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"Il maestro delle ombre", l'inquietante Roma al buio di Donato Carrisi

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"Il maestro delle ombre", l'inquietante Roma al buio di Donato Carrisi

"Il maestro delle ombre", l'inquietante Roma al buio di Donato CarrisiTorna in libreria Donato Carrisi, autore molto amato dai lettori italiani, con Il maestro delle ombre (Longanesi, 2016), terzo capitolo di una serie di romanzi che ruota attorno al personaggio di Marcus, il penitenziere che è già stato protagonista negli anni scorsi de Il tribunale delle anime (2011) e Il cacciatore del buio (2014), entrambi pubblicati da Longanesi.

Marcus è già un personaggio notturno per eccellenza, abituato a muoversi con disinvoltura nel buio e nel silenzio, ma in questo caso Carrisi ha ideato per lui uno scenario particolarmente inquietante. Siamo ancora una volta a Roma, dove un'eccezionale ondata di maltempo, foriera di esondazioni del Tevere e allagamenti a catena, ha indotto le autorità municipali a organizzare un blackout programmato della città: per ventiquattr'ore cesserà del tutto l'erogazione di energia elettrica, per cui le strade e tutti gli edifici che non possiedono generatori autonomi (come ospedali o centrali operative delle forze dell'ordine) piomberanno nel buio assoluto. Questo, naturalmente, significa anche la cessazione di trasmissioni televisive e connessioni Internet, mentre il funzionamento dei cellulari rimane affidato alla tenuta delle batterie.

E mentre i comuni cittadini si barricano in casa e danno fondo alle scorte di candele e scatolette, Marcus e la polizia devono affrontare nemici ancora più oscuri della notte che porterà un buio pressoché assoluto nella città, favorendo l'opera di malviventi di tutti i tipi. E qualcuno ricorda la cupa minaccia contenuta in una bolla papale emessa nel 1521 da Leone X, secondo la quale Roma non avrebbe mai e poi mai dovuto ritrovarsi immersa nel buio.

 

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Romanzo decisamente atipico, in un momento in cui gli autori di thriller fanno sfoggio delle tecnologie più sofisticate per risolvere misteri e catturare criminali, Il maestro delle ombre sottolinea la nostra condizione di dipendenti totali dalle fonti di energia, grazie alle quali ci manteniamo in connessione pressoché continua con il resto del mondo: ne abbiamo parlato intervistando Donato Carrisi prima della presentazione milanese del romanzo, uscito il primo dicembre.

 

La pubblicazione di ogni suo romanzo genera sempre una grandissima aspettativa da parte dei fan. Quanto influisce sulla sua scrittura e sulla ricerca di nuove idee? Immagino che quando esce un nuovo libro lei sia già proiettato sull'idea successiva, perciò volevo sapere: come si lavora sotto pressione?

Parto da una considerazione: scrivo i miei libri come un lettore, nel senso che scrivo le storie che mi piacerebbe leggere. Non mi definisco uno scrittore, mi piace dire che sono un narratore, quindi provo anche un certo gusto nel raccontare queste storie. La pressione in realtà la metto a me stesso: quella parte di me che legge i libri mette pressione alla parte che li scrive. La pressione del pubblico è un grande vantaggio, perché ti porta sempre ad alzare l'asticella e a pretendere di più da te stesso. L'importante è poi il confronto con i lettori, e questo lo ritengo fondamentale.

 

Anne Enright ha detto che uno scrittore, per giudicare valido il suo lavoro, dovrebbe chiedersi: «ma se io avessi solo dieci settimane di vita, vorrei leggere questo libro?». Se la risposta è no, allora bisogna cambiare qualcosa. Lei è d'accordo?

Non tanto, perché forse, se avessi dieci settimane di vita, non mi dedicherei alla lettura. La lettura, secondo me, ti offre la possibilità di viaggiare quando non puoi farlo, ma le ultime dieci settimane le dedicherei alla "mia" vita, alle persone. I libri farebbero parte della vita precedente. C'è anche chi rimanda sempre la lettura dei libri, mentre io non lo faccio mai. Essendo un lettore famelico, quando acquisto un libro lo devo divorare immediatamente, non lascio mai letture in sospeso.

 

Restando un attimo sulla questione del processo di scrittura, penso che sia sempre diverso per ogni autore e per ogni genere. Lei è una di quelle persone con delle precise abitudini a cui tiene molto, oppure segue di più l'ispirazione? Quanto lavoro di ricerca c'è dietro ogni romanzo prima di iniziare concretamente a scriverlo?

Tantissimo lavoro, all'incirca un anno per ogni romanzo. In particolare per questo c'è stata una ricerca pazzesca di quasi due anni. Ho dovuto consultare una serie di esperti per rendere verosimile il tutto: non puoi distruggere semplicemente Roma se non sai come farlo... Ho creato questo piano diabolico servendomi di una serie di consulenze, facendo ogni volta a ingegneri o archeologi la domanda «Tu come distruggeresti Roma?». Ironia della sorte: loro, in realtà, sono persone chiamate a preservare il patrimonio della città, mentre io ponevo il quesito su come fare l'opposto. Che poi basterebbe davvero pochissimo: noi non ce ne accorgiamo, ma la natura umana è profondamente distruttiva.

