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“Il gioco della vita” raccontato da Mazo de la Roche

“Il gioco della vita” raccontato da Mazo de la RocheIl 4 luglio 2019 usciva per la prima volta Italia pubblicato da Fazi, il primo capitolo di una saga familiare dove la vasta tenuta, sorta all’epoca del colonialismo inglese grazie a un’eredità, immersa nelle campagne dell’Ontario, in Canada, è l’indiscussa protagonista: Jalna di Mazo de la Roche (qui la nostra recensione). Dal 28 maggio in libreria per la stessa casa editrice il secondo capitolo con un titolo che racchiude il senso del romanzo stesso: Il gioco della vita (il titolo originale, Whiteoaks of Jalna fa invece riferimento al nome della famiglia che vi abita) sempre nella traduzione di Sabina Terziani, collana Le Strade.

Il libro si apre con un grande albero genealogico. Questo consente di ripassare i personaggi che già si sono conosciuti oppure, nell'eventualità che non si sia letto il precedente volume, acquisire familiarità con loro. È passato poco più di un anno dai pregressi avvenimenti, ma molte cose sono cambiate e molte altre cambieranno. Ciò che contraddistingue gli abitanti di Jalna è il sentirsi parte di un tutto, con l’orgoglio o anche solo la consapevolezza di essere diversi, quasi degli alieni.

Non una residenza qualsiasi, quindi, ma un segno distintivo. Una pervasiva irrealtà in grado di avvolgere il lettore. Intanto, la dimora, immobile, pare scrutare quel che succede intorno a essa.

«Ancora una volta i Whiteoak si distinguevano per la capacità di portarsi appresso un’atmosfera particolare, come se con premeditato riserbo innalzassero un muro tra loro e il resto nel mondo».

 

La capostipite è ormai ultracentenaria, la nonna Adeline Court, dal carattere forte e dispotico, indulgente più nei confronti dei giovani che degli adulti di casa. Solo la salute, sia fisica che mentale, si è fatta malferma, come potrebbe sembrare ovvio, eppure nel suo caso non è così.

Vedere i parenti riuniti sotto lo stesso tetto è imprescindibile per lei. I figli maschi Ernest e Nicholas, l’unica figlia Lady Bunkley, i numerosi nipoti, Meg e Renny i più grandi, per finire col piccolo Wakefield, ai quali si aggiunge ora un pronipotino.

“Il gioco della vita” raccontato da Mazo de la Roche

Vediamo i punti di vista di ciascuno, ma stavolta la prospettiva del diciannovenne Finch, il penultimo, è prevalente. Due i temi centrali su cui la trama è imbastita e sono in apparente opposizione fra loro: l’arte e il denaro.

 

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L’arte è rappresentata da Finch, appunto, e da Eden. Il primo, dolce e sensibile, subisce le angherie dei fratelli proprio per questa sua inclinazione. Quando scappa di casa, infrangendo la prima e più importante delle regole, cioè non abbandonare Jalna, ancor peggio andando a vivere in una città come New York, sperimenta un altro approccio alla vita. La libertà di dedicarsi alle sue passioni, in particolare alla musica, senza rendere conto a nessuno; il significato dell’indipendenza economica e nuove amicizie. Ma non tutti sono comprensivi con lui poiché prima viene sempre la famiglia, poi i desideri personali. Quando vi tornerà, e non per scelta spontanea, niente sarà uguale a prima, tranne le sensazioni e le emozioni nel rivedere Jalna.

Anche Eden è a New York dove conduce una vita dissoluta, dopo essere fuggito (anche lui) da Jalna in seguito a uno scandalo che lo ha visto coinvolto insieme alla cognata Pheasant e conseguente fallimento matrimoniale con l’amabile e altruista Alayne, conosciuta l’anno passato proprio nella città americana. Avvenimento che travolse come un fiume in piena tutti, e non solamente i diretti coinvolti. Amori e passioni con dei risvolti degni delle migliori soap opera. Vale la pena ricordare, che parliamo di un’epopea che ha avuto uno straordinario successo in patria con adattamenti sia nel grande sia nel piccolo schermo.

Eden e Finch, dunque, hanno caratteri antitetici ma sono accomunati dal temperamento artistico e da sorti simili, entrambi non capiti e accettati per quello che sono. Abbandonano per primi la famiglia, seppur per motivi diversi, e riescono altresì a riunirla. Verranno infatti entrambi ritrovati e portati a Jalna. Il primo in un incontro casuale, viene visto dallo zio Ernest seduto solo e malato su una panchina. Zio partito per l’America con il compito preciso di riportare a casa Finch ed esaudire così il principale desiderio della nonna che, come abbiamo detto, era vedere riunita la sua dinastia. E in tutto questo avrà un ruolo decisivo Alayne, che dell’ex marito, e di tutta Jalna invero, non vuole più saperne, ma nella sua bontà e comprensione farà da tramite nella tanto agognata ricomposizione familiare.

