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"Il giorno che aspettiamo", l'11 settembre di Jill Santopolo

"Il giorno che aspettiamo", l'11 settembre di Jill SantopoloIl giorno che aspettiamo (Nord, 2017 – traduzione di Barbara Ronca) è il primo romanzo di Jill Santopolo, che arriva alla narrativa per adulti dopo un'intensa carriera nel mondo dell'editoria, che l'ha portata a diventare prima editor e poi direttrice editoriale di Philomel Books, uno dei marchi del gruppo Penguin, oltre che autrice di numerosi libri per bambini e per adolescenti.

Protagonisti di questo romanzo sono Gabe e Lucy, due ventenni che s'incontrano all'università di New York, dove sembrano innamorarsi a prima vista nel corso di un caldo pomeriggio di fine estate. Ma non si tratta di un giorno qualunque: è l'11 settembre 2001, e i due giovani da una terrazza assistono increduli all'incendio e al crollo che distruggono le Torri Gemelle, con tutte le conseguenze che ciò sta per avere, in primo luogo sulla vita dei newyorchesi, ma poi anche sul resto del mondo.

La loro storia d'amore non può non rimanerne influenzata, perché sono proprio gli eventi successivi all'attentato, che portano gli Stati Uniti a intervenire militarmente in Afghanistan e poi in Iraq, a convincere Gabe, che sta iniziando una promettente carriera come fotografo, a partire per le zone di guerra, inseguendo il sogno di realizzare reportage che mostrino tutto ciò che accade in quei luoghi.

 

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Devastata dalla sua partenza, Lucy non regge l'abbandono, sancito da lunghi silenzi e rari, laconici messaggi, finché, col passare dei mesi, si rassegna ad accettare il paziente corteggiamento di Darren, un uomo solido con cui può pensare di costruire una famiglia e un futuro diverso. Gabe però non abbandona mai i suoi pensieri, così che per tredici anni i due continuano ad avere contatti saltuari, fino ad arrivare a un drammatico punto di svolta: toccherà allora a Lucy compiere la scelta più difficile della sua esistenza.

Abbiamo intervistato Jill Santopolo in occasione del suo arrivo a Milano per presentare l'edizione italiana di Il giorno che aspettiamo.

 

Lei ha iniziato scrivendo per bambini, poi per adolescenti e adesso è passata alla narrativa per adulti. Come è avvenuto questo percorso personale?

Dopo essermi laureata ho iniziato subito a scrivere libri per bambini. Mi piaceva molto, e mi piace ancora scrivere per loro, perché penso che un libro letto nell'infanzia sia qualcosa che ti influenza anche durante la crescita. Scrivevo quindi di temi come l'importanza di lavorare in squadra e di lavorare per la propria comunità, di restituire qualcosa agli altri, ecc. Cinque anni fa, dopo la fine dolorosa di un rapporto che mi aveva fatto soffrire molto, perchè credevo che sarebbe durato tutta la vita, mi sono resa conto che l'unico modo per me di superare tutto stava nello scrivere. Così ho raccontato la storia di questa donna che, a sua volta, deve gestire la fine di un rapporto, analizzando le stesse sensazioni che avevo provato io. Ho fatto leggere le mie pagine a un'amica che si trovava in una situazione analoga e lei mi ha detto "hai colto così bene quello che provo anch'io che secondo me dovresti continuare e farne un libro". Ho lavorato a questo romanzo per quattro anni, ma in definitiva il mio passaggio dalla narrativa infantile a quella per adulti è stato abbastanza casuale.

"Il giorno che aspettiamo", l'11 settembre di Jill Santopolo

Perché ha scelto l'11 settembre per dare l'avvio alla vicenda, e come è stato il suo 11 settembre personale?

Quel giorno io ero all'Università e stavo seguendo una lezione su Shakespeare, all'epoca non avevamo i cellulari come oggi e non potevamo comunicare istantaneamente con l'esterno, quindi abbiamo fatto tutta la nostra lezione ignari di ciò che stava accadendo. Solo quando siamo usciti dall'aula abbiamo saputo. All'epoca avevo vent'anni, e ovviamente quel giorno ha avuto un enorme impatto su di me, come su tutti i newyorchesi. A partire da quel momento abbiamo iniziato tutti a chiederci seriamente cosa volessimo fare delle nostre vite, perché ci siamo resi conto di come l'esistenza sia sfuggente e si possa sparire da un momento all'altro.

Ho voluto far iniziare il mio romanzo in quel giorno perché è stato un avvenimento che ha fatto crollare tutte le nostre difese, ci siamo resi conto di essere molto vulnerabili ma abbiamo creato anche legami molto forti.

 

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Si dice infatti che l'11 settembre ha reso gli americani più consapevoli del mondo esterno, mentre fino a quel momento erano più chiusi nel loro orizzonte ristretto. È un po' la stessa cosa che capita a Lucy, che attraverso Gabe si rende conto che esistono altri luoghi e persone che lei non aveva mai preso in considerazione?

Sì, in un certo senso è quello che capita a Lucy e anche a Gabe, perché in quel momento loro sono più disposti a cercare di capire chi è l'altro, con le sue emozioni e la sua storia, ed è questo che crea così in fretta il loro legame profondo, oltre a rafforzare il progetto di Gabe per il suo futuro.

 

Si possono davvero amare contemporaneamente due persone come fa Lucy per tanto tempo?

Sì, penso di sì, perché lei li ama in modo molto diverso. Dopotutto, nel corso della vita tutti noi sperimentiamo forme diverse d'amore, a partire da quello per i nostri genitori, fratelli e sorelle, che riescono a coesistere tra loro. Lucy senza dubbio ama anche Darren, suo marito, ma il legame che ha con Gabe rimane qualcosa di particolare, nonostante tutto.

"Il giorno che aspettiamo", l'11 settembre di Jill Santopolo

Lei ha lavorato per molto tempo come editor: cosa succede a un editor che un giorno si ritrova a passare dall'altra parte, come autore, e a gestire a sua volta un rapporto con un editor, visto che spesso questo tipo di rapporto è descritto come abbastanza contrastato?

È stato senza dubbio interessante, per me, perché io ho sperimentato entrambi i ruoli. In realtà, la mia editor mi ha aiutato molto ad affinare la visione del libro e a fare in modo che comunicassi davvero al lettore ciò che intendevo comunicare. È anche grazie a lei se il lettore riesce a cogliere tutte le sfumature della storia, perciò la considero molto importante.

 

Adesso che ha sperimentato la scrittura per le diverse fasce di età, quali sono per lei le analogie o le differenze nello scrivere pensando a lettori differenti?

Quando scrivo per un pubblico di otto anni, di sedici o di trentacinque utilizzo più che altro linguaggi diversi, e soprattutto riferimenti diversi, perché per forza di cose queste categorie di lettori hanno bagagli culturali differenti. Per il resto, una storia ha sempre un inizio, un corpo e una fine, una struttura che rimane sempre la stessa indipendentemente dal tipo di pubblico a cui ti stai rivolgendo.

 

Per chi pensa che scriverà di più in futuro?

Finora ho scritto quattordici libri per bambini e uno solo per adulti, al momento ho un contratto per un altro libro per adulti e non ne ho nessuno per bambini, quindi mi concentrerò su un nuovo romanzo, ma non escludo affatto di tornare a scrivere ancora per il pubblico infantile.


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