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Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo FunaroArnaldo Funaro e sua moglie Tiziana decidono, senza mai pentirsene, di salire «sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali» per lasciarsi alle spalle lo status di coppia e abbracciare quello di famiglia.

Un percorso lungo e difficile che paragonano a un parto, solo che a soffrire fisicamente, oltre che emotivamente, sono entrambi i genitori. E scelgono poi di raccontare ogni passo del cammino intrapreso in un diario pubblicato online sui social network. Da questo racconto nasce in seguito il libro pubblicato da LOG edizioni.

Perché scrivere e rendere pubblico ogni passaggio della vicenda? Perché trasformare il diario social in libro? Tanti gli interrogativi inerenti la vicenda. Alcuni abbiamo cercato di farli sciogliere proprio ad Arnaldo Funaro ponendoglieli direttamente nell'intervista centrata sul libro, Un bimbo mi aspetta, ma anche su vari aspetti dell'adozione nazionale e internazionale di minori.

 

La perdita di un figlio naturale e l'attesa per l'arrivo di un figlio adottivo. Perché ha scelto di mettere nero su bianco tutte le emozioni e le riflessioni che ruotano intorno a questi importanti accadimenti e perché ha poi deciso di renderli social pubblicandoli online?

Ci sono varie ragioni. La prima, senza dubbio, è la mia passione per la scrittura, che è anche il mio lavoro in comunicazione. Questa passione/lavoro mi ha sempre dimostrato come mettere nero su bianco i propri pensieri serva a rielaborarli, rivelandone così aspetti diversi, che altrimenti resterebbero nascosti.

La seconda ragione, la volontà di creare per mia figlia un diario capace di farle comprendere con forza e dolcezza come siamo diventati una famiglia.

La terza: ogni volta che ho incontrato altre coppie, lungo il nostro percorso, mi sono reso conto di come fossimo tutti prigionieri degli aspetti burocratici, delle lungaggini, della nostra condizione di persone poco comprese (i miei genitori, per esempio, hanno capito cosa abbiamo affrontato solo dopo aver letto il libro) e ho creduto, a ragione finora, che fosse importante avere uno strumento per liberare i nostri sentimenti, ma con un fine positivo. Così è iniziata la pubblicazione sui social, lo strumento più giusto, in quel momento, per arrivare a tutti e permettere la condivisione di queste tappe.

 

Il libro Un bimbo mi aspetta è una rielaborazione del suo diario pubblicato sui social network ma cosa ha rappresentato, per lei, riordinare il testo e soprattutto quale scopo si è prefisso di raggiungere nel vederlo pubblicato?

I social sono un enorme tritacarne senza memoria. La pagina Un bimbo mi aspetta, per esempio, sta andando avanti, ma ogni volta che aggiungo un post, allontano nel tempo i capitoli della nostra esperienza. Rimettere tutto su carta, invece, permette di fissare in un contenitore unico, materico, l’esperienza vissuta e renderla fruibile in modo diverso, più personale se vogliamo. Trasformare una pagina in un libro mi ha permesso, con LOG, di creare uno strumento anche per chi non sa come star vicino a persone che si amano e che cercano di avere figli. Amici, genitori e parenti potranno leggere con semplicità quanti sentimenti si mettano in moto nel percorso adottivo, e avranno un oggetto col quale comunicare la propria vicinanza a chi ne sta compiendo uno, regalando questo libro.

 

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Nel testo traspaiono le emozioni del relazionarsi con gli altri, soprattutto con coloro che si ritrovano a vivere esperienze simili o comuni e specularmente con chi invece ha vissuto esperienze differenti. Il libro vuol essere un aiuto per coloro che si trovano o si possono trovare nella sua situazione oppure un oblò per chi non avendo fatto certe esperienze si attarda nel comprenderle?

Hai colto perfettamente il punto, ossia la doppia natura di questo volume. Il libro parla a tutti e con obiettivi diversi. Le coppie che stanno cercando la propria strada verso la creazione di una famiglia (non importa se adottando o attraverso la medicina), e le persone che spesso, involontariamente, sottovalutano la sofferenza e la frustrazione di chi vorrebbe avere figli e non riesce. Forse più che un oblò, una porta da socchiudere e poi attraversare.

