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Il lavoro più (in)adatto a una donna – intervista a Chiara Santoianni

Il lavoro più (in)adatto a una donnaIl lavoro più (in)adatto a una donna, della scrittrice e giornalista Chiara Santoianni, è un libro che colpisce perché ha la rara capacità di riuscire, con semplicità, ironia e leggerezza, a stimolare tutta una serie di riflessioni più che mai attuali, visto che si parla della tanto chiacchierata e bistrattata scuola pubblica.

Fin da quando ero bambina, ricordo che l’istituzione scolastica è sempre stata in un modo o nell’altro al centro di dibattiti e polemiche; i vari ministri dell’istruzione, a qualsiasi fazione politica appartenessero, sono stati invariabilmente travolti dalle critiche a causa di riforme più o meno radicali, tutte attuate con lo scopo dichiarato di migliorare il servizio offerto dalla scuola pubblica.

In realtà negli ultimi anni, a detta di famiglie e docenti, si è assistito a un declino progressivo e inesorabile della scuola. La riforma Gelmini, tra tagli selvaggi e scie di polemiche infinite, a molti è sembrata del tutto inadeguata a fronteggiare una situazione così precaria.

Ma cosa succede veramente nelle aule scolastiche? La riflessione della Santoianni parte proprio da qui, dalle aule delle scuole italiane, e descrive la realtà così com’è, senza retorica né falsificazioni.

Quello che emerge chiaramente, perfino a coloro i quali hanno finito le scuole appena un decennio fa, come me, è che per stare al passo con una società – e una gioventù – completamente rivoluzionata dall’invadenza dei media e dalle nuove tecnologie, bisognerebbe ripensare completamente il sistema scolastico e farlo nel modo giusto, investendo una notevole quantità di denaro ed energie.

E, soprattutto, c’è bisogno di un governo disposto a farlo, che comprenda che l’istruzione pubblica è la base di una società democratica, un’istituzione-pilastro che va rafforzata e non demolita, togliendole, oltre ai fondi, anche sostegno, dignità e credibilità, come è stato fatto in Italia negli ultimi anni.

 

Ciao Chiara, innanzi tutto grazie per il tempo che ci stai dedicando. Iniziamo con una domanda apparentemente banale, per permettere ai lettori di inquadrare meglio il tuo libro. Quando e perché hai sentito la necessità di scriverlo?

 

La quotidianità scolastica, con le sue situazioni paradossali, mi ha sempre affascinato dal punto di vista letterario: sin da ragazzina avevo letto diversi romanzi sul tema e a sedici anni avevo iniziato a comporre il racconto delle mie memorie del liceo. Con gli anni, però, mi sono resa conto che, al di là dell'umorismo che scaturisce inevitabilmente da molti comportamenti di alunni e professori, il mondo della scuola porta con sé problematiche educative e lavorative importanti. È nata così in me l'urgenza di raccontarle ai lettori, partendo dalla mia esperienza personale, e per farlo ho scelto il registro dell’ironia, che mi ha aiutato a sdrammatizzare quelli che invece sono temi ‘forti’ della nostra società: il precariato, il mobbing, la burocratizzazione, la crescente demotivazione del corpo docente...

 

Il titolo del tuo libro, Il lavoro più (in)adatto a una donna, mi ha fatto venire in mente il grande sociologo francese Pierre Bourdieu. Nel suo saggio Il dominio maschile, infatti, egli sollevava la questione della caratterizzazione sessuale delle professioni: la società, secondo lui, riserverebbe alle donne solo quei mestieri per i quali esse sarebbero “naturalmente portate”, ossia l’insegnamento, in primis, e più in generale tutte quelle professioni inerenti l’ambito sociale e assistenziale, le uniche in cui viene permesso alla donna di raggiungere posizioni dirigenziali. Questo avverrebbe per rimarcare ancora una volta l’appartenenza del femminile alla sfera domestica. Condividi questa impostazione?

 

Ho letto anch'io il saggio sul dominio maschile di Pierre Bourdieu e condivido in gran parte le sue affermazioni, per averle riscontrate nella realtà. Anche se oggi si è raggiunta una relativa parità tra uomo e donna, è un fatto che esistano ancora meno donne nelle posizioni lavorative migliori, per quello che viene chiamato il "soffitto di cristallo", e che siano meno pagate. Tuttavia, la mia opinione personale è che le donne in molti casi non riescano a raggiungere i posti di vertice non tanto per il glass ceiling, quanto per l'impossibilità di dedicarsi anima e corpo al lavoro, come può fare un uomo, poiché sono costrette a dividersi tra vita pubblica e vita domestica/familiare (che le assorbe moltissimo in termini di tempo, forze e preoccupazioni). Sono completamente d'accordo, invece, quando Bourdieu afferma che alle donne vengano lasciati tutti i compiti più ingrati (lo cito): “i più sporchi, i più monotoni e i più umili”. Quando si tratta di svolgerli in casa, ad esempio, l'uomo si defila! Tornando all'insegnamento, penso sia un vero peccato che questa professione sia stata un po' abbandonata dagli uomini (che però, per il principio enunciato da Bourdieu, sono quasi assenti alle elementari ma ritornano numerosi nei licei): in una società in cui la famiglia è in crisi, la scuola, che è l'altro principale agente educativo per i giovani, potrebbe fornire dei validi punti di riferimento non solo femminili, ma anche maschili.