Dopo il percorso di conoscenza, la scrittura mi ha riservato, come sempre, delle sorprese incredibili. Questo romanzo l'ho scritto in maniera indisciplinata: scrivevo, mi alzavo, interpretavo quello che stavo scrivendo, tornavo a scrivere, tanto che a fine giornata mi facevano male le gambe. Non so perché mi sono comportato così, ma forse perché è un libro più cinematografico dei precedenti. Il «Corriere della sera» l'ha già etichettato come kolossal... Forse ero preso anche dalla paura di scrivere e mi sentivo troppo coinvolto.

 

A proposito di questo respiro cinematografico, sarebbe favorevole alla trasposizione sullo schermo di questo, o di altri suoi romanzi, oppure preferirebbe il format televisivo?

Ho costituito una società di produzione che si chiama Gavila e si occuperà proprio di televisione e cinema. Da marzo andrò sul set come regista del mio primo film, tratto da La ragazza nella nebbia che è il romanzo dell'anno scorso, con Toni Servillo, Alessio Boni e Diego Abatantuono. Sarà un thriller internazionale ed è già stato venduto all'estero.

La trilogia di cui fa parte Il maestro delle ombre diventerà una serie televisiva internazionale, scritta in inglese perchè ormai è inevitabile, e probabilmente anche Il suggeritore. Però il destino delle mie storie è sempre quello, perché nasco come sceneggiatore. Come dicevo poc’anzi, sono un narratore più che uno scrittore, perché scrivo per immagini, devo suscitare un'emozione. Non sono interessato al compiacimento letterario, o che l'autore appaia nella storia. I miei sono tutto fuorché romanzi "d'autore".

Scrivere thriller in realtà è un lavoro di sottrazione: tu metti delle tracce nella scrittura, poi tutto si crea nella mente del lettore. Capita che dei lettori vengano a raccontarmi dei risvolti di scene dei romanzi che io non ho mai scritto: io suscito, evoco un'immagine ma non la scrivo.

I libri che funzionano di più sono quelli che continuano anche dopo l'ultima pagina, quelli su cui si continua a speculare. Non è necessario che abbiano un messaggio, però rimangono impressi nella fantasia. Non è indispensabile ricordare tutta la storia, perché se uno si è divertito durante il viaggio può anche accantonare quel ricordo, l'importante è che il libro lasci un residuo, una scoria. E poi sarà quella "scoria" a riportare il lettore in una libreria. Il momento in cui provo maggiore soddisfazione è quando i librai mi dicono "il tuo lettore è tornato in libreria e mi ha chiesto un libro simile", non necessariamente un mio libro, perché non vuole perdere quel tipo di emozione.

"Il maestro delle ombre", l'inquietante Roma al buio di Donato Carrisi

Questo non rende più difficile la trasposizione cinematografica? Leggendo un romanzo, il lettore si crea una sua immagine dei personaggi, che non necessariamente corrisponderà con le scelte del regista, così che, a volte, un lettore che ha amato molto un libro rimane deluso dal film, che non ha soddisfatto le sue aspettative.

Penso che costruire un libro partendo dalla sceneggiatura sia molto importante. Il lettore si sente tradito se il film cambia la storia rispetto al libro. Vi siete mai chiesti perchéIl collezionista di ossa, grande successo cinematografico, non ha mai avuto un seguito? Molto probabilmente, perché l'attore scelto non corrispondeva all'immagine del personaggio che ci si fa leggendo il libro, oltre al fatto che hanno cambiato il finale.

Ecco perché dirigerò io il film tratto dal mio libro: non voglio modificare nulla della storia. Un attore era interessato a una parte, ma voleva che la modificassi perché secondo lui il personaggio era troppo cattivo, e l'ho scartato. Ho cambiato l'attore per non modificare la storia.

 

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Leggendo il libro mi sono venuti in mente un paio di vecchi film come Il giudizio universale di Vittorio de Sica, che registra l'aspettativa delle persone per l'evento che arriverà, ma anche La notte del giudizio di James DeMonaco, in cui nella notte mancano le regole e chiunque può fare qualsiasi cosa. Il reato è visto quasi come un atto di purificazione. Nel romanzo intendeva introdurre questo significato di catarsi?

Di che colore è Internet secondo voi? Voi dite che non ha colore, quindi l'assenza di colore è il buio. Non siamo forse immersi in una perenne notte, in cui chiunque dica qualcosa in Internet rimane impunito, e può scatenare qualsiasi cosa. Se togliamo la barriera tecnologica, che cosa c'impedisce di scendere per strada e far fuori il primo che passa? Se lasciamo l'anarchia, chiunque lo può fare. Il personaggio del poliziotto Vitali fa qualcosa del genere nel romanzo, e la cosa ci lascia perplessi, ma noi, in realtà, facciamo questo ogni giorno in rete. Anche quando abbiamo intenti di denuncia, non ci rendiamo conto dei danni che possiamo provocare agli altri.

