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“Il giallo di via Tadino” di Dario Crapanzano

Il giallo di via TadinoPer quanto io mi senta assolutamente alieno dalla città che mi circonda, durante le mie letture, durante la visione di un film o sfogliando un fumetto mi sono sentito escluso emotivamente in taluni momenti dalle ambientazioni proposte dagli autori. New York, San Francisco, Londra, Roma, la Sicilia, il Giappone. Sono queste le ambientazioni in cui mi sono abituato a navigare. Quindi so che se voglio fare dello shopping a Tokyo dovrò andare nel quartiere Shibuya, potrei camminare per Manhattan riconoscendo negozi e locali.

Ma vivendo in provincia di Milano (e lavorandoci all’interno) non posso dire di aver trovato lo stesso feeling con i luoghi che mi circondano rispetto a posti dove non ho mai nemmeno messo piede ma che mi sono passati fra le mani in qualche libro. Le poche volte in cui mi sono imbattuto in un'opera letteraria in cui Milano fa da sfondo, è sempre stato un banale sfondo intercambiabile (escludendo Scerbanenco, ovviamente).

Mi sono avvicinato a Il giallo di via Tadino con la speranza di trovarmi, per una volta, (scusate il paradosso) ad esplorare qualcosa che vedo tutti i giorni. Per chi non conoscesse Milano, via Tadino è una parallela ad una strada più celebre, meta di turisti con il portafoglio colmo, ovvero Corso Buenos Aires, ricca di negozi e attività commerciali di ogni genere.

Mi è capitato, per lavoro o per piacere, di attraversare la via citata nel libro. Case in stile liberty, non più alte di tre o quattro piani, che si alternano a rifacimenti moderni per più di due chilometri di sensi unici. I parcheggi impossibili e i profumi tutt'altro che milanesi che si diffondono per tutta la sua lunghezza fanno, di via Tadino, una zona interculturale dove non è difficile incontrare vecchie dinamiche di quartiere con gente di culture diverse.

Il libro è ambientato però nell'anno 1950, e non ai giorni nostri. Il quartiere allora stava vivendo le prime fasi di una stabilità ritrovata dopo l'ultima guerra mondiale finita, per l'Italia, a pochi metri di distanza, in piazzale Loreto. Qui il commissario Mario Arrigoni interagirà con l’apparente suicidio di una donna quarantenne, sposata e con due figlie, che a quanto pare si è gettata dal quarto piano di un palazzo per morire nel cortile interno dello stabile (inesistente nella realtà).

L’ispirazione dello stile essenziale di Georges Simenon e del suo Commisario Maigret è talmente franca ad onesta che il protagonista legge proprio uno dei libri di Simenon. Niente fronzoli, niente serial killer creativi che lasciano indizi per farsi catturare. Solo una storia vera e tangibile, una di quelle che ritroviamo spesso come articolo di spalla a vicende più clamorose. Un fatto ordinario.

Abituati dai gialli contemporanei che puntano sempre più in alto trovando escamotage per alzare la posta in gioco o usando trucchi e bassezze sessuali che fanno discutere ma comprare, un piccolo respiro di “austerità” non può che far bene.

È il tipico libro da metropolitana perché piccolo, corto e non appesantisce il viaggio verso il lavoro o di ritorno dallo stesso. Un valore aggiunto per i milanesi è senz’altro il fatto di passare con il treno al di sotto di molti dei luoghi descritti e di respirare fra le pagine un po’ di quel pragmatismo, declinato positivamente, che tanto costruisce lo stereotipo milanese che gira per l’Italia.

Questo libro fa parte di una serie che la casa editrice Frilli ha dedicato ai gialli meneghini e lombardi; dello stesso autore sono stati pubblicati altri due romanzi sempre ambientati in luoghi bene definiti nella toponomastica cittadina milanese e sono Il delitto di via Brera. Milano, 1952 e La bella del Chiaravalle. Milano, 1952. Personalmente non ho letto gli ultimi due citati, ma sfogliando poche pagine ci si può rendere conto di come la semplicità regni sovrana sulle storie.

Ritornando al discorso iniziale della riconoscibilità del proprio habitat urbano nei libri posso affermare che nonostante i fatti e le persone narrate siano collocate in un tempo lontano di una sessantina d’anni, un qualcosa di atavico ha soddisfatto la mia voglia di una Milano raccontata e vissuta dai personaggi, quel qualcosa che ti entra dentro insieme alle polveri sottili quando vivi da queste parti. Un hegeliano spirito del mondo tutto lombardo: una “milanesità”.

Nostalgici della vecchia Milano e della genuinità di un vecchio modo di scrivere gialli, siete invitati a rilassarvi sulla linea rossa della metropolitana, tra una fermata e l’altra, con questa serie di libri che sono una valida alternativa a quei quotidiani gratuiti, figli della televisione e di un certo modo di fare informazione che non fa bene alla salute mentale.

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