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Il fascino dell’incubo. Le opere di H.P. Lovecraft

Il fascino dell’incubo. Le opere di H.P. LovecraftHoward Phillips Lovecraft nasce a Providence, nel Rhode Island, il 20 agosto 1890, ed è riconosciuto come uno dei maggiori autori del genere horror e fantascientifico, sebbene il successo sia arrivato dopo la morte, in quanto, essendo un precursore dei tempi, Lovecraft non era stato pienamente compreso e apprezzato dai suoi contemporanei.

Iniziato alla letteratura gotica dal nonno materno, il giovane autore si appassiona alla lettura dei racconti dei Grimm e delle Mille e una notte; pur non potendo accedere agli studi universitari, e non terminando neppure quelli tradizionali a causa della sua salute, egli si avvicina alla storia, alla letteratura e alla scienza. A soli sette anni scrive i primi due racconti, The Noble Eavesdropper e The Little Glass Bottle; segue il suo primo lavoro in versi, The Poem of Ulysses or the Odyssey, che resterà inedito, così come le successive opere in versi scritte tra il 1901 e il 1905. Da qui in poi comincia la sua produzione di racconti del brivido, che conduce alla stesura, nel 1926, del saggio L’orrore soprannaturale in letteratura e del Richiamo di Cthulhu, e alla creazione dei romanzi più celebri, tra i quali La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath, Le montagne della follia, La maschera di Innsmouth e L’ombra calata dal tempo, opera, quest’ultima, respinta dalla rivista «Weird Tales» nel 1935. La gran parte delle opere lovecraftiane viene pubblicata postuma, e diviene ispirazione anche per il cinema, che affonda a piene mani negli scritti dell’Autore, soprattutto per realizzare film dell’orrore.

 

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Ma qual è il fulcro su cui poggiano i racconti così particolari, così singolari e inquietanti di Lovecraft?

Un filo comune lega tutte le sue narrazioni, costantemente segnate da riti antichi e spaventosi, dei mostruosi, abissi, lande sperdute, voragini marine e terrestri, in una perenne atmosfera di ignoto, di terrore, in uno sprofondare continuo e incessante nei luoghi più oscuri dell’animo umano e dell’universo che ci circonda; tutto diviene angoscia, ansia, nulla resta di edificante e rassicurante.

Il fascino dell’incubo. Le opere di H.P. Lovecraft

Penetrando nei suoi racconti, si comprende come vi sia una ricerca verso il proibito, il tentativo di conoscere ciò che è spaventoso e vietato, e, infatti, quando i vari protagonisti delle storie giungono alla scoperta, essa è tanto sconvolgente che li conduce quasi sempre alla follia, implicando quel quid che va oltre la capacità del pensiero umano. Che siano dubbi esperimenti pseudoscientifici o viaggi di esplorazione, sempre i protagonisti si spingono, volontariamente o travolti dagli eventi, verso terre e luoghi sconosciuti, oppure si trovano in situazioni apparentemente normali che degenerano irreversibilmente. Il mondo di Lovecraft è plasmato dagli incubi, la dimensione onirica è fondamentale, o meglio, la realtà diviene indistinguibile dall’incubo.

L’uomo si trova proiettato in una realtà straniante che avverte come non più sua, come non più controllabile da lui, catapultato in un’aura “antica” tra perdute divinità che riemergono dalle tenebre o dalle profondità del mare e della terra. Il mito di vetuste divinità nascoste è uno dei pilastri della narrazione di Lovecraft, e numerosi, quanto spaventosi, sono gli antichi dei che compaiono nelle sue storie. Ci troviamo dinanzi, ancora una volta, a esseri stranianti e disturbanti, che però sempre richiamano l’interiorità non solo dell’Autore, ma di tutti noi. Ecco allora Shub-Niggurath, “Il Capro Nero dai Mille Cuccioli” che è emblema della repressione sessuale, Nyarlathotep “Caos Strisciante”, metafora del fascino dell’irrazionale; Yog-Sothoth “Il Tutto in Uno e Uno in Tutto”, che è l’affermazione del Sé, Azathoth, cieco e bestemmiante al centro dell’infinito, terribile metafora che rispecchia il nostro vero “io” rimosso, e soprattutto il Grande Cthulhu, protagonista di un ciclo di racconti, dormiente negli abissi ma con il proposito di riprendere il dominio sul mondo.

