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Il lavoro dello scrittore, tra esattezza ed emozione. Intervista a Marco Bosonetto

Il lavoro dello scrittore, tra esattezza ed emozione. Intervista a Marco BosonettoOggi ho avuto modo di intervistare Marco Bosonetto, autore che trovate in libreria con Il bacio della Dea Montagna (Piemme, 2018). La sua è un’opera che permette di avventurarsi al contempo tra le vette montane e nei cunicoli più impervi della personalità umana, quella vera, quella che divampa quando le sovrastrutture sono così soffocanti da risultare insopportabili. Uno scrittore di successo, di fondo insoddisfatto, un adolescente in rivolta, una moglie ancora, un amico politicamente scorretto ma che tra tutti risulterà quello maggiormente equilibrato, e lui il bacio mortale della Dea Montagna, questo e altro ancora tra le pagine.

 

Potrebbe dirmi come è nata l’idea che ha dato vita al suo ultimo romanzo Il bacio della Dea Montagna?

Ho immaginato uno scrittore di successo che comincia a chiedersi se i tanti che hanno comprato il suo libro lo abbiano letto davvero, integralmente. Mi è sembrato un modo adatto, ironico ma anche amaro, di mettere in luce la marginalità degli intellettuali oggi, perfino dei pochi che riescono a farsi conoscere dal grande pubblico, spesso scrittori-marchio, più che scrittori da leggere (e meditare) davvero. Forse è un'idea che mi maturava dentro dai tempi del liceo, quando il mio professore di Filosofia, nell'ultima ora di lezione dell'anno, l'unica in cui si concedeva una digressione dal programma, aveva detto che secondo lui Il nome della rosa di Umberto Eco l'avevano letto (o almeno capito) molte meno persone di quelle che l'avevano comprato, perché in realtà era un romanzo complessissimo camuffato da giallo medievale.

 

In questo momento storico omofobia e razzismo stanno tornando drammaticamente alla ribalta, si rischia sempre più di lasciarsi ingannare da stereotipi e luoghi comuni. Nel suo libro ho trovato frasi tipo «Non hai mai notato che i finocchi fanno i passettini, con il culo un po’ stretto?». Potrebbe chiarirmi il suo pensiero?

Il protagonista del romanzo ha un caro amico, Manu, che fa il falegname e che è politicamente scorretto. È quello a cui faccio dire le cose scomode, a volte perfino irritanti, ma che a ben vedere è più libero da stereotipi e pregiudizi di quanto lo sia il suo amico scrittore Luca, attentissimo a usare le parole giuste ma in fondo molto “convenzionale” nei comportamenti. Manu dice “finocchi” ma ha una sessualità assolutamente libera, comprese delle relazioni omosessuali, almeno nel passato. Mi viene in mente quella scena di Saturno contro di Ozpetek in cui il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini risponde alla domanda di una mamma borghese alle prese con la scoperta dell'omosessualità del figlio, «Quindi anche lei è omosessuale?»: «No, io sono all'antica. Sono frocio.» Cito a memoria, ma mi era sembrato un modo efficace per dire che non dobbiamo illuderci che alla correttezza linguistica corrispondano davvero il rispetto e la parità dei diritti nei fatti, che ovviamente sono sacrosante e si perseguono anche attraverso le parole, che però, ahimè, non bastano.

 

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Quali sono gli aspetti che cerca di curare nella scrittura? Se mi permette ho trovato il suo modo di scrivere estremamente preciso, puntuale, descrizioni di luoghi come pennellate di immagini da toccare, ma ho avvertito talvolta la mancanza di emotività. È stata una scelta di sobrietà o sono io a non aver recepito, ipotesi che non escludo visto che lo stato emotivo del lettore influenza di certo l’esperienza della lettura?

Due miei “fari” letterari sono Italo Calvino e Primo Levi. Calvino credo abbia anche intitolato Precisione o Esattezza una delle sue Lezioni americane. Alcune pagine di Primo Levi sono impressionanti per quanto riescano a coniugare l'orrore del contenuto alla sobrietà della forma. Quindi sì, perseguo l'esattezza, nella scrittura. Se questo vada a scapito dell'emozione, non so. Non sono convintissimo che generare emozioni sia la priorità della scrittura romanzesca. L'emozione deve essere accompagnata da un'intuizione della realtà, una visione del mondo, anche razionale. Altrimenti da sola serve a poco, secondo me. In più il protagonista del libro, Luca Rollin, vive una forma di dissociazione fra le sue emozioni (vorrebbe assolutamente sapere che qualcuno ha letto e amato fino all'ultima riga del suo libro) e la sua razionalità (capisce quanto narcisismo ci sia in questa ossessione). Che, almeno verso Luca, il lettore non riesca ad avere un'adesione emotiva completa mi sembra giusto: è un personaggio molto ambivalente, che a tratti si ama, a tratti si detesta, a tratti si compatisce. Se invece lascia freddi, indifferenti, allora è diverso, allora è un “errore” dell'autore.

Il lavoro dello scrittore, tra esattezza ed emozione. Intervista a Marco Bosonetto

Mi può raccontare chi è Marco quando non scrive e che rapporto ha lo scrittore con la quotidianità con la quale spesso gli scrittori, e gli artisti in generale, sono costretti a fare i conti per sopravvivere?

