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Il fascino del viaggio. Intervista ad Andrea Marcolongo

Il fascino del viaggio. Intervista ad Andrea MarcolongoReduce dal grande successo de La lingua geniale (Laterza) Andrea Marcolongo torna in libreria con La misura eroica (Mondadori, 2018), un libro che è un po' romanzo, un po' saggio, un po' confessione autobiografica.

Il mito di Giasone e del suo viaggio con gli Argonauti, raccontato migliaia di anni fa da Apollonio Rodio ne Le Argonautiche, ci viene riproposto in una narrazione inframmezzata da riflessioni personali dell'autrice e citazioni da altri autori, tra cui uno storico manuale inglese intitolato How to abandon ship, scritto durante la seconda guerra mondiale per aiutare i marinai ad affrontare un possibile naufragio.

Il tutto diventa un compendio di consigli e strategie per superare, come il protagonista Giasone, il momento di passaggio dall'adolescenza all'età adulta.

Il varo di Argo, la prima nave costruita dall'uomo, il lungo viaggio alla ricerca del mitico Vello d'oro, l'incontro con Medea e la nascita di un amore, il ritorno degli eroi vittoriosi: ogni tappa diventa un pretesto per interrogarsi – e interrogare i lettori – su sentimenti, paure, progetti che ci accomunano ancora agli antichi eroi greci perché fanno parte della natura umana. Un viaggio affascinante, dunque, di cui abbiamo parlato con Andrea Marcolongo durante la tappa milanese del suo tour di presentazione del libro.

 

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Lei è partita da un viaggio mitico per far compiere al lettore un viaggio dentro se stesso: non è un libro di autoaiuto, ma è un libro che ti aiuta. Qual è il viaggio che ha compiuto Andrea Marcolongo scrivendolo?

Di sicuro non è un libro di autoaiuto, magari di autodomande. Ho fatto un viaggio lungo per scriverlo, perché la verità è che, dopo il primo libro, non volevo più scrivere di cose antiche. Avrei scritto qualunque cosa pur di non scrivere più di greco, perciò ho preso tempo e ho cercato di capire cosa volessi. Dovevo mantenere una promessa con i miei lettori, quindi ho pensato che non potevo comunque scrivere qualcosa che non riguardasse l'antico, perché è tanta parte di me.

Il fascino del viaggio. Intervista ad Andrea Marcolongo

A me è piaciuta tanto l'analisi che lei fa sulla parola: la trovo coerente con i tratti della nostra società, che ormai fa fatica a usare le parole, ma allo stesso tempo non cerca più d'interpretare il silenzio. Lei cosa ne pensa?

Stamattina ero in una scuola a presentare il libro e un ragazzino, tra l'altro di origine straniera, osservava ammirato "quante parole abbiamo" anche se la sensazione corrente è proprio che queste parole le stiamo perdendo.

La mia ricerca di tornare all'origine delle parole non è un "salviamole" o "troviamo le parole migliori", non vuole essere nozionismo: per quello esistono i dizionari. Però esiste senza dubbio una difficoltà nell'esprimersi, si fanno giri di parole e si creano neologismi inutili, perché sostituiscono parole che già esistono.

Quando non capisco le cose della vita vado all'etimologia delle parole. Non possiamo definirci tutti felici o tutti infelici, tutti buoni o tutti cattivi, ci sono  tante sfumature.

 

Non c'è una differenza tra le parole che evitiamo nelle conversazioni reali e quelle che evitiamo davanti a uno schermo, dove a volte si eccede con le parole? Come cambia l'uso delle parole in rete?

È un argomento che mi tocca perché anch'io uso la tecnologia. Sui social a me viene da mettere solo le parti belle della mia vita, ma a volte mi confondo tra vita privata e vita sui social. Forse offro immagini migliori sui social che nella realtà: non sono finte, ma forse ci rappresentiamo come vorremmo vederci noi stessi, creando una proiezione della nostra parte bella. Io in realtà faccio più fatica a raccontare come sto alle persone che mi sono vicine, mentre ho un dialogo meraviglioso con i lettori che incontro.

 

Perché a fronte di un numero sterminato di miti greci, tra cui parecchi affrontano il tema del viaggio, ha scelto proprio gli Argonauti?

In generale perché non so scrivere di quello che non amo, e ho sempre amato in modo particolare il mito degli Argonauti: tutti conoscono la storia di Medea, protagonista di una grande tragedia, ma pochi si ricordano della prima parte del mito.

Io mi sono laureata con una tesi sulla Medea latina di Seneca, ma evidentemente dovevo ripercorrere quel viaggio. È forse il mito più antico della letteratura greca, anteriore anche all'Iliade e all'Odissea, che racconta il viaggio della prima nave costruita al mondo.

Su questa prima nave viaggiano quaranta ragazzi, che non sono certo i più bravi marinai possibili. E poi cos'era mai questo benedetto Vello d'oro che vanno a cercare?

La prima nave al mondo non parte per una guerra ma per cercare l'amore,  e lo  trova in una terra straniera e lontana. Questo mi è sempre sembrato molto bello.

