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Il Giappone di Giorgio Amitrano. In viaggio con la voce italiana di Murakami

Il Giappone di Giorgio Amitrano. In viaggio con la voce italiana di MurakamiTra le mani ho una cartolina di un dipinto che rappresenta una donna e un cane in una tempesta di neve. Si guardano negli occhi e sembrano sorridersi. L’autore è Kunisada Utagawa, pittore giapponese nato nel 1780 e morto nel 1865. Non ho comprato la cartolina in Giappone. E neppure nello shop di una mostra di autori nipponici. L’ho trovata nel negozio all’uscita della casa di Claude Monet a Giverny, in Francia, dove, accanto alle stampe delle opere del pittore e alla gadgettistica varia ispirata ai suoi dipinti, venivano vendute stampe e cartoline di opere di pittori giapponesi di cui l’impressionista aveva riempito i locali di casa sua. Questo è un esempio, ma se ne sarebbero potuti fare tanti altri, che mostra come l’influenza della cultura giapponese su quella europea sia duratura e profonda. E pensare che negli ultimi anni lo è sempre di più. Numerosi sono i libri pubblicati sull’argomento. Uno dei più interessanti è Iro Iro di Giorgio Amitrano (DeA 2018).

 

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Il libro è nato da una suggestione di Cesare Garboli, grande amico dell’autore, che un giorno gli disse che avrebbe dovuto scrivere un libro sul Giappone. D’altra parte, Amitrano ha vissuto diversi anni in Giappone, è docente universitario e traduttore di tante delle opere che hanno fatto nascere in noi l’amore per quella terra di ciliegi e monasteri sperduti nelle montagne. Parecchi anni dopo quella chiacchierata con Garboli, con la proposta dell’editore, Amitrano ha dato vita finalmente al suo libro sul Giappone, cercando di superare il velo dell’esotismo attraverso cui la maggior parte di noi guarda a quella terra e alla sua cultura. L’idea è di strappare quel velo e mostrare il Giappone dall’interno. Il tutto attraverso le esperienze di vita dell’autore che, come in una sorta di autobiografia, ci racconta un Giappone fatto di avventure con la calligrafia e di serate al karaoke, di amicizie e di tradizioni, di tè e di caffè, di romanzi e di film, di ordine e di disordine.

Il Giappone di Giorgio Amitrano. In viaggio con la voce italiana di Murakami

Ed è proprio per dare ordine al disordine, forse, che in origine e tutt’oggi il Giappone dà vita a cerimonie, di qualsiasi genere. Amitrano racconta di quando insegnava in Giappone e gli allievi, alla fine del corso, organizzavano delle feste. Durante la cena si mangiava, si beveva e si cantava con un’allegria e una spontaneità tali da smentire ogni stereotipo che vuole i giapponesi sempre silenziosi e introversi, scrive l’autore, ma immancabilmente qualcuno aveva la responsabilità di un breve discorsetto iniziale, e poi di uno conclusivo, come a inquadrare l’incontro dentro un inizio e una fine.

Un’abitudine, quella del cerimoniale, radicata profondamente nella cultura giapponese. Un’abitudine che, a volte, può rivelarsi pericolosa. A questo proposito Amitrano parla del film La cerimonia (1971) di Oshima Nagisa, in cui una donna diserta le nozze, ma le nozze, su insistenza della famiglia del promesso sposo, si celebrano ugualmente, con o senza di lei. L’uomo è così costretto a umiliarsi, eseguendo i gesti e mimando le azioni che avrebbe dovuto compiere insieme alla sposa. L’osservanza delle forme è più importante della sostanza e della dignità delle persone, scrive Amitrano, parlando dell’episodio narrato nel film.

Il Giappone di Giorgio Amitrano. In viaggio con la voce italiana di Murakami

Insomma, il Giappone non è il paese idilliaco che i sempre più diffusi manuali che vendono felicità made in Japan ci vogliono far credere. Il Giappone resta uno stato con un’elevata percentuale di suicidi, uno stato dove è diffusissimo il numero degli ormai tristemente noti hikikomori (i giovani che si rinchiudono in casa) e dei morti per superlavoro.

 

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Onesto e disincantato è lo sguardo di Amitrano. Quando poi giunge a parlare dei poeti, la prosa dello scrittore non ha paura di omaggiare la sensibilità e la cura con cui i singoli hanno saputo comunicare la vita della collettività e, in particolare, il senso di fragilità che la vita ispira. Parla di Haruki Murakami, di come abbia saputo raccontare il senso di crescente irrealtà e conseguente inquietudine che si sono infiltrati nelle nostre vite (e da cui nasce il dualismo reale/surreale, tanto centrale nella maggior parte delle sue opere). Parla di Banana Yoshimoto, che, per quanto spesso occupata ad affrontare il tema della morte, ha saputo parlare in maniera eccezionale della felicità. La felicità, per Banana, è come le uova, che se le stringi troppo forte si rompono e se le prendi con troppa delicatezza ti stufi e non le prendi più. Fanno bene le casalinghe che le comprano, le appoggiano nel cestino e, se una volta a casa scoprono che qualcuna si è rotta, dicono: «Accidenti, guardate che ho combinato. Beh, pazienza, le ricompro».


Per la prima foto, copyright: Manuel Cosentino.

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