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Il figlio cattivo. “Le origini del male” di You-jeong Jeong

Il figlio cattivo. “Le origini del male” di You-jeong JeongL’ultimo libro della regina incontrastata dei gialli e thriller sudcoreani You-jeong Jeong, Le origini del male, pubblicato in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Massimo Gardella, è un romanzo in cui già a partire dalle vicende editoriali si legge il destino di una spaccatura, una distanza tra intenzione e azione: il titolo originale – The good son – è infatti ben lontano dalla soluzione nostrana e dilata ancora di più il campo delle possibilità interpretative.

I temi dello scollamento e della differenza attraversano tutto il libro come una ferita aperta e sanguinosa: la copertina stessa, giocata su forti contrasti cromatici, rappresenta una piscina piena di sangue dalla quale emergono arcate di neri tentacoli e, al centro, candide e come intrappolate, la testa e le spalle di un nuotatore. È il protagonista e narratore della vicenda, Yu-jin, promettente giurista di ventisei anni che, nel giro di una notte, vede la propria vita prendere una piega completamente diversa rispetto al proprio passato.

Il giovane, risvegliato da un odore «intenso», «che monta» dentro di lui «come un’eco in una galleria», è in preda a una visione caleidoscopica di «scene bizzarre» in cui si sovrappongono a intermittenza i lacerti inquieti di un sogno, «il bagliore giallo […] di lampioni nella nebbia, il turbinìo dell’acqua […], un ombrello rosa, […] un telone cerato sferzato dal vento» e il canto malinconico e sbiascicato di un uomo.

Tutto, dai suoi vestiti, al letto, al pavimento, è imbrattato di sangue, fonte di quell’effluvio dal sentore metallico.

 

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Yu-jin ha ascoltato, ancora una volta, la «chiamata del buio»: del tutto dipendente dalle proprie crisi e allucinazioni, ha volontariamente evitato di prendere le medicine per tenere a bada una forma di epilessia che lo perseguita sin da bambino ed è sgattaiolato fuori casa in segreto, durante la notte, a correre, carico «di un’energia folle». Tornato, è andato a letto e si è addormentato, spossato dalla lunga corsa.

Il figlio cattivo. “Le origini del male” di You-jeong Jeong

Ha cercato di non fare rumore, né all’andata, né al ritorno: la madre, con cui vive nell’appartamento all’ultimo piano di un grattacielo della periferia di Seul, non lo deve sentire, per nessuna ragione al mondo.

Fin da piccolo, infatti, Yu-jin è costretto a seguire un protocollo molto severo, affinché possa trascorrere «una vita normale, sana e al sicuro» da qualsiasi pericolo, certo, ma incompleta, dimezzata: tra le varie regole, un divieto di uscire da solo dopo le nove di sera, per scongiurare l’insorgenza di crisi in momenti in cui non può essere controllato.

Nonostante le rigidità e gli impedimenti, Yu-jin cresce e, da bambino taciturno e coscienzioso, diventa una giovane promessa del nuoto prima e un brillante studente universitario poi; il suo sguardo, non perde il «curioso magnetismo» che lo ha sempre reso oggetto dell’altrui attenzione. Sebbene appaia come un ragazzo riflessivo e beneducato, nei suoi occhi risplende una favilla che lo rende diverso.

You-jeong Jeong calca la mano sui temi della diversità; della spaccatura tra percezioni del soggetto e fatti reali; del Doppelgänger. Partendo da quest’ultimo punto è infatti necessario sottolineare che Yu-jin, per la maggior parte della sua vita, è accompagnato e continuamente messo in ombra dalla figura di un fratello quasi gemello: Yu-min durante l’infanzia e Hae-jin durante l’adolescenza e l’età adulta, agli occhi di questo giovane frustrato e irrisolto, appaiono sempre come i fratelli migliori, quelli fortunati, quelli “buoni”. Sia Yu-min, morto in circostanze ambigue che non si sveleranno completamente neanche al termine della narrazione, sia Hae-jin sono personaggi espansivi, solari, sicuri di sé e amati da tutti.

Il figlio cattivo. “Le origini del male” di You-jeong Jeong

Yu-jin, seppure condivida parte del nome dell’uno e parte dell’altro, ha un carattere completamente opposto: silenzioso, cauto, riflessivo, manipolatore. Queste inclinazioni si rivelano anche nella narrazione in prima persona dal momento che lo stile, nel corso della storia, ricorda la perpetua autoassoluzione del criminale impunito, la follia lucida del terrorista, la fredda concitazione del serial killer. Sebbene questi tratti possano generare sospetti e ambiguità intorno alla condotta di Yu-jin, nelle prime pagine del romanzo, il giovane sembra essere la vittima della situazione.

Una volta risvegliatosi, infatti, mentre tenta di rimettere insieme i brandelli degli eventi accaduti durante la lunga nottata, cerca la madre e la trova morta, in una pozza di sangue. Disperato, veglia per ore accanto al suo corpo.

Nelle descrizioni è possibile riconoscere una gradazione ascendente, una progressione verso una rappresentazione sempre più morbosa e allucinata: in un primo momento «la gola» è «tagliata», poi «la carne intorno alla ferita» viene inusualmente definita «rossa come le branchie di un pesce»; in seguito la donna viene trasfigurata addirittura nel «Joker» a causa del taglio che ricorda le labbra del folle e grottesco clown dei fumetti.

 

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Troppo è già stato detto, altro non si può rivelare: spetta al lettore, nei meandri della psiche di Yu-jin e della sua famiglia, perdersi nel mistero della sua vita e della sua malattia, perforando la corazza di una quotidianità in cui anche gli oggetti più semplici – un copriletto, un orecchino, un ombrello, un rasoio da barba, un tavolo da campeggio, un cellulare – si caricano dell’orrore in cui nuota chi li maneggia, proprio come nei migliori romanzi di Stephen King, al quale You-jeong Jeong, queen dei thriller e gialli sudcoreani, è stata giustamente paragonata.


Per la prima foto, la fonte è qui.

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