Marco per vivere (pagare le bollette, eccetera) insegna Filosofia e scienze umane in un liceo di Piacenza. Ha una moglie e un figlio quattordicenne. Ama davvero molto la montagna, da camminatore, non da scalatore, e ha messo anche questa passione nel romanzo. È costantemente in lotta contro il tempo per tenere insieme il lavoro “normale” con quello di scrittore e anche con tutte le altre cose che è bello fare nella vita, tipo passare del tempo con i propri famigliari, correre per contenere l'espansione della pancia, cucinare per gli amici, viaggiare. Conciliare i tempi non è facile.

 

Cosa le piace di più dell’essere uno scrittore e quali sono gli aspetti di tale mestiere dei quali invece farebbe a meno?

Il fatto di non essere uno scrittore di professione ha pro e contro. Da un lato sono libero di scrivere quello che voglio senza temere l'insuccesso commerciale, perché fortunatamente la mia sopravvivenza materiale è garantita da un altro lavoro. D'altro canto so anche che poter dedicare più energie e tempo alla scrittura forse renderebbe la mia scrittura migliore e mi dispiace che questo non accada. Il momento dell'invenzione, della prima stesura, è esaltante, anche fisicamente. La parte di cui farei volentieri a meno è l'attesa del responso degli editori, che spesso dura mesi.

 

Le sarei grato se volesse condividere con me due aneddoti indimenticabili che hanno segnato, per ragioni diverse, il suo percorso dal 1998 ad oggi.

Partendo dal 1998, quando è uscito il mio primo romanzo, ricordo che ero stato convocato in via Biancamano a Torino nella storica sede dell'Einaudi per firmare le copie da spedire ai recensori e quel giorno c'era Giulio Einaudi in persona, ormai piuttosto anziano, che “saliva” a Torino da Roma ogni due settimane a dare un'occhiata alla sua creatura, la casa editrice che in realtà non gli apparteneva più, perché c'era già stata l'acquisizione da parte di Mondadori. Io ero lì che firmavo Il sottolineatore solitario e lui s'informava sulla mia famiglia e non riuscivo a non pensare che conversazioni simili probabilmente le aveva avute con Pavese, Fenoglio, Calvino, Natalia Ginzburg, con il meglio della cultura italiana, e non solo, di tre quarti di secolo. Abbastanza esaltante, come esordio. Poi Giulio Einaudi è morto e il mio secondo romanzo è stato rifiutato dalla casa editrice. Ma quel ricordo mi è molto caro. Un'emozione diversa ma ancora più preziosa è legata all'incontro con una coppia che vive nella mia città, qualche anno fa. Mi avevano chiesto un appuntamento per farmi firmare una copia di Uffa, cambio genitori!, l'unico libro per bambini che abbia scritto. Poi mi hanno spiegato che il mio libro l'avevano letto e riletto in ospedale con la loro bimba, che purtroppo non era sopravvissuta a una grave malattia e che rideva un sacco per alcune parti divertenti della storia. Il pensiero di aver reso più tollerabile la malattia a una bambina mi riempie ancora di orgoglio. Almeno una cosa importante, con un mio libro, sono riuscito a farla.

Il lavoro dello scrittore, tra esattezza ed emozione. Intervista a Marco Bosonetto

Il bacio della Dea Montagna non risparmia, soprattutto nella parte finale, capovolgimenti di fronte inattesi, qual è il messaggio che sperava di comunicare con quest’opera?

Il protagonista, Luca Rollin, è contemporaneamente vittima e corresponsabile di una stortura molto presente nella società dell'informazione: occorre apparire, essere presenti, avere seguaci, a tutti i costi, anche per ragioni sbagliate. Luca capisce che la celebrità non l'ha portato da nessuna parte, i suoi libri non vengono letti, ma solo comprati. Questa cosa lo fa soffrire e lo rende ipersensibile verso tanti difetti dell'industria culturale. Ma poi Luca non riesce a sottrarsi: il narcisismo, la voglia di consenso, di approvazione, anche da parte di persone che in realtà non stima, hanno la meglio. Il finale, che ovviamente non rivelo, è pensato per mettere in risalto questa ambivalenza del protagonista: vittima e corresponsabile del sistema. Come tutti noi, in fondo.

 

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Prima di salutarci mi consenta una domanda un po’ scontata, ma che credo molti dei suoi lettori, che come me hanno gustato il suo ultimo lavoro, le vorrebbero porre: ci sono già altri progetti in cantiere, potremmo tornare a leggerla a breve?

Progetti tanti. Seriamente avviati, pochi. Ho raccolto alcune cose che ho scritto sul mio lavoro di insegnante che secondo me costituiscono una specie di pamphlet, molto narrativo, esperienziale, che mi piacerebbe fosse pubblicato. Sto aspettando responsi: la parte più faticosa, come dicevo prima. E poi sto scrivendo una sceneggiatura. Mi è già capitato per un mio racconto da cui è stato tratto un film, presentato al Festival di Berlino nel 2010, Due vite per caso. Scrivere per il cinema è stato interessante. Mi è venuta voglia di riprovare. Però trovare qualcuno che finanzi un film è molto più difficile che trovare qualcuno che pubblichi un libro. Perciò è assai probabile che la mia sceneggiatura resti un file sul mio computer. In ogni caso voglio arrivare in fondo. Mi fa ridere, ad alta voce, da solo. Credo sia un buon segno. Idee di romanzo ne ho due, una molto intima, legata alla mia famiglia, l'altra potrebbe essere il mio primo “giallo”. Devo decidere. In entrambi i casi ci vorrà parecchio tempo prima che diventino un libro.


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Per la prima foto, copyright: Dmitry Ratushny.

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