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Il fascino del romanzo storico. Intervista a Fabio Delizzos

Il fascino del romanzo storico. Intervista a Fabio DelizzosEnigmatico e leggendario, nella città eterna un assassino traccia croci di sangue sulla fronte delle sue vittime. La scia di morte conduce a un antico segreto custodito nel ventre di Roma. Dopo Il cacciatore di libri proibiti, torna sempre edito da Newton Compton Fabio Delizzos, con un altro imperdibile thriller storico La cattedrale dei vangeli perduti. Perché sono proprio quei cunicoli vaticani a nascondere qualcosa di estremamente prezioso e pericoloso, qualcosa di cui tutti sembrano desiderosi di impossessarsi, per poter poi esercitare qualsiasi forma di ricatto. Se vuole salvare se stesso, le persone che ama, il papa e l’intera Chiesa, Raphael Dardo, agente segreto del duca Cosimo I de’ Medici, deve scoprire cosa si nasconde nel ventre di Roma. E deve farlo al più presto…

In prossimità dell’uscita del libro, abbiamo posto qualche domanda a Fabio Delizzos.

 

Quando è nata la sua passione per la scrittura? C’è stato un momento in particolare in cui ha sentito l’esigenza di mettere i suoi pensieri su carta?

Credo che sia a causa di un demone passatomi da mia nonna paterna, Lucia Cabras. Lei scriveva, e bene, malgrado non avesse avuto un’istruzione scolastica. Metteva nella scrittura un impegno e una passione pari soltanto a quelli con cui pregava, ed era davvero molto brava: mi è capitato di rileggere recentemente una sua pagina e di commuovermi. Talento allo stato puro. Purtroppo era l’ultima di una lunga schiera di fratelli, non ha avuto molta fortuna nella vita e non ha potuto studiare.

Anche un paio di miei bisnonni, in Sardegna, improvvisavano poesie sui palchi delle feste e scrivevano canzoni; ne sentivo sempre parlare quando ero bambino. Io, però, a scrivere non ci pensavo minimamente. Poi, nella prima adolescenza, ho iniziato a farlo senza neppure rendermene conto, senza farmi domande al riguardo. Lo facevo e basta, come se fossi nato per quello. Mi cimentavo con la poesia quando ero al liceo e all’università. Poi ho scelto il mestiere di copywriter per farmi le ossa sulla scrittura creativa e imparare cos’è un’idea e come la si fa capire agli altri. A contatto con tanti ottimi creativi, ho imparato anche l’umiltà. Così, dopo una decina d’anni di scrittura in un’agenzia pubblicitaria, ho deciso di provare con un romanzo.

 

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Per la Newton Compton ha pubblicato con grande successo vari romanzi. Qual è tra questi titoli il libro che la rappresenta maggiormente, e perché?

Forse l’ultimo che ho pubblicato. O forse il prossimo. O magari uno di quelli che tengo nel baule. Non saprei dire. Non so neppure se voglio che un romanzo mi rappresenti: mi piace pensare che niente di ciò che racconto abbia a che fare con la mia persona e con la mia biografia.

Il fascino del romanzo storico. Intervista a Fabio Delizzos

Lei è un maestro del grande thriller storico, ha mai pensato di scrivere un genere diverso come ad esempio un fantasy o una storia collocabile più nel settore della narrativa generale?

Sì, mi piace cambiare e sentirmi creativamente libero. Mi sono cimentato nel thriller d’ambientazione contemporanea in alcuni racconti che sono stati pubblicati da Newton Compton. Di sicuro mi piacerebbe scrivere un fantasy, un giorno. E vorrei firmare storie profonde e belle come quelle di Cormac McCarthy. Tuttavia, amo davvero molto il romanzo storico, che ha una lunga e nobile tradizione in Italia, basti pensare a Manzoni e a Eco. Il romanzo storico mi dà la possibilità di unire la vena autoriale a quella dello studioso, la narrativa di genere a una scrittura ricercata: dentro bisogna metterci anche un po’ di cultura. Nella narrativa mainstream degli ultimi tempi, invece, troppo spesso mi trovo di fronte a vere e proprie “soap opera”, a storielle autobiografiche scritte senz’arte narrativa e pomposamente definite romanzi di formazione, o testi impegnati socialmente, o storie di vita quotidiana che toccano il cuore, capolavori disturbanti e perversi e inzuppati di sesso, sport, economia, che dovrebbero far riflettere sul mondo in cui viviamo. Ho come l’impressione di leggere la tv. No, grazie. Per ora l’amore fra me e il romanzo storico, specialmente quello d’avventura e thriller, è tutt’altro che in crisi, e sono felice. Il mio vero sogno nel cassetto è, semmai, scrivere un saggio divulgativo.

