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Il lamento autobiografico di Philip Roth

Philip Roth, I fatti. Autobiografia di un romanzieredi Giulia Taurino

La recente scelta di Philip Roth di ritirarsi dalla scrittura ha suscitato un rinnovato interesse per il suo percorso di scrittore e di uomo. Possiamo ricostruirne la biografia attraverso i suoi romanzi, ripercorrendo le azioni e i pensieri dei personaggi letterari, oppure possiamo leggere la sua autobiografia, riedita recentemente nella traduzione di Vincenzo Mantovani, a cura di Einaudi (2013).

I fatti. Autobiografia di un romanziere – questo il titolo dell’autobiografia del celebre autore statunitense, pubblicata originariamente nel 1988 – è la storia di un narratore che si identifica con i propri personaggi, non solo nella voce del protagonista, ma anche in quell’io diviso che è la terza persona. Quando non è Philip Roth, è Alexander Portnoy, è Nathan Zuckerman, è l’Io del testo. Roth svela tutte queste identità, creando allo stesso tempo un altro se stesso che interroga il proprio passato letterario all’interno di una generalizzata crisi esistenziale dovuta a un’estrema depressione. Quest’opera nasce, infatti, a seguito di un grave esaurimento che colpisce il romanziere dopo dieci anni di attività e lo conduce alla disperata ricerca di un significato da assegnare alla propria scrittura disseminata di riferimenti biografici.

Roth isola diverse fasi identitarie, individuate da alcuni momenti-chiave del suo percorso. In primo luogo, l’infanzia trascorsa nella comunità ebraica di Newark dove nacque negli anni Trenta. Quella che racconta è un’infanzia felice e protetta dall’affetto dei genitori, un legame ripreso in molti dei suoi romanzi, sia per quanto riguarda il rapporto viscerale con la madre, sia nelle analisi delle dinamiche di timore e rispetto tra padre e figlio. Se, da una parte, la morte della madre viene ricordata in Lasciarsi andare e Il Professore di desiderio, il padre muore in Zuckerman scatenato. Alla figura paterna dedica, in particolare, l’intero prologo dell’autobiografia, in una sorta di lettera al padre di memoria kafkiana. Altri momenti di crescita e di profondo cambiamento nella sua esperienza di scrittore corrispondono agli anni universitari alla Bucknell University e a Chicago, dai quali nascono i primi racconti di riflessione sulla società americana – che confluiranno nella satira irriverente della middle-class ebraica in Goodbye, Columbus e nell’impietoso ritratto dell’ossessione anti-comunista americana in Il Grande Romanzo Americano. Proseguendo la scansione degli eventi salienti della sua vita, lo scrittore ripercorre, infine, la spietata educazione sentimentale, rivangando il rapporto con la moglie Josie, sua nemesi, e la successiva separazione.

Nel descrivere il personale percorso di maturazione, Roth richiama costantemente la presenza dall’alter-ego Nathan Zuckerman, a cui fa appello in principio e da cui riceve risposta in conclusione, frammentando - ancora una volta - la propria personalità in duplici versioni di se stesso. Si tratta di un dialogo intimo e interiore che prende forma di lettera psicoanalitica, con un potente richiamo alla tradizione epistolare e alla psicoanalisi letteraria. Durante questo “soliloquio sdoppiato”, il palesarsi di un interlocutore fittizio rende sempre più esile il limite tra realtà e finzione fino a metterlo completamente in discussione. L’auto-rappresentazione che traccia Roth viene contestata dalla replica di Zuckerman, che funge da contraltare: «Il tuo dono non consiste nell'impersonare la tua esperienza ma nel personificarla, nell'incarnarla nella rappresentazione di una persona che non sei tu. Tu non sei l'autore di un’autobiografia, sei un personificatore». Grazie a una sottile strategia psicoterapeutica simile a quella contenuta nel Lamento di Portnoy, la vita stessa di Philip Roth diventa romanzo.

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