Tutte grandi divinità che incarnano i nostri incubi, e che Lovecraft intende esorcizzare con il potere dell’immaginazione. Molti spunti derivano da esperienze vissute in prima persona da Lovecraft, dai luoghi e dalle persone che conosciuto. Dice l’Autore stesso:

«Alcuni dei miei racconti sono basati su sogni che ho fatto realmente. […] Il punto forte di un vero racconto del soprannaturale consiste semplicemente nel violare o trascendere le leggi cosmiche fissate, un’immaginaria fuga dalla monotona realtà, visto che i fenomeni piuttosto che le persone sono i logici eroi. Le fonti dell’orrore, credo, dovrebbero essere originali, visto che il ricorso a miti e leggende troppo comuni è un fattore indebolente.»

Il fascino dell’incubo. Le opere di H.P. Lovecraft

Il mondo creato da Lovecraft non corre certo il rischio di cadere nella monotonia. Gli uomini sono solo piccole comparse nell’universo, semplici pedine, dipendenti da una grande forza esterna che sfugge al loro controllo. Non vi sono finali lieti, ma solo destini segnati, in un’atmosfera cupa e ansiogena, dove i personaggi vanno incontro al loro destino. L’Autore sottolinea come il potere immaginativo possa esternare le potenti passioni che ci travolgono, in modo da poter essere contemplate e così dominate. Esse devono essere sviscerate con l’attenzione e il distacco di uno scienziato, osservandole anche nella loro grottesca forma.

A questo punto si giunge a una delle più riuscite e suggestive creazioni di Lovecraft: egli afferma che la chiave per accedere alla profondità è custodita nel Necronomicon.

Geniale e fortunata invenzione di Lovecraft, il Necronomicon è un “pseudobiblium”, ovvero un libro che non esiste, ma citato nei suoi racconti come se si trattasse di un oggetto reale, e compare per la prima volta nel racconto Il segugio del 1922. Lovecraft sostiene che il nome del libro gli sia giunto in sogno, e il suo significato è “la descrizione delle leggi dei morti” o “che governano i morti”: infatti le parole greche che compongono il titolo sono nekros, morto, nomos, legge, e eikon, che significa ritratto o immagine, inteso qui come descrizione. Il testo sarebbe un grimorio di magia nera composto nel secolo viii dall’arabo pazzo Abdul Alhazred, che visse in Yemen e fu ucciso tragicamente a Damasco: smembrato da un’entità invisibile. Si è supposto che Alhazred sia un gioco di parole legato al significato della frase in inglese “all has read”, cioè “ha letto tutto”. Alhazread, descritto come scrittore di ciò che va oltre l’umano, è un “doppio” di Lovecraft, che da giovane fu tanto colpito dalle Mille e una notte. Il titolo arabo del grimorio magico sarebbe Al Azif, parola che descrive il rumore notturno degli insetti e anche il verso dei demoni.

Il libro nacque così per alcuni racconti, ma presto divenne pilastro del mondo lovecraftiano, e, addirittura, a un certo punto lo stesso Lovecraft dovette smentire la sua reale esistenza, in quanto scrittori, lettori, perfino studiosi cominciarono a ritenere il testo reale e a cercarlo.

Il testo, che si dice conduca alla follia chi lo legge, ha poteri di evocazione, narra le vicende di grandi e antichi dei, di ciò che esisteva prima ancora della formazione dei pianeti, di riti terribili, di rivelazioni, di collegamenti con dimensioni ignote. Il tema dell’onirico è fortemente presente anche nelle sezioni in cui è diviso il grimorio, unito a viaggi ultraterreni, passaggi in universi dove dimorano le divinità che Lovecraft descrive, dopo aver trovato la chiave d’argento che permette di varcare la dimensione del sogno, e che sembra fare eco alla mitica Clavis Salomonis.

 

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Fantasmi, incubi, terrore, fantascienza, suggestioni antiche, storia, tutto si fonde nell’opera lovecraftiana, donando un mondo fantastico difficilmente eguagliabile, una sorta di unicum nella letteratura, che segna un indissolubile legame col sogno: «Mi sono chiesto più volte se la maggior parte della gente si soffermi a riflettere sul significato dei sogni, che a volte è clamoroso e comunque appartiene a un mondo di oscurità e mistero» (Oltre il muro del sonno).


Riferimenti bibliografici

Lovecraft H.P., I capolavori, a cura di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori, 2012.

Lovecraft H.P., Il Necronomicon. Ovvero i racconti delle Leggi dei Morti ispirati dal grimorio dell’arabo pazzo Abdul Alhazred a Howard Philips Lovecraft, Milano, Mondadori, 2017.

Lovecraft H.P., La tomba e altri racconti dell’incubo, cura e traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Edizioni integrali, Roma, Newton Compton, 2012.

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