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Il fantastico mondo di “Universum”. Intervista a Giorgio Costa

Il fantastico mondo di “Universum”. Intervista a Giorgio CostaUniversum – cronache dei pianeti ribelli (Mondadori, 2019) è un corposo romanzo di fantascienza, che segna l’esordio letterario di Giorgio Costa, professore universitario nonché batterista rock, da sempre appassionato di questo genere letterario. In un’era imprecisata, in cui l’umanità vive stabilmente sparsa su diversi pianeti insieme ad altre popolazioni più o meno affini al genere umano, il mondo conosciuto è dominato da un Impero piuttosto oscuro, controllato dai monaci Simbeliani che hanno rovesciato il precedente governo dei saggi. Tom Rivert, figlio di uno studioso ucciso insieme alla moglie cinque anni prima, durante la presa del potere da parte dei Simbeliani, è un diciottenne forzato delle miniere sul pianeta Platox Blu, quando gli viene inaspettatamente offerta la possibilità di partire insieme al capitano Denon Makar, un tempo il miglior pilota di vascelli spaziali ma ora caduto in disgrazia, per partecipare alla guerra di ribellione che sta nascendo in varie zone dell’Impero.

Il governo simbeliano, del resto, è in difficoltà perché le preziose scorte di Virilio, il minerale che fornisce energia e permette lunghissimi viaggi nel cosmo, sono ormai agli sgoccioli. Il viaggio potrebbe anche far ritrovare a Tom la giovane Mira, la sua grande amica d’infanzia di cui ha perso le tracce dal giorno della morte dei suoi genitori.

Insieme a Tom Rivert e a Denon Makar viaggiano Yori, un bambino speciale, il saggio Adelmian e il guerriero tremeriano Rathi, grande amico di Tom: insieme si ritroveranno ad affrontare incredibili avventure, spostandosi da una galassia all’altra sulle tracce di un mistero di cui, forse, proprio il padre di Tom aveva scoperto la chiave.

 

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Abbiamo posto qualche domanda a Giorgio Costa sull’ideazione di un mondo così vario e complesso come quello che ha descritto nel suo romanzo.

 

Universum è un romanzo molto denso e fitto di personaggi e situazioni. Qual è stato il punto di partenza, il momento o il personaggio da cui è nato tutto?

Ci sono diversi nuclei che hanno costituito l’inizio di questo libro, alcuni di carattere narrativo-drammatico, altri che definirei di world building, che da subito si sono fusi insieme.

I personaggi che gravitavano nella mia testa da prima dell’inizio della stesura erano Denon Makar e Tom Rivert. Essi incarnano due parabole esistenziali che mi sono molto familiari, per questo dentro di loro ci sono molti dei nuclei autobiografici del romanzo. Tom si trova nel momento di dover spiccare il volo. Ha perso le protezioni, lo scudo della famiglia, e deve decidere se mettersi in gioco oppure scegliere la fuga, ancor prima che realmente, simbolicamente. Denon invece è uno che si è trovato sbalzato fuori dai giochi e ha la possibilità di tornare ad agire, a influenzare gli eventi, però in modo diverso da Tom, prima di tutto perché ha un’altra età, un altro carattere, un’altra esperienza.

Inoltre c’era un mondo, un universo, che ha iniziato a germogliare da subito, che credo sia nato da un mix di letture che ho fatto nella mia vita e di immagini che ho visto. L’idea di un Impero in decadenza dove il centro ha perso il contatto con la periferia e dove il volo interstellare è appannaggio di un’élite religiosa tradizionalista erano presenti già da subito nel mio immaginario.

 

C’è un personaggio in cui si è identificato, o che predilige per qualche motivo rispetto agli altri?