Internet va sicuramente regolamentato, perché non possiamo permetterci di vivere nell'anarchia. Il buio in cui stiamo vivendo è proprio questo. Il blackout di Roma che racconto nel romanzo è credibile perché ormai ci siamo dentro anche noi tutti i giorni, e siamo tutti vulnerabili: pensate che se uno di voi domani mi scrive una recensione negativa e io decido di contestarla, posso scatenargli contro tutti i miei lettori, in una lotta impari. Non ci sono regole, ma una regola etica ci deve essere, e ce la dobbiamo imporre tutti quanti, perché il mondo non può finire in balia del buio. C'è fin troppa gente pronta a imbracciare le armi e a farsi giustizia da sè, perdendo tutti i freni inibitori.

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Il tema principale del libro è la mancanza di luce e di energia, con il mondo che sprofonda nel buio. Lei è tecnologicamente dipendente? Questa storia l'ha immaginata per una sua ossessione personale o per qualche altra motivazione?

Ci sono diversi episodi che mi hanno portato a pensare a questa storia. Sono connesso come ormai lo siamo tutti, anche se non riconosciamo quasi più la nostra dipendenza. Solo quando determinate tecnologie ci vengono a mancare ci accorgiamo del ruolo che hanno nella nostra vita. Una volta sono rimasto bloccato in galleria, su un Eurostar tra Firenze e Bologna, e ho notato una cosa: con l'assenza totale di segnale, improvvisamente è scoppiato un panico strano. Ho assistito a una vera trasformazione delle persone presenti, e ho cominciato a pensare a cose a cui normalmente non avrei mai pensato: per esempio, il mio telefonino in quel momento poteva diventare una torcia, così mi sono chiesto quanta carica avesse nel caso in cui fossi stato costretto a uscire dal treno per un'emergenza. Cosa che poi, tra l'altro, accade a un personaggio di Il maestro delle ombre.

Com'era la società prima dell'avvento dell'elettricità? Fino alla fine dell'Ottocento, ad esempio, la gente leggeva solo di giorno, contrariamente a quello che si pensa, perché la luce delle candele era del tutto insufficiente per leggere. Al tramonto il mondo si fermava del tutto, in attesa che sorgesse di nuovo il sole. Noi non siamo più abituati a vedere i luoghi in cui viviamo al buio.

 

Negli ultimi anni i problemi di Roma sono sempre stati in primo piano nei media, che hanno insistito molto sulla decandenza della città. Quanto dell'attualità ha influito sulla sua idea di creare una situazione catastrofica per questa città?

Non a caso nel romanzo non parlo mai del sindaco. Se si fosse trattato di una città americana, come ad esempio New York, il sindaco avrebbe preso in mano la situazione, facendo dichiarazioni alla tv e tutto il resto, ma voi ce li vedete Marino, Alemanno, Raggi in una situazione del genere? Sarebbero risultati ben poco credibili, e avrebbero ammosciato il romanzo. La politica, in generale, ammoscia, e per me è meglio toglierla dai romanzi.

Roma, in realtà, è sempre stata così, fa parte della sua magia l'essere decadente, sporca, caotica. Anche al tempo degli antichi romani era così. E poi molti dimenticano il paradosso per cui Roma è un museo in cui abitano sei milioni di persone, un'assurdità se ci pensate. Forse bisognerebbe recintarla e far pagare un biglietto per entrare, come farei io con Venezia. Il centro storico di Roma, tra l'altro, ha ancora meno abitanti di Venezia.

"Il maestro delle ombre", l'inquietante Roma al buio di Donato Carrisi

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Rispetto ai romanzi precedenti di questa trilogia, c'è stata un'evoluzione, per cui la vicenda viene considerata più internazionale, non circoscritta alla sola visione di Roma. Le critiche ricevute hanno influito su questo mutamento?

All'estero i libri ambientati a Roma creano molta curiosità, tanto che vengono addirittura a fare dei giri turistici sui luoghi dei romanzi, un paio li ho guidati anch'io. In Italia invece mi dicono che i miei libri ambientati a Roma sembrano scritti da uno straniero.

Io cerco di creare l'illusione di descrivere tutto con uno sguardo esterno, senza accenti. Quando devo scrivere di Roma, scappo dalla città perché solo sentire il portiere che mi apostrofa in romanesco mi disturba.

La mia non è la Roma di Rugantino, ma è pur sempre la città vista dai turisti. Non parlo delle periferie perché le trovo poco affascinanti, anche quelle pasoliniane, e del resto non si adattano al mio tipo di racconto. Dovendo scrivere un thriller mi approprio dell'ombra della città, quella che si trova anche a Firenze o a Venezia, e che deriva dal passato. A Milano l'ombra non c'è, qui funziona molto meglio l'ambientazione di un poliziesco, come anche a Napoli. A Milano si ambientano meglio i gialli dei noir, è anche una città che bisogna conoscere bene per scriverne.


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