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Il lato oscuro dell’amore per le armi. “Gun Love” di Jennifer Clement

Il lato oscuro dell’amore per le armi. “Gun Love” di Jennifer ClementL’ultimo libro di Jennifer Clement, edito da Bompiani grazie alla traduzione di Silvia Castoldi, gioca fin dal titolo, Gun Love, con una vecchia massima narrativa: “la pistola di Cechov”, secondo la quale «se compare una pistola, bisogna che spari».

Ora, non è chiaro se la Clement giochi consapevolmente con questo riferimento sin dal titolo o se si tratti di una mera coincidenza, quel che è certo è che il lettore si trova, fin dalla copertina, di fronte a un accostamento di parole ossimorico e potenzialmente rivelatorio. Accostamento ossimorico perché coinvolge due termini, appartenenti ad ambiti semantici distanti: la violenza nel primo caso (gun), l’amore nel secondo (love). Il congiungimento è però presto fatto, considerando il contesto del romanzo: l’America, amante delle armi.

 

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Così, quando alle due protagoniste del romanzo, madre e figlia, viene donata una pistola, l’opzione è solo una: accettare. Del resto, il contesto in cui si trovano a vivere sembra giustificare una scelta simile. “Parcheggiate” in un campo roulotte da più di dieci anni, Margot e Pearl tirano avanti come possono. La madre lavora all’ospedale dei reduci, tentando di alleviare le ferite che il Vietnam ha inferto ai suoi cittadini, mentre Pearl fa quello che la sua età e l’ambiente le concedono: frequenta la scuola locale, gioca nella discarica vicina e guarda sparare ai coccodrilli.

Fuggite da padri inadeguati, Margot e Pearl si sono costruite un mondo tutto loro: una società di Amazzoni – verrebbe da dire - economicamente precaria, ma sicura dal punto di vista relazionale, nella quale agli uomini non è concessa né una posizione sociale, né la parola. L’autrice infatti, pur popolando il campo roulotte di ambedue i sessi, privilegia in modo deciso le donne, con i loro dialoghi e il supporto reciproco: in breve, le loro relazioni.

Il lato oscuro dell’amore per le armi. “Gun Love” di Jennifer Clement

Il prezzo dell’esclusione dell’universo maschile si fa sentire tuttavia nella condizione di transitorietà che le protagoniste sono costrette a vivere: il parcheggio della vecchia Mercury nel campo roulotte da condizione temporanea si trasforma in permanente; e l’automobile, da sempre simbolo di mobilità, viene piegata a una staticità forzata, in nome di un’indipendenza altrimenti impossibile.

A essere trasfigurati dalla necessità, sono poi un'altra serie di oggetti: dalle borse di plastica a riprodurre la logica dei cassetti, alla divisione dei sedili, che assumono la funzione di camere.

Accanto a questi oggetti funzionali, ve ne sono poi altri, più femminei e più vani: perle, porcellane, un carillon e perfino un abito da sposa. Nell’auto stracolma, tutto sembra procedere normalmente, nella sospensione cui il parcheggio ci ha abituati, finché “la pistola di Cechov” non inizia a farsi sentire. Prima sono gli spari ai coccodrilli nel fiume, poi il “libro delle armi” da colorare, in un crescendo continuo e calibrato con sapienza che porta ad accogliere nella macchina una pistola.

«Per dodici anni la Mercury era stata piena di bambole, peluche, vestiti, frutta e cibi confezionati, coperte e libri. Adesso abbiamo bisogno di una pistola, disse mia madre. Eli ha detto che ci serve.»

Il lato oscuro dell’amore per le armi. “Gun Love” di Jennifer Clement

Eli è l’amante della madre, l’uomo che ha iniziato a occupare il sedile posteriore della Mercury, violando la società di Amazzoni che, lì, si era costruita una stabilità. Agli oggetti sacri delle donne Eli ne aggiunge uno solo, annunciato sin dal titolo: la pistola, che dovrebbe essere un pegno d’amore.

«È per stare al sicuro. Per proteggerci.»

«Proteggerci?»

«È come avere un ombrello quando piove.»

 

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La ragione delle armi si perpetua da sempre nello stesso modo: “non sono per attaccare, ma per difendersi, per proteggersi”; e il dubbio che si guardi solo dalla parte dell’impugnatura e non da quella dalla canna, di chi riceverà un colpo forse fatale, non sembra sfiorare nessuno.

Così, nella società delle donne e degli specchi, si è introdotto un estraneo: un uomo che rivendica per sé un amore più forte di quello tra una madre e una figlia. La prova del suo affetto è la pistola che porta in dono; una pistola che si presenta come “un oggetto fra i tanti” nella macchina, ma che sappiamo – Cechov insegna – essere destinata a sparare.

La questione è chi si troverà a ricevere il colpo.


Per la prima foto, copyright: Sofia Sforza su Unsplash.

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