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Il “facile” successo degli anni Ottanta in "Mi chiamo Sara, vuol dire principessa". Intervista a Violetta Bellocchio

Il “facile” successo degli anni Ottanta in "Mi chiamo Sara, vuol dire principessa". Intervista a Violetta BellocchioMi chiamo Sara, vuol dire principessa  (Marsilio, 2017) è il nuovo libro di Violetta Bellocchio, che dopo il successo del memoir Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014) e il progetto di storie non fiction del sito Abbiamo le prove, da cui era scaturita nel 2015 l'antologia Quello che hai amato (Utet, 2015), si ripresenta al pubblico con un'opera di narrativa classica.

La storia inizia a Milano nel 1983. Sara, quindici anni e una ferrea determinazione a cambiare la vita opaca condotta finora nel paesino della bassa emiliana dove è nata, scappa di casa e arriva nella grande città, dove riesce ad avvicinare Antonio, popolare e brillante conduttore radiofonico sulla trentina, pieno di idee e di progetti per il futuro.

In poco tempo, Antonio trasforma Sara in una cantante pop (anche se la fa cantare in playback, utilizzando in realtà la voce di una corista), la ribattezza Roxana e le costruisce una nuova identità tra comparsate alla radio e in tv, spedendola poi in tour per l'Italia insieme a una band di giovani musicisti. Tra i due nasce ben presto una relazione semiclandestina, resa pericolosa dal fatto che Sara è minorenne: ma la differenza d'età, la gelosia di Antonio e la sua volontà di controllare il personaggio pubblico che ha cucito addosso alla ragazza non impediranno a Sara di raggiungere i suoi obiettivi personali, e di vivere un'esistenza molto diversa dalle premesse iniziali.

 

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa è prima di tutto un affresco sul mondo dello spettacolo degli anni Ottanta, tra disco music e artisti costruiti negli studi di registrazione, spesso destinati a ottenere un rapido successo ma a scomparire altrettanto in fretta, senza lasciare traccia nella mente e nel cuore del pubblico. È anche una storia dal ritmo serrato, quasi tutta narrata dal punto di vista di Sara, in uno stile asciutto e senza fronzoli che ricorda molto le precedenti esperienze di scrittura non-fiction di Violetta Bellocchio, che abbiamo intervistato a Milano il giorno dell'uscita del romanzo nelle librerie.

 

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Qual è la predisposizione di uno scrittore nel momento in cui sceglie, come nel suo caso, di alternare la scrittura narrativa a quella di non-fiction?

La mia risposta è naturalmente a titolo strettamente personale. Sono due modi di scrivere e a me servono tantissimo entrambi: io sono solo grata all'esperienza di scrittura non-fiction perché scrivere Il corpo non dimentica mi ha dato una vita migliore, e non soltanto perché la scrittura sia liberatoria. È un libro che mi ha permesso di mettere insieme tutto quello che sapevo fino a quel momento della scrittura, e di trovare una vera voce come autrice.

Ho deciso di mettermi a scrivere narrativa perché comunque mi è stato chiesto. Adesso mi sento una scrittrice più matura: proprio perché sono riuscita a raccontare in precedenza la mia storia, mi sento più in grado di raccontare quelle dei personaggi, facendo in modo che sembrino autentiche. Mi sento meno preoccupata di far vedere che sono intelligente e vado più alla pancia dei lettori.

Il “facile” successo degli anni Ottanta in "Mi chiamo Sara, vuol dire principessa". Intervista a Violetta Bellocchio

Alla presentazione dell'antologia di storie Quello che hai amato ero rimasta colpita da una sua frase sul fatto che nella non-fiction non c'era bisogno di mettere i riempitivi, di dire che un personaggio va ad aprire una finestra, si accende uan sigaretta o beve un caffé. Come si è comportata adesso, inventando un personaggio e pensando magari di doverli usare, questi riempitivi, per quanto lo stile del libro sia molto concreto e diretto?

Sì, questa dichiarazione forse mi si è un po' ritorta contro, ma lo stile diretto di questo romanzo è una dichiarazione di genuinità e di autenticità, un'eredità dell'aver scritto prima non-fiction. Sono stata molto fortunata, perchè il personaggio di Sara mi si è praticamente imposto: è arrivato, si è presentato in un certo modo, si è autodeterminato mentre stavo scrivendo, così io sono stata solo un tramite. La mia relativa abilità di scrittrice è stata solo rileggere quello che avevo scritto, sistemare qualcosa qua e là, riscrivere e aggiustare in modo che il libro scorresse. Ho lavorato tanto sul fatto che il libro apparisse come una specie di corsa veloce nel mondo di Sara, visto dal punto di vista di lei. Credo sia risultato una narrazione autentica, perché sappiamo tutto di questa ragazza e finiamo davvero per vedere il mondo attraverso il suo sguardo.