 

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Quale iter segue durante la stesura della sua storia?

Ha presente quel videogioco che si intitola Assassin’s Creed, in cui il personaggio si connette a un macchinario fantascientifico chiamato Animus, che lo fa accedere alla memoria genetica facendogli rivivere le esperienze di un suo avo, Ezio Auditore, vissuto secoli prima? Ecco, l’Animus di questo videogioco descrive perfettamente come lavoro. L’unico modo in cui riesco a scrivere è l’immersione totale. Niente orologi, impegni, appuntamenti. Da quando inizio, fino al momento in cui mando il manoscritto all’editore, vivo in una specie di sogno delirante. Mi rotolo fra le parole come un animaletto privo di coscienza di sé; leggo e scrivo senza soluzione di continuità e non penso a nient’altro. Sono lì, nella mia storia con i personaggi, dalla mattina alla sera, finché, sfinito, esco dall’Animus. Al mattino non vedo l’ora di rientrarci.

Il fascino del romanzo storico. Intervista a Fabio Delizzos

Ma parliamo della sua nuovissima uscita La cattedrale dei vangeli perduti, edito da Newton Compton. Nella città eterna un assassino traccia croci di sangue sulla fronte delle sue vittime. La scia di morte conduce a un antico segreto custodito nel ventre di Roma. Che rapporto ha con la capitale? E soprattutto quando è nata la sua passione per le vicende vaticane? Elemento che tra l’altro ricorre spesso nei suoi romanzi.

Forse è un caso di profezia che si auto-avvera. Tanti anni fa, quando ero un ragazzino stravagante, un vecchio monsignore esorcista mi disse che un giorno io avrei scoperto il segreto di San Pietroburgo. Io? Pensai: cosa c’entro io con San Pietroburgo? E me ne dimenticai. Quando, anni dopo, venni a vivere a Roma mi tornò in mente quella strana affermazione del monsignore. Mi dissi: forse si riferiva alla città di San Pietro? Devo essermi fissato. Oppure era destino.

 

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Raphael Dardo, il protagonista di questa storia, è un agente segreto del duca Cosimo I de' Medici. Si trova a Roma per proteggere la vita di Pio IV e scoprire chi muove i fili della congiura, perché qualcuno sta tramando di uccidere il papa. Su una scala da 1 a 5 in quanto si rivede il lui e perché?

Vorrei rispondere con uno zero assoluto, ma devo ammettere che Raphael è pieno di contraddizioni come il sottoscritto, e condividiamo anche qualche idea sulle persone e sul mondo. Però lui, come tutti gli altri miei personaggi, è nato da una stratificazione di idee, spesso casuali, e ha caratteri che ho rubato a persone realmente esistite, di cui magari mi sono innamorato durante il lavoro di documentazione. Cerco in questo modo di ottenere personaggi il più possibile diversi da me, il più possibile auto-generati, per così dire, che mi sembrino vivi, veri, dotati di una loro imperscrutabile individualità. Altrimenti, senza questo mistero, non mi diverto.

 

Due buone ragioni per leggere La cattedrale dei vangeli perduti.

Piove sempre, c’è tanto buio.

 

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A suo avviso qual è l’ingrediente perfetto che non deve mai mancare nella stesura di un thriller storico di spessore?

Di norma, se uno volesse conoscere la storia, dovrebbe leggere dei saggi. Ce ne sono di scritti benissimo, in grado di far rivivere gli eventi storici “come in un romanzo”. Penso ad esempio a L’ultimo duello di Eric Jager. Quindi, un thriller storico deve saper fare qualcosa di diverso: deve trasportare il lettore indietro nel tempo e scaraventarlo in mezzo al fango delle strade, inzaccherargli i piedi nello sterco di cavallo, appestargli le narici, oppure farlo sedere su un trono, circondato dallo sfarzo profumato della sua corte, deve fargli palpitare il cuore, fremere la pelle, e permettergli di immedesimarsi in persone dalla mentalità e dalle abitudini lontanissime dalle sue, senza però fargli sentire il sapore stantio del passato e il distacco di un mondo ormai remoto. Insomma, il thriller storico ideale deve riguardare il lettore e funzionare un po’ come quell’Animus: immersione totale.


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Per la prima foto, copyright: Simone Savoldi.

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