imporsi al resto del Paese e al Parlamento. Alcune analogie ci sono, ma su un filo conduttore così diretto io avrei qualche dubbio. La realtà del 1922 è una realtà diversa, che si porta con sé tutti i problemi del dopoguerra e questi eventi hanno poi caratterizzato quello che successe tra il 1919 e il 1922. È evidente, però, che quello che accadde nel 1915 è una sorta di prevaricazione ai danni del Parlamento da parte di pochi.

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Nell’ottica della «visione d’insieme» che lei offre nel suo testo, e quindi anche dell’interesse a esaminare gli aspetti di cultura e memoria, quale ruolo ebbe la figura del vate D’Annunzio nel rinfocolare lo spirito patriottico degli interventisti, nel riaccendere l’immaginario “risorgimentale” della borghesia italiana e dei giovani intellettuali con la cerimonia di Quarto, le giornate di Genova e il discorso di Roma?

Io ritengo che D’Annunzio abbia svolto un ruolo centrale; non so se in quel momento se ne fosse reso conto, ma è stato quasi uno strumento inconsapevole nelle mani del governo, e specialmente del Presidente del Consiglio Antonio Salandra. D’Annunzio è un intellettuale – e io lo sottolineo nel volume – decisamente moderno, che aveva una forte presa su vari settori dell’opinione pubblica; era una persona colta e istruita che, non dimentichiamoci, non aveva solo sperimentato la poesia e la letteratura ma anche il cinema, la pubblicità, e quindi era un uomo del suo Tempo. Quando tiene il discorso a Quarto e, soprattutto, quando giunge a Roma, nel momento più complesso, quando il governo Salandra ha dato le dimissioni e la situazione sembra quasi volgere a favore di Giolitti e dei neutralisti, la sua presenza galvanizza le folle interventiste e rappresenta quello spunto che dà origine a una serie di iniziative e manifestazioni da parte della frangia dei favorevoli a entrare in guerra. Tutto questo fa sì che la situazione si rovesci nuovamente a favore del governo Salandra. Perciò D’Annunzio ha un ruolo cruciale.

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Le radiose giornate di maggio, rappresentano uno snodo decisivo, e al tempo stesso molto controverso, nella storia italiana. Nella sua nota Storia d’Italia dal 1871 al 1915, pubblicata per la prima volta nel 1928, Benedetto Croce respingeva l’ipotesi che nella primavera del 1915 vi fosse una vera maggioranza di «neutralisti». Oggi sappiamo che l’entrata in guerra fu orchestrata da coloro che politicamente pensavano e operavano, vale a dire Salandra e Sonnino. Il loro operato non trovò ostacoli in un Paese ancora in larga parte contadino, caratterizzato dall’apatia; l’opposizione era costituita dalla debolezza politica dei neutralisti, dai sostenitori di Giolitti, dalla figura di un Re che era un mero “notaio” della vita politica, intento a consolidare l’istituzione monarchica. Quale fu la portata di queste giornate di maggio, della contraddittorietà e dell’ambiguità della vita politica italiana, anche nel lungo termine, esulando dal contesto storico, e secondo lei quale ombra proiettano pure nell’attuale gestione delle relazioni internazionali?

Non dobbiamo dimenticare un aspetto, e cioè che tra gli interventisti vi erano anche forze democratiche che vedevano nell’intervento in guerra la risoluzione del processo risorgimentale e la fine di uno Stato, quello asburgico, che veniva considerato una sorta di prigione. Era una visione idealistica, e se vogliamo progressiva dell’intervento. Il secondo elemento è, come lei rileva, che il Paese risponde con una sorta di apatia, di rassegnazione nei confronti della guerra. Le masse contadine non sono favorevoli alla guerra però la accettano come fosse una sorta di calamità naturale, per la quale c’è ben poco da fare. Non dimentichiamo pure che, di fronte a un Re che a un certo punto sostiene l’intervento, il settore dei sostenitori di Giolitti non vuole entrare in aperta opposizione con l’istituzione monarchica. Vi è perciò l’accentuazione dell’aspetto patriottico della guerra. Riguardo alla sua osservazione sulla diplomazia, diciamo che in un secolo le cose sono radicalmente cambiate. Nel 1917, quando gli Stati Uniti entrano in guerra, vi è l’idea della open diplomacy, nei quattordici punti presentati dal presidente Woodrow Wilson, in cui le opinioni pubbliche devono essere consce delle scelte che vengono fatte dai propri governanti. La diplomazia in parte resta segreta, riservata, altrimenti non funziona o funziona male, però è anche vero che da un secolo a questa parte il ruolo delle opinioni pubbliche in politica estera è centrale, non fosse altro perché le democrazie si sono evolute, le opinioni pubbliche si sono trasformate, il mondo è cambiato ma anche i mezzi di comunicazione e informazione sono cambiati. Oggi è molto difficile mantenere alcune scelte politiche segrete per molto tempo. Ci sono guerre che sono state perse perché l’opinione pubblica non ci ha più creduto; basterebbe pensare al coinvolgimento americano nella guerra del Vietnam.

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Al di là della rilevanza dei materiali di studio, delle riflessioni e dei punti di vista che lei offre agli storici e agli addetti ai lavori nel suo Radioso maggio, quale consapevolezza si auspicherebbe per il lettore che si accosta con curiosità a un libro, il suo, che si presenta, in tutta evidenza, anche per la sua chiarezza espositiva e divulgativa?

La mia intenzione è quella di far riflettere su un momento importante della Storia d’Italia, e quindi ritengo che una comprensione di come siano andate le cose un secolo fa sia di una qualche utilità. Non credo si tratti di condannare oassolvere; a distanza di cento anni questo ha poco senso. La sensibilità e le opinioni tra gli italiani del 1915 e quelli del 2015 sono, per ovvie ragioni, diverse. La Prima guerra mondiale, al di là di tutte le morti e dei lutti, è stata un’esperienza che ha accomunato tutti gli italiani nel bene e nel male, e questo va considerato. Le dichiarazioni fatte allora possono essere anche retoriche, sia da una parte che dall’altra, nel senso della condanna a priori o dell’esaltazione, ma è fondamentale rendersi conto di come si sono svolti i fatti. Se si comprende ci si può fare un’opinione in modo più chiaro e preciso.

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