“Il gioco della vita” raccontato da Mazo de la Roche

Quanto agli altri fratelli invece, si dedicano a cose più pratiche. Innanzitutto perché in un maniero com’è Jalna c’è tanto lavoro da svolgere: ci sono i cavalli, le corse a cui partecipare, le stalle, gli orti, la servitù e i contadini da dirigere. C’è poco spazio per l’amore – o meglio, non se ne ammette l’importanza – e per l'arte. Sono giudicate infatti cose futili e femminili.

Quanto al secondo elemento, i soldi, la posta in gioco è più alta. La nonna, infatti, si è impuntata nel violare le minime regole testamentarie e vuole lasciare tutto il suo patrimonio a uno solo, generando malumori e diffidenze fra i membri informati di questa sua volontà.

Ne Il gioco della vital’armonia regna non tanto fra gli esseri umani, dunque, quanto fra la natura e il clima. La prima rigogliosa e incontaminata mentre il secondo in quella regione del Nord America è più mite rispetto al resto della Nazione.

Mazo de la Roche quindi esplora il quotidiano con i suoi ritmi. Ci sono giorni in cui quei ritmi sono lenti, altri giorni briosi. Ma vivere tutti i giorni è già un’avventura. La vita è una straordinaria avventura che va vissuta fino in fondo e viene rappresentata nei singoli movimenti. C’è tensione narrativa ma senza esagerazioni.Se vogliamo trovare un’esagerazione nella prosa della scrittrice sono le descrizioni. Una prosa ricca che ha fatto di un’altra autrice, Elizabeth Jane Howard, una grande narratrice famosa in Italia per la saga dei Cazalet e nondimeno di altri splendidi romanzi.

«Seguì una serie di giorni settembrini perfetti, senza una nuvola in cielo. Il calore del sole era privo dell’energia necessaria per nutrire le piante e farle crescere, perciò sembrava che la natura potesse continuare all’infinito in uno stato di sospensione, sempre uguale a se stessa. Gliaster, la salcerella, qualche ciuffo di genziana crinita, continuavano a spandere un velo azzurrino ai bordi dei sentieri e del torrente. In giardino, i nasturzi, le dalie, le campanule, i floghi e le bocche di leone non smettevano di fiorire, tanto che i grassi bombi che li visitavano pensavano che avrebbero continuato a suggerne il nettare per sempre. Le mucche nei pascoli, che quell’estate non si erano mai seccati, forse pensavano che tutta quell'erba verde e succosa non sarebbe mai finita. I vecchi di Jalna, dal canto loro, avranno pensato: “Chissà, magari non moriremo mai…».

 

Come si può notare una voce narrante che si tuffa nei pensieri persino dei fiori, come a fornire un suggello alla loro vitalità.

Si è detto che ciò che non è appartenente a Jalna è “straniero”, irrimediabilmente diverso. Emblematico a riguardo è il caso della sorella maggiore che si sposa e va a vivere in una fattoria storicamente antagonista:

«Meg non sapeva cosa significasse avere ambizioni sociali. Del resto, come avrebbe potuto aspirare a una supremazia sapendo che la sua famiglia era già la più importante della zona? Non la sfiorava il pensiero che sulle rive del lago a poche miglia di distanza decine di ricchi industriali e facoltosi commercianti avessero costruito ville monumentali. Da quando aveva messo piede a Vaughanlands non aveva cambiato neppure la disposizione dei mobili».

 

Tuttavia, che vogliano accettarlo oppure no, i protagonisti si ritrovano a confrontarsi con gli altri pur essendo protetti “dal” e “con il” loro habitat.

Da ricordare, infine, che le persone di servizio, a qualsiasi titolo, seppur vengano lasciate sullo sfondo, trovano un loro spazio con i loro sentimenti riproducendo un’atmosfera che ricorda, con i dovuti distinguo (e chi ha avuto modo di vederla capirà meglio) la celebre serie televisiva Downton Abbey. Tra l’altro nel presente volume, rispetto al primo, compare un nuovo personaggio la cui presenza, che fa presagire un seguito, si fa più ingombrante, ed è una bambinaia.

 

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Per concludere, un giusto plauso alla traduttrice che ha apportato valore aggiunto all'intera opera anche con la scelta di intitolarla Il gioco della vita e dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza di questo mestiere in letteratura.


Per la prima foto, copyright: Jesse Robertssu Unsplash.

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