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Il giornalismo storico di Paolo Di Stefano: il racconto degli italiani non illustri

Il giornalismo storico di Paolo Di StefanoPaolo Di Stefano non si chiama fuori dall’operazione di giornalismo storico che fa di Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015) un ritratto tenero ma inesorabile dell’ultimo secolo di storia del nostro Paese. Già romanziere eclettico e saggista, nel suo ultimo libro l’inviato speciale del «Corriere della Sera» svela una trama di esistenze che attraversa l’Italia da Sud a Nord, dall’Ottocento ai giorni nostri.

L’Italia raccontata da Di Stefano è fatta di uomini e donne “normali” che si vivono accanto senza conoscersi: «ci sono vite simili che si lambiscono soltanto». Armato di curiosità e deformazione professionale, il giornalista si fa osservatore partecipante: «Bisognerebbe parlare, stare ad ascoltare, avere pazienza, tempo, fermarsi, e invece si cammina veloci a piccoli passi, in una sola giornata si sfiorano tante di quelle vite ignote, indaffarate, migliaia di vite».

Storia di italiani non illustri: a vederlo così potrebbe sembrare il sottotitolo di un libro di Mario Calabresi; in effetti, Ogni altra vita fa parte di quel filone di “narrativa non-fiction” a cui ci ha abituati il direttore de «La Stampa» e in cui si inserisce anche un’opera di reportage come Limonov, di Emmanuel Carrère. Le radici dell’autore si mischiano alla cronaca e alle imprese tramandate, i singoli sono la cassa di risonanza della collettività e viceversa; non a caso Di Stefano parla di “storia” e non di “storie”.

Il collante dei diciassette profili di Ogni altra vita è proprio Di Stefano. È lui che ha incrociato le vite di questi italiani “non illustri”. Compaesani, amici di famiglia, personaggi che ha incontrato in veste di cronista o delle cui vicende ha letto nei veraci diari privati pescati dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.Come quello di Antonio Sbirziola, imbarcatosi a vent’anni sulla nave Sidney, dal porto di Genova, destinazione Melbourne, o le pagine amare scritte da Rosa Bartolini, la donna-fenice certa che nella vita «non si muore dalla vergogna».

Il giornalismo storico di Paolo Di Stefano

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Qua e là al narratore si affianca il Paolo Di Stefano “figlio”. Mentre ci trasmette bocconi di altre vite, l’autore sta anche accompagnando suo padre, ottantaquattrenne professore di latino e greco, al paese natale, per la sepoltura. Avola, in provincia di Siracusa, è infatti la prima scatola cinese dentro la quale si inseriscono altre esistenze, a partire da quella del venditore di uova, don Arianu, che apre il libro. Una volta alla settimana arriva ad Avola dalla vicina Scicli con il suo «carretto a molle trainato da un vecchio mulo taciturno» per vendere uova che «ogni sera passava con il lume a visionare», per verificarne la freschezza. Ad Avola c’è anche Venerina Toscano; con le sue mani abili durante la guerra faceva vestiti, sottane, gonne e pantaloni riciclando i teli dei paracaduti abbandonati nei campi. Sempre ad Avola hanno vissuto i nonni paterni di Di Stefano, pastori per generazioni. Da qui è partito suo padre, alla volta di Lugano, città in cui è cresciuto l’autore. Sono sue le descrizioni della difficile integrazione degli italiani in Svizzera: «Eravamo africani o quasi, in Svizzera: raramente “terroni”, più spesso ci chiamavano “Africa bianca” oppure, in dialetto ticinese, “majaramina”, cioè rosicchiatori, come topi, della “ramina”, della rete di confine».

Il giornalismo storico di Paolo Di Stefano

Nell’ottica centripeta del libro, la personale esperienza di immigrazione dell’autore va a intrecciarsi con quella di tale Lodovico Molari, il quale era a Marcinelle l’8 agosto del 1956, aggrappato alle grate della miniera nella speranza di trovare suo fratello vivo.

Queste vite fanno viaggiare nel tempo e lungo la storia d’Italia. Un momento siamo in piazzale Loreto, «immersi nella folla che acclamava i cadaveri penzolanti a testa in giù di Benito Mussolini e Claretta Petacci», e un attimo dopo siamo con Flora Ritter, nel mezzo dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta, quando «una giovinezza che non prende la strada della rivolta è destinata alla depressione».

Di Stefano ci porta a conoscere le macerie emozionali di fatti di cronaca del passato recente attraverso le vite di chi è rimasto: vergognose caserme del nonnismo, adolescenze fragili e invisibili, solitudini sorde di periferia e violenze annunciate sotto cieli color acciaio.

Il giornalismo storico di Paolo Di Stefano

Maestri, partigiani, paracadutisti, studenti, minatori, cubiste, madri disperate sembrano avere una voce sola. Sfumano i confini fra le vicende intime e il fluire pubblico. I singoli sconfinano nelle tragedie collettive, mentre i drammi privati cercano il riflesso della comunità. Anche Di Stefano, il quale ha visto morire un fratello di cinque anni, sembra cercare un antidoto all’indifferenza di un mondo che appare imperturbabile: «Confesso che ogni volta che vedo una data vicina a quel sabato e a quella domenica, istintivamente la mia curiosità si accende: voglio sapere che cosa facevano gli altri mentre io vivevo la morte di mio fratello. Le vite degli altri nel mio giorno più tragico».

Un libro fraterno, di un’indulgenza sana verso gli esseri umani, i quali si vogliono sentire sulla stessa barca pur sapendo che, come recita un detto siciliano, «Ognuno piange con gli occhi suoi». Con Ogni altra vita Paolo Di Stefano ha dimostrato non solo di essere un maestro del giornalismo storico, ma anche un uomo che non ha paura di mettersi in gioco. 

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