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“Il grande animale”, intervista a Gabriele Di Fronzo

“Il grande animale”, intervista a Gabriele Di FronzoIl grande animale (Nottetempo, 2016) è il romanzo d’esordio di Gabriele Di Fronzo, trentenne torinese che ci racconta un personaggio insolito, l’imbalsamatore Francesco Colloneve, e il suo complesso rapporto col padre. Dal mestiere ha imparato che non c’è modo di scampare alla perdita, e dunque tanto vale esercitarsi in tutti quei gesti che aiutino a sopravvivere agli abbandoni.

Quando il padre si ammala, la sua memoria tarlata è l’occasione per ricordare insieme mancanze e colpe di cui Francesco porta ancora i segni. Ma è alla morte del genitore, da cui si è dovuto trasferire, che Colloneve – esperto di abbandoni per indole nonché per professione – dovrà usare tutte le sue strategie per trasformare il dolore del lutto in un incantesimo di eternità. Perché se, come ha scritto Elizabeth Bishop, «l’arte di perdere non è difficile da imparare», più complicata è l’arte di sopravvivere alle cose perse.

Si tratta di un romanzo senza dubbio originale, caratterizzato, oltre che da personaggi poco convenzionali, da un uso attento e molto personale del linguaggio: ne abbiamo parlato con l’autore in questa intervista.

 

Per prima cosa mi piacerebbe sapere qualcosa sulla genesi della storia: è partito dal desiderio di raccontare un rapporto padre-figlio, oppure era più importante che il protagonista fosse proprio un tassidermista, o imbalsamatore? Qual è stato esattamente il punto di partenza?

Quando ho iniziato a lavorare a Il grande animale, sin dalla fase preliminare alla scrittura stessa, sapevo che sarebbe stata una storia che avrebbe avuto in scena un figlio, cui sarebbe spettato di essere la voce narrante, e un padre. Sapevo che questi due avrebbero condiviso una convivenza pressappoco coatta. E sapevo che il figlio di mestiere avrebbe fatto l’imbalsamatore di animali. E c’era già anche il finale, fin quasi il paragrafo con cui il romanzo si congeda. Così come pure l’incipit («Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così́, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre»), se la memoria mi assiste a sufficienza, grossomodo è quello dal quale partii allora e che stesura dopo stesura ha subito minime modifiche. L’unica cosa che mancava – a parte scriverlo dalla seconda alla penultima pagina – era il nome del protagonista.

 

A proposito del mestiere di tassidermista, non certo usuale, ma che lei descrive con molta precisione: ne sapeva già qualcosa prima di mettersi a scrivere il romanzo, oppure ha dovuto documentarsi partendo da zero? Cosa l’affascina di quest’attività?

Ho trascorso giorni e giorni al Museo Regionale di Scienze Naturali della città in cui abito, Torino. A passeggiare tra l’ampia collezione di animali imbalsamati, a valutarne i dettagli e le peculiarità di ciascun preparato montato, e soprattutto a leggere e studiare i manuali di tassidermia che la biblioteca del Museo mi ha messo a disposizione. Grazie innanzitutto a due o tre di questi libri mi sono in effetti dato una vera e propria formazione da autodidatta. Via via, la mia preparazione di neofita andava affinandosi e da semplice parvenu credo di aver fatto qualche passo in avanti. Allora ho iniziato a scrivere.

Perché sia rimasto attratto da quest’attività: credo che abbia riconosciuto il valore di correlativo oggettivo - T.S. Eliot nel saggio Il bosco sacro, lo definì come «una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi» con la funzione di evocare una «emozione particolare» – in dote a questa professione, alle sue procedure e alla predisposizione sentimentale di chi la intraprende, liminare tra vita e morte, tra possesso e perdita, feconda per ciò che intendevo raccontare.

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“Il grande animale”, intervista a Gabriele Di FronzoL’imbalsamazione rappresenta l’estremo tentativo di conservare accanto a noi qualcosa che ci è molto caro, e c’è da credere che non sarebbero poche le persone disposte a mantenere accanto a sé il corpo di una persona amata, se la cosa fosse lecita. Perché spesso non siamo capaci di lasciar andare via del tutto chi muore?

L’occupazione fondamentale che caratterizza Francesco Colloneve, l’imbalsamatore de Il grande animale, è dare conservazione a quello che senza il suo intervento deperirebbe e scomparirebbe per sempre. Egli dunque, attraverso le sue tecniche e nondimeno passando per la sua sensibilità, conferisce all’oggetto amato un’immortalità provvisoria. La nostra incapacità ad abbandonare chi ci lascia, credo dipenda in egual misura dal dolore inquietante che il fantasma di quella persona ci impone – «Il lutto non esiste. Ci si ricorda. Ci si ricorderà sempre di tutto. Nei minimi particolari», per dirla con il cantautore francese Bertrand Betsch – e da una certa onnipotenza che fin lì reputavamo d’avere sulla vita della persona cara, che fin quando noi l’avremmo amata lei non se ne sarebbe mai andata via.

 

La cosa che colpisce di più, leggendo questo romanzo, è l’uso del linguaggio, che appare freddo, preciso, molto “tecnico” non solo nelle descrizioni del lavoro del protagonista, ma anche in quelle delle sue emozioni, o meglio delle sue non-emozioni. Come ci è arrivato? Ha elaborato questo stile così particolare senza difficoltà, oppure è il risultato di un lungo lavoro di riscrittura?

Si è trattato di un lungo lavoro di pre-scrittura, più che di riscrittura. Ho riempito pagine su pagine di appunti con episodi, la corretta terminologia che avrei dovuto utilizzare, spunti, consuetudini da rispettare, vezzi e tic, che partecipassero all’invenzione del protagonista e dunque della sua voce. Da questa costellazione puntiforme – fatta di tecniche ghiacce come pure da vertigini liriche che l’indole malinconica del personaggio avrebbe di tanto in tanto fatto sbucare da sé, magari inavvertitamente - ho scoperto la silhouette che avrebbe avuto Francesco Colloneve. Il suo profilo psicologico. La sua lingua. Come avrebbe disposto della sua emotività. Per arrivare infine al galateo comportamentale che avrebbe intessuto, gesto dopo gesto, per cavarsela dopo il lutto.

 

Visto che siamo in presenza di una storia horror, sarebbe di cattivo gusto chiederle quanto ci sia in essa di autobiografico, ma sarei curiosa di sapere se ha avuto modo di far leggere il libro a suo padre e, in caso affermativo, cosa ne ha pensato.

Mio padre ha letto il libro il giorno prima che il romanzo uscisse in libreria e il giorno dopo era in prima fila alla presentazione. Le screziature autobiografiche che ci si aspetta abitualmente entrino in un’opera, non sempre partecipano in modo dirimente lì dove ci si aspetterebbe che stiano. Magari stanno altrove.

 

Dopo aver esordito con un romanzo così particolare, come pensa di proseguire? Intende continuare a scrivere altre storie “gotiche” come questa, stando alla definizione di Michela Murgia, oppure potrebbe spaziare in altri generi narrativi?

Sarà una storia nuovamente incentrata su una relazione tra individui: in questo senso, sì, mi sento di poter dire che torneranno i tratti orrorifici di questo romanzo. E sarà una storia d’amore, lo spero.


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