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Il guscio di Livia Franchini non si rompe

Il guscio di Livia Franchini non si rompeSarà che avevo in mente due romanzi con protagoniste femminili molto ben cesellati (avevo da poco concluso la lettura di Onori di Rachel Cusk, continuando a pensare a Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman), ma mentre leggevo Gusci, romanzo d’esordio di Livia Franchini (traduttrice e poetessa di origini toscane trapiantata a Londra) pubblicato da Mondadori, sentivo che qualcosa della sua protagonista non mi convinceva. Entrambi i romanzi citati narrano, come fa Livia Franchini in Gusci, la storia di una donna sola che in Onori si limita ad ascoltare le confessioni di sconosciuti durante un viaggio per dimostrare che gli esseri umani (soprattutto gli uomini) sono un branco di egocentrici viziati, mentre in Eleanor Oliphant sta benissimo la donna sola in questione scopre che aprendosi all’ascolto agli altri la sua vita può cambiare.

Ruth Badle,il personaggio costruito dalla Franchini, si pone nel mezzo, sospesa al centro di una fune che la collega da un lato all’universo dove l’altro da sé è muro invalicabile e dall’altro a un sistema di solitudini che non aspettano altro che un segnale per condividere le proprie ansie. Il lettore attende il colpo di vento che deciderà la direzione da prendere, ma Ruth non sembra aver alcuna intenzione di cedere.

 

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Gusci ci racconta quindi della solitudine di Ruth Badle, introversa infermiera trentenne che, lasciata dallo storico fidanzato (Neil), si rende conto di non avere nessun altro con cui sfogarsi, tanto meno qualcuno che possa prendersi cura di lei. Raccontata in prima persona da diversi punti di vista (da Ruth, dalla storica amica Alanna e dal fedifrago ex-fidanzato Neil), il romanzo della Franchini ci guida nel presunto percorso di guarigione emotiva di una donna «brava a essere buona con gli altri». Altri che ne approfittano o semplicemente sono così presi da loro stessi da non metterla al centro dei propri pensieri (ma qualcuno lo fa davvero?).

E allora perché Ruth continua a fare la “buona”? Non le piace, non è una persona empatica, non ne ottiene vantaggi, né tantomeno è spinta da uno spirito missionario. E allora? E questa la domanda che mi ha tenuto legato a Gusci fino a un finale che conferma ciò che un lettore esperto comprende fin dai primi capitoli: la protagonista è altrettanto presa da sé, tanto da essersi costruita il ruolo di “vittima auto-rincuorante”. Sembra dirci che gli altri sono i cattivi e anche se non lo fossero sarebbero stati cattivi con lei e tanto basterebbe.

Il guscio di Livia Franchini non si rompe

La narrazione della Franchini si fonda su un registro linguistico pulito e attento alla singola parola, l’autodefinizione di Ruth: «Eccomi qui, spillo perso nel tempo, puntino arbitrario a testimoniare il fatto che ci sono sempre stata, senza che valesse la pena di testimoniare la mia presenza» resta attaccata alla memoria. Anche lo stile narrativo ha dei momenti di luce degni di nota, un esempio per tutti il capitolo dedicato al pollo arrosto (i singoli capitoli prendono il titolo e l’ambientazione dalle voci di uno scontrino dell’ultima spesa fatta da Neil prima di lasciare Ruth) dove la protagonista descrive il suo rapporto con la madre attraverso il loro rito di vivisezione di un pollo che non mangeranno.

Il guscio di Livia Franchini non si rompe

«Io e mia madre siamo parsimoniose: risparmiamo soldi, tempo e spazio. Lavoriamo in squadra, niente piatti e un unico coltello. Ci sediamo una di fronte all’altra su due sedie pieghevoli. Lasciamo le altre due accostate al muro, dove si è formata una macchia grigia di polvere che si è trasformata in sporco. Non mi fraintendete, la casa è ben tenuta, in tutti gli spazi utilizzati. Ma c’è sempre tanto da fare, che bisogno c’è di andare a esplorare gli angoli bui?» Peccato che poi l’autrice senta di dover rafforzare il punto con un: «Ci sforziamo insieme di evitare questo genere di conversazioni stressanti. Perché andare a fondo quando la vita è già abbastanza difficile di suo?» indebolendo il passaggio precedente e rivelando ciò che il lettore avrebbe voluto dedurre da sé.

 

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E se continuerò per mesi a classificare il fisico delle persone in base alla geniale distinzione del capitolo “crema idratante” («cinque prototipi: a mela, a pera, a clessidra, a triangolo capovolto, a rettangolo»), resto un po’ deluso da un romanzo in cui l’universo maschile è schiacciato nella sua egomania e soprattutto da una protagonista che resta fedele a se stessa. È un peccato, perché il lettore si affeziona a Ruth e vorrebbe che ci fosse uno scatto in avanti (o all’indietro), che inizi a sfruttare le persone come pensa abbiano fatto con lei o diventi schiava consapevole di un vero carnefice, la scelta spettava alla voce narrante, il lettore non aveva preclusioni, ma abbandonare Ruth al centro della corda dell’indecisione risuona come uno spreco.


Per la prima foto, copyright: Aziz Acharki su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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