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Il fine vita: tra verità, riconciliazione e assoluzioni di colpa. “Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto

Il fine vita: tra verità, riconciliazione e assoluzioni di colpa. “Il silenzio della collina” di Alessandro PerissinottoIl “fine vita” è misterioso quanto la morte perché non segue i fili della razionalità: in quel momento di passaggio tutto può accadere. È una fase dell’esistenza che infrange le regole e mette in discussione rapporti, sentimenti, perfino i ricordi. È un tempo che ha una durata variabile, che mette in sospeso chi ne è protagonista e chi gli sta accanto, allargando o accorciando le distanze tra loro, riportando alla luce vecchi rancori oppure parole lasciate ad ammuffire chissà dove. Ma c’è una certezza che lo attraversa fin dal principio: l’esistenza di una data di scadenza. Una consapevolezza che diffonde negli animi umani la necessità di risolvere l’insoluto, di sciogliere i nodi, di rendere più leggeri i fardelli di rimpianti, rimorsi ed errori accumulati nel tempo. O di liberarsi di un segreto, così da svelare una verità che può avere il sapore della riconciliazione e dell’assoluzione di una colpa troppo pesante per essere trascinata nel buio eterno.

«Lo sa cosa mi affascina del “fine vita”? […] Non sappiamo e non sapremo mai cosa realmente succede nella testa di chi sta morendo.»

 

Questi sono gli elementi che fungono da pilastri nel romanzo Il silenzio della collina (Mondadori, 2019) di Alessandro Perissinotto che intreccia la volontà di far conoscere un fatto di cronaca nera con il desiderio di narrare le vicende fittizie di un uomo di mezza età, chiamato a riappacificarsi con le proprie radici, per rammendare gli scampoli di un legame destinato, altrimenti, a perire senza avere avuto la sua ultima occasione di perdonare e perdonarsi.

 

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Il protagonista, Domenico Boschis, è un attore di successo che vive da anni a Roma. Ma una telefonata lo costringe a far ritorno nelle Langhe, abbandonate anni prima per inseguire i suoi sogni e per allontanarsi dallo spettro di un padre autoritario, anaffettivo e disinteressato alla sua carriera televisiva e teatrale. Tra le colline piemontesi, Domenico si ritrova di colpo catapultato nella sua infanzia, contrassegnata dalla fuga della madre dalle violenze del marito, da un patrigno affettuoso e generoso che lo ha cresciuto come fosse suo e da estati trascorse nella cascina del padre biologico.

Tornare in quelle terre dominate dai vigneti e dal silenzio significa per lui fare i conti con il proprio passato, che prende la forma di alcune figure chiave della trama narrativa: il padre, colpito da un tumore al cervello e ospitato in un hospice, una struttura che accoglie i malati terminali affinché possano trascorrere dignitosamente il tempo che resta loro da vivere; Caterina, il suo amore adolescenziale, che si è trasformata in una donna indipendente e di successo; Umberto, il suo amico di giochi con cui scopre che la lontananza non è riuscita a scalfire l’affetto che li ha uniti da ragazzi, malgrado su tutti loro pesi l’ombra di frustrazioni, desideri mai realizzati e di segreti legati alle rispettive famiglie d’origine.

Il fine vita: tra verità, riconciliazione e assoluzioni di colpa. “Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto

L’incontro di Domenico con il padre, le cui giornate sono scandite da lunghe dormite e dai pasti che gli vengono ormai imboccati, si snoda attraverso immagini ripetitive che, tuttavia, servono a far toccare con mano la ritualità che caratterizza i tempi del “fine vita”. Inoltre, le poche parole sbiascicate dal padre al figlio sono il motore dell’intero racconto: sono il punto di partenza di una ricerca e di un’indagine che Domenico avvia per scoprire ciò che si nasconde dietro a una semplice parola pronunciata, a più riprese, dall’anziano genitore: “ragazza”.

Fin dai primi momenti, il personaggio principale intuisce che non si tratta di un delirio dovuto alla malattia, ma che qualcosa di più profondo si cela dietro a quelle urla. Una verità che il padre ha scelto di affidargli nella sua fase di “fine vita”, e che lui sente di dover conoscere, spinto dalla curiosità e dalla sensazione inconscia di trovarsi di fronte a un’ultima possibilità di riconciliazione con il padre, mediante l’assoluzione per le sue mancanze e, in qualche modo, per quella colpa segreta.

Deciso quindi a scoprire il mistero della ragazza, il protagonista riallaccia i rapporti con la sua città natale, con i suoi abitanti e con le persone che hanno abitato la sua infanzia. E se da una parte riscopre la bellezza dei luoghi, dei legami che credeva perduti e perfino delle letture che da giovane aveva scartato, dall’altra intraprende un percorso che lo porterà a doversi confrontare con i lati oscuri della sua famiglia e di tutta la comunità in cui è cresciuto.