Come detto, sicuramente Tom Rivert e Denon Makar sono i personaggi a me più vicini per caratteristiche. Rappresentano lati del carattere che ritrovo in me. Amo però il personaggio di Adelmian per la sua libertà e per il tipo di vita che ha avuto, tutta dedicata alla conoscenza, a un sapere che è sia di tipo intellettualistico, sia esperienziale, frutto dei suoi viaggi, dei suoi incontri con le popolazioni più disparate. Amo anche la sua goffaggine e la sua tenerezza. È un mentore, questo è innegabile, ma non ha già tutte le risposte, non è, soprattutto dal punto di vista relazionale e dei sentimenti, uno che sa sempre che strada prendere. Vive, sbaglia, sperimenta, prova.

 

Non ha avuto qualche volta paura di perdersi durante la stesura di una trama così complessa?

Certamente sì. Anche per la complessità della trama il lavoro è stato molto lungo. Si è trattato per me di un vero e proprio viaggio, prima di tutto nella mia mente e nel mio immaginario. Direi che per me si è trattato, per molti versi, di un percorso di conoscenza di me stesso, che è poi la vera natura di ogni viaggio.

Inoltre ci sono diversi livelli di lettura di Universum, per cui nella toponomastica e nell’onomastica c’è una capillare rete di rimandi al nostro mondo… che lascio al lettore da scoprire. Anche questo aspetto è stato per me abbastanza complesso da armonizzare, ma sicuramente ha rappresentato una parte molto stimolante della stesura. Per fare solo un esempio molte citazioni delle Gesta di Xanty, il testo sacro di Universum, sono in realtà passi del Vangelo… o altri testi antichi di Universum che vengono citati sono tratti da testi classici. Il brano che viene citato del Viaggio di Argon è una traduzione delle Argonautiche di Apollonio Rodio…

Il fantastico mondo di “Universum”. Intervista a Giorgio Costa

Simbeliani, tremeriani, chefaliti, cercanti, condemiani… è stato facile o difficile inventarsi tuttequeste popolazioni con le rispettive caratteristiche, per non parlare di pianeti, satelliti e costellazioni, di cui ha scritto anche un vasto glossario alla fine del romanzo?

Sinceramente è stato difficile arginarmi. È come se si fosse scoperchiato il vaso di Pandora. Il mondo che ho creato a un certo punto ha preso il controllo della situazione, dettandomi scelte, imponendomi di mostrare aspetti, anche minuti, di ciò che all’interno di esso accade.

Inoltre in ognuna delle famiglie che abitano Universum ho cercato di descrivere la ricchezza della diversità, l’emozione e anche le fatiche che derivano dall’incontro con l’altro.

 

Cosa cerca secondo lei il lettore di fantascienza e fantasy: una pura evasione, oppure una qualche forma di rassicurazione, nel senso che i mondi descritti in questi romanzi sono quasi sempre molto peggiori di quello reale e presente?

Il cuore di ogni arte rappresentativa è l’immedesimazione. Se io mi immedesimo in un personaggio che si trova ad agire in un mondo la cui complessità continua ad aumentare e dove la via più facile per lui è quella di chiudersi in se stesso, rifiutando l’azione, scappando… e se questo personaggio invece trova dentro di sé il coraggio di agire, di provare a cambiare le cose, scoprendo di avere molto più potere di quanto pensava… beh quando io torno dal viaggio in questo mondo lontano, mi porto dietro una ricchezza, un tesoro, un elisir che mi spingerà all’azione nella mia vita. Per questo credo che la letteratura sia sempre un viaggio dentro me stesso fatto nei panni di qualcun altro. Questo viaggio (etimologicamente) purifica, e ha sempre delle ripercussioni sulla mia vita di tutti i giorni.

 

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Il finale di Universum è aperto: l’ha scritto già pensando a un seguito, magari di farne il primo volume di una saga?

Come dicevo prima c’è una vera e propria urgenza di raccontare quel mondo, e soprattutto i collegamenti con il nostro, per cui alcuni personaggi, alcune cose successe prima di Universum, e che in Universum non sono state trattate, mi stanno letteralmente tirando per la manica. L’idea sarebbe dunque quella di dar loro voce per un seguito.


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Per la prima foto, copyright: Artem Sapegin su Unsplash.

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