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

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Perché in Italia è difficile adottare un bambino? E perché vengono tanto caldeggiate le cosiddette “adozioni a distanza”?

Il percorso adottivo è complesso. In Italia diventa anche complicato. Complesso, perché al centro del processo adottivo c’è il minore, non l’aspirante genitore. E questo è corretto, perché si deve essere il più possibile sicuri di non portare il piccolo a soffrire una seconda volta, suo malgrado. Complicato, perché il nostro Paese, come in tanti altri campi, è lento, non informatizzato (immagina cosa significhi trovare le schede giuste in tribunale, anche se negli ultimi anni si sta facendo uno sforzo non indifferente in questo senso), sotto staffato (a Roma l’unificazione di alcuni Municipi ha significato la metà del personale per il doppio delle pratiche): in una parola, addormentato. Ne viene fuori un quadro disarmante dove gli aspiranti genitori spesso preferiscono rivolgersi alla medicina pagando migliaia di euro per un percorso nella fecondazione assistita che spinge all’estero sia per una normativa italiana troppo restrittiva, sia per tanta opacità nella normativa stessa.

L’adozione a distanza è un processo che nasce più da una volontà filantropica che genitoriale. Personalmente, per quasi dieci anni ho sostenuto una bambina in Mozambico per strapparla a un destino di povertà e prostituzione, ma non ha niente a che vedere con la possibilità o la sensazione di essere genitori.

Il “lungo travaglio” dell'adozione nel racconto di un padre. Intervista ad Arnaldo Funaro

Stando ai dati diffusi dal Dipartimento di Giustizia Minorile, nel 2015 sono pervenute poco oltre 9 mila domande di adozione delle quali solo 3668 per minori stranieri. Perché, a parer suo, esiste questa discrasia?

Partiamo dal presupposto che un’adozione nazionale non significa arrivare ad avere un bimbo o una bimba italiani, ma semplicemente entrati nella condizione di adottabilità nel nostro territorio. L’adozione nazionale, oltre quelli emotivi, non ha costi. Quella internazionale, invece, associa a una quasi certezza di arrivare fino in fondo costi molto elevati, dai soldi destinati all’ente che si occupa di fare l’abbinamento, tradurre i documenti, seguire le relazioni con il governo straniero, a quelli che vanno invece al Paese scelto per adottare. Mettici i voli, gli alberghi e via dicendo, non si sta mai sotto i ventimila euro. Non tutti sono in grado di mettere insieme cifre di questo genere. Quella economica è una discriminante enorme. Quando mia moglie ed io abbiamo deciso di adottare in Cina, ho lavorato come freelance tutti i weekend per mettere insieme la somma necessaria. Soldi benedetti, ma sudati aspramente.

 

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Lei ha definito l'adozione «un parto, solo con un travaglio più lungo». E allora io le chiedo: cosa ha imparato ad amare e a odiare di questo “lungo travaglio”?

L’adozione è un parto dal travaglio più lungo e, aggiungo, che devi fare in due. Un figlio adottivo lo partorisce anche il papà. Ecco, l’adozione ha il potere di rendere una coppia più forte e consapevole del proprio rapporto. Allo stesso modo, può distruggere un matrimonio, perché serve un’unione di intenti che va oltre la normalità.

Di questo percorso ho odiato l’attesa, la frustrazione di ogni prova superata. Ho capito l’importanza di fare le cose secondo le regole, per evitare di finire in percorsi oscuri, dove non sai se tuo figlio è stato strappato a qualcuno o prodotto per te.

E ho anche amato, certo: ho amato ogni giorno di più mia moglie Tiziana, la vera artefice di questo incredibile viaggio nel tempo e nello spazio che ci ha fatti salire sull’ottovolante degli ospedali, dei tribunali, degli assistenti sociali, e ci ha fatto scendere a Pechino, dove siamo arrivati come una coppia per tornare a casa come una famiglia.

Aggiungo se posso una cosa per concludere.

L’adozione non esiste perché qualcuno non è capace di fare un figlio, ma perché qualcuno non è capace di fare il genitore. Al mondo ci sono milioni di bambini che aspettano solo di conoscere le persone che li ameranno in modo esclusivo; che aspettano la propria mamma.

Perché di mamma ce n’è una sola, ma non sempre la conosci il giorno in cui nasci.


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Per la prima foto, copyright: Danielle MacInnes.

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