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“Il lenzuolo”: intervista a Gianna Deidda

Gianna Deidda«Quella sera non trovò la carta. Aprì l'armadio, tirò fuori il lenzuolo del corredo, lo stese sul letto e riprese a scrivere la sua storia: la storia di lei, Clelia Marchi, e di suo marito Anteo, morto da poco».

Oggi il lenzuolo-diario di Clelia Marchi è conservato nell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, archivio fondato da Saverio Tutino nel 1984 con lo scopo di conservare i diari, le lettere, i ricordi della gente comune.

L'attrice e regista di teatro Gianna Deidda, che abbiamo già avuto modo di intervistare, ne ha realizzato uno spettacolo.

Di cosa parla il tuo nuovo spettacolo?
Il mio nuovo lavoro è un corto teatrale di 15 minuti dal titolo Il lenzuolo. È ispirato al diario-lenzuolo di Clelia Marchi custodito nell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano. Dopo la morte del marito in un incidente stradale, Clelia Marchi, una contadina settantenne di Poggio Rusco nel mantovano, avendo consumato tutta la carta, scrisse la storia della sua vita su un lenzuolo matrimoniale. Nel 1986, si presentò fieramente, con il suo lenzuolo ripiegato fra le braccia e accompagnata dalle autorità del suo paese a Pieve Santo Stefano per consegnare il diario. Il suo “libro-lenzuolo”, come lei stessa lo chiama, vinse il Premio Pieve, il concorso annuale dell’Archivio, e fu pubblicato nel 1992 da Mondadori col titolo Gnanca na busia (nel 2012 è stato ripubblicato da Il Saggiatore col titolo Il tuo nome sulla neve). Le spiegazioni che Clelia diede della sua “azione potente” furono due: «Le lenzuola non le posso più consumare con mio marito, allora ho pensato di adoperarle per scrivere» e «La mia maestra Angiolina Martini mi aveva spiegato che i Truschi (cioè gli Etruschi) avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato, se l’hanno fatto loro, lo posso fare anch’io».

Come sei venuta a conoscenza di questa storia?
Conoscevo la storia del lenzuolo di Clelia, credo, già dalla fine degli anni Ottanta, forse anche prima della pubblicazione del diario. Erano i tempi in cui avevo incontrato anche l’arte di Maria Lai e i suoi “libri cuciti”. Il lavoro artistico di Maria ha molte analogie con l’azione di Clelia. Pensiamo soltanto ai suoi Racconti del lenzuolo… Allora non facevo ancora spettacoli che fossero completamente miei, ma solo dei piccoli interventi in lavori diretti o coordinati da altri. In uno di questi era già da allora celata l’idea del lenzuolo di Clelia: si trattava di una piccola azione scenica in uno spazio del Palazzo Pretorio di Certaldo. Cantavo una ninna nanna in sardo svolgendo un lunghissimo sottile nastro di stoffa bianca. In realtà era un canto funebre e il nastro rappresentava le fasce di un bambino mai nato. Ricordo che, benché non avessi detto a nessuno il significato dell’azione, due mie colleghe che videro una prova si misero a piangere. Una citazione del lenzuolo di Clelia è presente anche in un altro mio lavoro dei primi anni 2000, anch’esso andato in scena soltanto una volta. Era un lavoro su commissione per il matrimonio di due giovani livornesi, che aveva per tema la storia di Abelardo ed Eloisa. Non sembra una storia esattamente di buon augurio per un matrimonio, ma i due ragazzi avevano assistito qualche anno prima a un piccolo spettacolo che raccontava la storia dei due amanti e grazie a esso si erano riconciliati dopo un litigio, così questi erano diventati un po’ i loro santi protettori. Nella mia messa in scena, alla fine, era steso a terra un lenzuolo matrimoniale con scritto sopra un versetto del Cantico dei Cantici, attraverso il quale dovevano passare gli invitati prima di recarsi al banchetto di nozze. In queste due citazioni sono impliciti i temi che ho sviluppato ne Il lenzuolo, che sono poi quelli contenuti nelle due spiegazioni di Clelia: l’elaborazione del lutto e la concretizzazione dell’amore.

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Clelia MarchiCome l'hai reso scenicamente?
Dovevo restituire la storia di una vita in 15 minuti. Dunque, ho dovuto fare delle scelte molto drastiche in base a quelli che secondo me erano i significati più profondi dell’azione di Clelia e a ciò che a me più premeva dire. Mi interessava in particolare il carico di vita umana celato negli oggetti di uso quotidiano, le tracce che la vita lascia nei corpi e che i corpi lasciano sulle cose, e il significato di questa traccia, come memoria, superamento della morte, dono verso chi resta; la scrittura e l’arte come incarnazione, segno della vita nel tempo, elaborazione della perdita, e in fin dei conti resurrezione dei corpi nello spirito. Credo che in fondo tutto questo sia in accordo con gli scopi dell’Archivio. Si, c’è un discorso sulla religiosità del quotidiano (una religiosità laica, possiamo dire) che sto, più o meno vagamente, seguendo da diversi anni. Il progetto, a questo punto, è di inserire Il lenzuolo in un lavoro più ampio, un insieme di lavori piccoli, dal titolo Questo è il mio corpo – cinque pezzi brevi sulla mistica femminile.

Tornando al mio lavoro sul diario di Clelia: il testo è composto dalle sue parole esatte, come è mia consuetudine, ma nella drammaturgia compaiono in un ordine differente da quello in cui sono scritte sul lenzuolo. In scena ci sono soltanto una donna e il suo lenzuolo. Il lenzuolo non è scritto, perché sono le sue parole, i suoi gesti, la sua presenza a scriverlo nel tempo dell’azione scenica. Di più è difficile raccontare. È certamente un lavoro denso, forse troppo.

C'è un legame tra L’amore con Erode e questo?
Il lavoro è molto diverso ma ci sono legami. Il primo è ovviamente la parola, la scrittura come azione e come mezzo di trasformazione della realtà. Per usare le parole di Simone Weil, come modo per «fare del pensiero un’azione».
Ambedue i lavori fanno parte di un mio percorso di messa in scena di “storie di vita”. Storie di vite apparentemente non importanti ma in realtà straordinarie, perché straordinaria è la personalità e la consapevolezza di chi le ha vissute, perché straordinarie lo diventano attraverso la parola che le comunica agli altri e ne rivela il senso, ma anche perché, guardata da vicino, ogni vita umana è straordinaria, anche la più piccola.

Il nostro prossimo incontro, qui su Sul Romanzo, lo dedicheremo ad approfondire i contenuti e gli intenti dell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano.

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