 

Sembra ormai fuor di dubbio che la scuola, così com’è, è molto lontana dall’offrire una formazione culturale e morale tale per cui l’alunno possa fronteggiare adeguatamente la società. Secondo te, ragionando in maniera puramente ideale, quali sarebbero le prime modifiche da approntare per renderla migliore, più vicina alle esigenze dei giovanissimi?

 

Il primo gap tra i docenti e gli alunni non è generazionale, ma tecnologico: gli insegnanti esperti dei mezzi informatici ed elettronici sono per fortuna in aumento, ma non sono tantissimi. Se il corpo docenti si appropriasse delle tecnologie usate dai giovani, e invece di demonizzare lo smartphone portato in cartella invitasse a usarlo come strumento di apprendimento/approfondimento, forse riuscirebbe a catturare di più l'attenzione degli alunni della Generazione X. Poiché non si può fermare l'evoluzione della società, penso che l'ideale sarebbe coniugare le tecniche dell'insegnamento tradizionale con nuovi strumenti per metterle in pratica. Ma ancor più urgente sarebbe, secondo me, istituire un sistema di selezione dei docenti che conduca all'insegnamento solo i più motivati, gli unici in grado di infondere la loro passione/missione negli alunni e quindi di fargli amare lo studio.

 

Il fenomeno della ghettizzazione degli alunni provenienti da ceti bassi o immigrati, cui accenni nel libro, è un altro aspetto dell’istituzione scolastica che sembra rispecchiare molto la società in cui viviamo. In un’epoca come la nostra, invece, non sarebbe opportuno creare leggi ad hoc per impedire che questo accada, quantomeno nelle scuole? O le leggi ci sono già, ma non vengono applicate?

 

In teoria la scuola, per la sua stessa missione educativa, dovrebbe essere il luogo privilegiato in cui realizzare l'integrazione tra culture diverse e l'accettazione dell'altro. I regolamenti scolastici in questo dovrebbero aiutare: i criteri di formazione delle nuove classi prevedono che esse vengano costituite da alunni di sesso, ceto socioculturale e rendimento scolastico diverso, in modo da garantire un ambiente il più possibile eterogeneo. Tuttavia, la mia esperienza diretta mi ha permesso di notare che in molte scuole la diversità è apprezzata soltanto sulla carta: nei fatti, per rispondere alle esigenze di alcune famiglie di “soliti noti”, gli alunni più problematici (perché economicamente disagiati, stranieri o troppo vivaci) vengono selettivamente riuniti in determinate sezioni.

 

Il tuo libro a tratti è molto ironico e testimonia che il mondo dei giovani è pieno di fantasia, di inventiva ed entusiasmo, tutte energie che spesso però vengono convogliate negli interessi sbagliati. Quali sono a tal proposito le colpe della società? E secondo te, i giovani possono davvero fare qualcosa per cambiarla, o crescendo vengono già “plasmati” da essa?

 

Più che di colpe, parlerei di evoluzione della società, e quindi di un processo inevitabile: nel momento in cui un fenomeno è in divenire, è difficile comprenderne i meccanismi e le conseguenze, che solo un domani potranno essere analizzate. Saranno quindi le generazioni future a dover fare il bilancio della situazione e a cercare, se lo riterranno opportuno, dei rimedi. Probabilmente, però, quelle che oggi a noi sembrano gravi mancanze (la difficoltà sempre crescente dei giovani a scrivere in buon italiano, a concentrarsi su testi lunghi e su lavori impegnativi, a prestare attenzione continuata ai docenti) verranno considerate accettabili e non si cercherà quindi di cambiarle, proprio perché faranno parte di un modus vivendi – e studendi – ormai consolidato.

 

In base alla tua esperienza, hai consigli da dare agli aspiranti insegnanti?

 

Devo ammettere che non sono la persona più adatta a dare consigli a chi voglia insegnare: non solo ho un'esperienza didattica limitata, ma preferirei dare consigli agli aspiranti scrittori! Comunque, così come a un aspirante autore consiglierei di scrivere solo se ha una fortissima motivazione e ha già avuto prova del suo talento, a un aspirante docente suggerirei di intraprendere questa carriera soltanto se è il sogno della sua vita: se si tratta di un ripiego, meglio lasciar perdere. Altrimenti quella che è una professione nobile e importantissima si trasforma nel lavoro più inadatto (a una donna, e non solo).

 

 

Chiara Santoianni si è laureata in Lettere moderne all'Università di Napoli con una tesi sulle comunicazioni di massa. Giovanissima, ha iniziato a pubblicare come giornalista e scrittrice. È autrice di un saggio sulla popular music, di un manuale di sicurezza informatica e di guide turistiche, oltre che di alcuni racconti.

Il suo romanzo di chick lit Il Diario di Lara è stato selezionato al concorso ChickCult 2008.

Attualmente scrive sulla rivista Internet Magazine e lavora nella scuola; cura inoltre il sito Internet per le donne Chiara's Angels.

 

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