Ci sono poi le differenze tra il viaggio d'andata e quello di ritorno e l'importanza della guida di un timoniere esperto: da soli non si va molto lontano, c'è sempre bisogno di una guida che ci stia accanto, senza sostituirsi a noi.

Il fascino del viaggio. Intervista ad Andrea Marcolongo

Mi ha sempre sorpreso la modernità dell'amore tra Medea e Giasone, perché spesso l'amore rappresentato nei miti appare un po' artefatto, cristallizzato in un modello arcaico, mentre questo amore  è attivo. È anche per questo che ha scelto questo mito?

Sì, sono sempre stata affascinata da una donna come Medea. Tutti conosciamo com'è andata a finire e la consideriamo cattiva, anche se quello che è successo dopo è descritto nell'ambito di una tragedia, mentre qui siamo nella letteratura. È una storia eccezionale, fuori della norma, che ho ritrovato un po' in Pamuk, nel suo Il museo dell'innocenza.

C'è il coraggio d'innamorarsi e l'archetipo femminile. Nell'Iliade e nell'Odissea i personaggi femminili sono molto più semplificati – la moglie, la madre, la ragazza cattiva, la ninfa seducente –, mentre Medea è tutte queste cose insieme. Medea non deve cercare nessun Vello d'oro, non ha una meta, parte solo per amore.

 

La metafora del viaggio è fortemente evocativa in rapporto alla vita. Ma quanto è ancora importante nella cultura moderna avere una meta che, come lei dice nel libro, «non è mai un punto d'arrivo ma un punto di svolta»? Si pone tra coloro che hanno individuato la propria meta oppure ha ancora qualche dubbio? Ed è facile porsi una meta?

Io mi colloco in viaggio. È molto più difficile oggi tenere insieme tutto, non c'è una sola meta ma tante scelte da fare e un continuo tentativo di metterle insieme.

Credo che questa sia l'epoca più difficile, ma nella vita non c'è mai un viaggio e una sola meta, ci sono delle tappe. Le navi non sono fatte per restare nei porti. Si dice che la parte più difficile del viaggio sia partire, ma io credo sia altrettanto difficile tornare, e io non mi sento per nulla arrivata.

 

Ha già presente allora quale sarà la sua prossima tappa?

Sì, ne ho tantissime. Alla fine del tour per il libro mi prenderò una vacanza, poi devo seguire le edizioni estere e sono curiosa di conoscere questi lettori stranieri.

A livello personale vorrei fare solo la scrittrice, essere presa sul serio, non essere più solo "la ragazza che ha scritto il libro sul greco".

Ci ritroviamo tutti immersi in un eccesso di stimoli, per cui tendiamo a semplificare, ma questa semplificazione  ha fallito, perché al posto della semplicità abbiamo la sciatteria.

 

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Il suo parlare di eroismo è anche un tentativo di ristabilire delle priorità, un ruolo dello scrittore?

Per me il ruolo dello scrittore è politico. Ho scritto questo libro proprio per contestare la tendenza generale al ribasso. Semplificare è bene, banalizzare è male, altirmenti finiamo tutti in una versione semplificata di noi stessi. Se faccio delle scelte è perché faccio anche delle rinunce, ma voglio sempre giocare al rialzo. Quello degli Argonauti è un mito difficile, ma perché sceglierne uno più facile? Perché considerare stupido il lettore?

Il lettore medio conosce cento lemmi, che possono poi diventare verbi e sostantivi, quindi più parole. Un erudito ne conosce trentamila. Non dobbiamo portare l'erudito a conoscerne e usarne solo cento, così ci capiamo tutti, ma portare verso l'alto chi ne utilizza solo cento.

Il fascino del viaggio. Intervista ad Andrea Marcolongo

Allora gli Argonauti di oggi sono gli insegnanti?

Per me Argonauti siamo tutti noi, ma gli insegnanti sono comunque eroici.

Sono in tour da sedici giorni per questo libro e ho già fatto delle scoperte sorprendenti, e del resto, dopo aver girato le scuole di tutta Italia per il primo libro, credo proprio che gli insegnanti siano i veri eroi di oggi. Basta vedere come brillano i loro occhi per le belle domande dei loro ragazzi. A volte mi fanno delle domande così difficili sulla vita che per rispondere ci devo pensare un bel po'. Sono i ragazzi che sanno già che, uscendo dalla scuola, non troveranno lavoro, eppure studiano lo stesso: sono cresciuti solo nella crisi, non hanno visto altro.

 

Quest'ultima generazione riuscirà a fare la scelta di partire?

Sì. questi ragazzi sono più in gamba di noi che oggi siamo trentenni o quarantenni. Sono come me quando ho scritto il mio primo libro: in loro non crede nessuno, non hanno nulla da perdere o da dimostrare, eppure sono vivissimi.

 

Tornare è più difficile che partire?

Apollonio Rodio è più interessato al viaggio che a come terminerà la vita dei suoi eroi. Se scrivendo il mio primo libro tornavo a me quattordicenne liceale, qui torno a me venticinquenne, alla fine di una storia d'amore. Sono partita da una fine per raccontare un inizio.


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Per la prima foto, copyright: Joseph Barrientos.

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