Nel corso delle sue ricerche, infatti, si imbatte in un fatto di cronaca avvenuto cinquant’anni prima, proprio a poca distanza dal suo paese natale. Una notte di dicembre del 1968, una ragazzina di tredici anni viene rapita dalla casa di uno zio da cui è ospite per essere più vicina alla sua scuola. Le circostanze della scomparsa, i depistaggi e la leggerezza con cui si arriva a supposizioni e a giudizi, molto frequenti all’epoca, sulla morale della giovane, invece portano, otto mesi dopo la sua scomparsa, a un esito drammatico e completamente diverso da quello propinato dalla stampa.

Il fine vita: tra verità, riconciliazione e assoluzioni di colpa. “Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto

Una storia che Domenico sente il dover di condividere con i suoi amici d’infanzia e che lo induce a riflettere sia sugli eventi che dominano l’attualità, sia sugli atteggiamenti maschilisti che faticano a essere sradicati. La vicenda di cui è venuto a conoscenza è infatti la prova che la violenza domestica perpetrata contro le donne è un’eredità culturale che l’Italia, e non solo, si trascina da sempre. E che troppo a lungo è stata volontariamente messa a tacere.

«Più interessante della verità dei fatti è, per me, quella dei pensieri, dei sentimenti e delle emozioni che si scatenano intorno a un delitto, perché quei pensieri, quei sentimenti e quelle emozioni sono gli stessi che permettono il ripetersi, giorno dopo giorno, dei femminicidi; sono gli stessi che alimentano la guerra insensata che gli uomini conducono contro le donne.»

 

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A metà tra un romanzo noir e un’indagine giornalistica, il libro dello scrittore piemontese non si limita a tirar fuori dall’oblio il primo rapimento di una minorenne nell’Italia repubblicana, ma ambisce ad andare oltre il dibattito sui femminicidi e il movimento “metoo”, e offre spunti di riflessione su tematiche altrettanto importanti: la genitorialità, il perbenismo e il provincialismo di alcuni ambienti della società, l’amicizia, la capacità di prendere le distanze dai dettami sociali e dalle imposizioni familiari per diventare adulti consapevoli e soddisfatti, l’importanza di guardarsi dentro per riscoprire il valore dei gesti semplici: una passeggiata in sella a una moto, una notte trascorsa accanto a un corpo femminile senza l’interferenza del desiderio sessuale, l’emozione di sfiorare le labbra di una giovane infermiera, l’addomesticamento e la compagnia di un cane, il fascino emesso dal sorriso e dalla leggerezza di una persona molto lontana da quelle con cui si è abituati a rapportarsi.

La lettura scivola via piacevolmente, le descrizioni sono sempre equilibrate, senza sconfinare mai nell’utilizzo di vocaboli o di espressioni solenni; inoltre i dialoghi sono costruiti con un ritmo diretto e secco che stuzzica la curiosità del lettore, malgrado si intuisca, fin da subito, che quella figura pallida e ormai spenta finirà per scrollarsi di dosso il peso di un antico segreto.

L’autore ha il merito di mescolare, in modo funzionale, la narrazione di una vicenda reale con una storia fittizia, e raggiunge l’obiettivo di convincerci che le sue pagine raccontino un orrore che non sempre è così distante dalle nostre case.

La lettura non presenta mai passaggi noiosi e lenti e al suo termine si ha la sensazione di aver compiuto uno di quei viaggi che sono andati come da programma, senza deviazioni e imprevisti. Forse l’unico colpo di scena, se così si può definire, è rappresentato dallo svelarsi del lato emotivo di Domenico: da uno come lui ci si aspettano comportamenti e pensieri corrispondenti alla figura dell’attore superficiale, dedito a storie sentimentali senza futuro e a rapporti interpersonali destinati a fallire. Al contrario, è proprio lo sviluppo psicologico del suo personaggio a permettere di non restare con l’amaro in bocca alla fine del romanzo, al suo divenire un uomo come tanti di fronte allo spegnersi lento dell’anziano genitore e di persone a lui sconosciute.

 

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Se la fase del “fine vita” rappresenta per il padre l’ultima possibilità di dire addio ai suoi errori, per il protagonista è un passaggio necessario a comprendere che le radici restano attaccate agli individui sempre, anche quando si tenta di strapparle brutalmente. Tra i corridoi di quella struttura e in quelle stanze a cui sono stati dati i nomi dei fiori, l’uomo riflette sul proprio presente, rimette in discussione le sue certezze e getta le basi per un futuro che verrà costruito sulla verità, la riconciliazione e l’assoluzione delle colpe. Proprie e degli altri.

«Domenico rimase a lungo appoggiato alla balaustra, a guardare ciò che non si vedeva, a guardare con la mente tutte le cose che le nuvole schiacciavano…»


Per la prima foto, copyright: Natalya Letunova su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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