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Il ghiaccio e il sangue. “Boscomatto” di Adam Bodor

Il ghiaccio e il sangue. “Boscomatto” di Adam BodorBoscomatto di Adam Bodor è un libro strano, particolare. All’inizio, leggendo la quarta di copertina, l’attrazione è speciale: un mondo chiuso, a sé stante, che viene costruito da un’immaginazione profetica ma non macabra. Il secondo passo di solito quando si vuole decidere su quale opera impiegare qualche ora della propria vita è setacciare Internet per cercare di ottenere maggiori informazioni, spulciare il virtuale in cerca di aneddoti e dati succulenti. Eppure su quest’autore i motori di ricerca non hanno dato i soliti frutti. Soltanto una pagina di Wikipedia in ungherese, malamente traslata dal traduttore automatico, che fornisce un inutile catalogo di opere, la professione di editore e scrittore, e il fatto che il padre di Adam fu arrestato perché distribuiva volantini anticomunisti.

Forse è stato proprio questo a fomentare la mia curiosità e a leggere Boscomatto.

 

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Siamo in un villaggio a ridosso di un fiume, un paesino di montagna nato molto tempo fa, immerso in un paesaggio statico, eterno; ovunque regna il ghiaccio, è intriso negli atomi, come se il tempo qui si fosse immobilizzato, cristallizzato in un angolo distaccato, a sé stante.

Il ghiaccio e il sangue. “Boscomatto” di Adam Bodor

Tutto incomincia quando un ragazzo attende in stazione un suo coetaneo per ordine del brigadiere suo protettore, quasi un padre, e lo scorta attraverso la mattinata per le strade e nei negozi senza esporlo, anzi come se volesse nasconderlo al resto della popolazione. Daniel Vangyeluk, il ragazzo appena arrivato, non ha le scarpe e arriva da un correzionale, come la maggior parte di quelli che giungono qui a Jablonska Poljana. Jablonska è il nome del fiume che scorre in questa valle: l’acqua è uno degli elementi principali di tutto il libro, in particolare nella sua forma solidificata. È come se anche la natura fosse un personaggio, una sorta di velo glaciale muto e silenzioso, implacabile, che racchiude questo magico mondo. Un elemento importante è che qui gli uccelli non ci sono, se ne sono andati tutti. Ricorda tanto La strada di McCarthy, seppur con descrizioni concentrate in poche parole, mentre il villaggio, il fulcro, mi ha riportato alla mente Cent’anni di solitudine.

Perché il realismo magico si respira in ogni pagina: dai primi approcci con i vari paesani aleggia un mistero, un segreto, all’uomo con la faccia da cavallo, alla sarta che predice il futuro nei fazzoletti di lacrime; poi la curatrice che resuscita con sole due lacrime due delle sette ragazze morte per un fulmine grande come un tronco d’albero e viene pugnalata dai genitori più sfortunati; il guardiano della diga è morto impiccato con tanto di cane, appesi con fili di acciaio, e la moglie non ha mai detto nulla e ha la fronte piena di brufoli che spalma con un unguento speciale.

«Il primo mercoledì di ottobre nella Verhovina è festa, è la giornata delle Acque. Ed è anche il giorno della Signora dalle tre gambe, che abita nel vicino Bosco Muto e la cui statua si trova nel centro di Jablonska Poljana; alla vigilia di quel giorno qualcuno, anno dopo anno, le rende omaggio inserendo una mezza prugna tra la prima e la seconda gamba, un’altra metà tra la seconda e la terza gamba.»

Il ghiaccio e il sangue. “Boscomatto” di Adam Bodor

La leggenda racconta che un giorno nel Medioevo, proprio in questo mercoledì di festa, Militzenta, la Santa patrona, uscì dal bosco e passò in mezzo al mercato a benedire i monti e le acque termali e li affidò ai Czervensky per mille anni. Ancora la nebbia e le sorgenti termali sopravvivevano, ma la famiglia se n’era andata e al suo posto era arrivato Anatol Korkodus.

 

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Sembra un guazzabuglio all’inizio, una semplice pozzanghera di gocce casuali aggregate per caso, ma quel sentore, quel collante oscuro che c’è sotto trasporta nella lettura, richiedendo spesso un’attenta rilettura per giungere a fondo delle questioni, ma ne vale davvero la pena. Autore sconosciuto per me, Adam Bodor, oltre che essere stato capace di sorprendermi per uno stile di scrittura minuzioso, ha aggiunto delle vicende alla soglia del reale che non possono che catturare l’attenzione. Che cosa potrà mai accadere ancora. Sofisticato, colmo e deciso, ma allo stesso tempo leggero. Una chicca che Il Saggiatore, con la traduzione di Mariarosaria Sciglitano, ha voluto donare all’Italia per tentare di far scongelare dai ghiacci dell’ignoranza un personaggio che merita di essere letto.


Per la prima foto, copyright: Timothy Eberly su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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