 

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Quindi il suo modo di scrivere non è cambiato molto da non-fiction a fiction.

Non è cambiato niente ed è cambiato tutto allo stesso tempo. Mi sono veramente lasciata portare dal personaggio e dalla storia che voleva raccontarmi. Ho cercato di concepirlo come un flusso narrativo costante, fino alla svolta finale e risolutiva.

 

La scelta di ambientarlo nei primi anni Ottanta è in qualche modo autobiografica?

No, perchè sono nata alla fine del 1977 e quello è solo il mondo dei miei primi ricordi. Sono molto più piccola di Sara, ma ho fatto in tempo a vedere con la coda dell'occhio quel mondo, la televisione e la musica di quel periodo. Erano gli anni in cui la discografia italiana faceva incidere dischi a chiunque, e ho sempre avuto in mente fin dall'inizio che la protagonista sarebbe stata una cantante, con un certo tipo di successo.

Le prime idee le ho avute anni fa, quando una persona che conoscevo è finita in prima pagina su un giornale di gossip. Andare in edicola, chiacchierare con l'edicolante, prendere in mano un giornale e trovarmi un parente sulla copertina, accusato di essere l'amante di una donna molto famosa, cosa di cui ovviamente io non sapevo nulla, è stato un trauma. Quello stesso giorno il telefono ha cominciato a suonarmi, ed era l'autore di quel servizio di copertina, dandomi una giornata di ansia totale per una cosa che non mi riguardava in nessun modo, ma che mi ha fatto poi pensare a una storia ambientata nel presente, con una ragazza adolescente, figlia di due genitori che erano stati famosi negli anni Ottanta. In seguito ho cambiato idea, e anziché raccontare di una figlia, con dei flashback sui genitori, ho scelto la storia della madre, senza cambiamenti temporali.

 

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La scelta degli anni Ottanta è nata da un puro calcolo temporale o da un interesse particolare per quel periodo?

Dal punto di vista musicale, negli anni Ottanta era più facile costruire un personaggio a tavolino, ce ne sono stati moltissimi che sono durati pochi mesi. Non s'investiva sulla produzione artistica, ma sulla costruzione di un personaggio in grado di avere un successo veloce per quanto effimero.

 

Come ha studiato l'ambientazione nella Milano di quel periodo?

Ho fatto qualche chiacchierata con persone che ci vivevano allora, che frequentavano i club e le discoteche. Secondo loro c'era meno sfarzo di oggi, ci si divertiva con poco, molti pensavano di arricchirsi in fretta aprendo locali approssimativi, negli scantinati o in luoghi provvisori. Sugli anni Ottanta esiste tra l'altro moltissima iconografia, per cui la ricostruzione non è stata difficile.

 

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Ha iniziato a scrivere avendo già in mente tutta la storia oppure è nata un po' alla volta?

In principio sapevo tre cose: che Sara era stata famosa per un periodo breve ma molto intenso, che aveva cantato, anche se non con la sua vera voce, e che alla fine era diventata una persona completamente diversa, ma anche perché era passata attraverso quel mondo.

Avevo scritto due finali, poi ho scelto quello meno convenzionale.

Il “facile” successo degli anni Ottanta in "Mi chiamo Sara, vuol dire principessa". Intervista a Violetta Bellocchio

Sara cerca di costruirsi la sua felicità. Lei è felice di aver scritto questo libro?

Dovrei essere felice ma non riesco a lasciare andare il mio personaggio, anche se mi ripeto che devo essere fiera del lavoro che ho fatto. Forse il libro tornerà a essere mio quando ci saranno un po' di persone che lo leggeranno. Per adesso mi sento un po' sospesa.

 

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 Il rapporto tra editor e scrittore è sempre molto discusso: c'è lo scrittore che lavora in armonia con l'editor e quello che non ne accetta i suggerimenti. Lei cosa ne pensa?

Io sono passata attraverso diversi editor. In questo caso ho lavorato con Jacopo De Michelis e le osservazioni che mi ha fatto erano di buon senso narratologico, finalizzate sostanzialmente a portare alla luce dei frammenti di trama che restavano troppo tra le righe, quindi le ho assorbite e ho riequilibrato il racconto. È una persona con cui è difficile litigare, ma il mio modo di scrivere è già abbastanza asciutto, per cui era difficile che trovasse qualcosa da tagliare.

 

Il prossimo libro allora sarà di fiction o di non-fiction?

Possiamo deciderlo insieme tirando una monetina. Non lo so, dipenderà da come sarà andato questo, dal punto di vista della pubblicazione, perché io mi sono sentita felice mentre lo scrivevo. Voglio portare avanti entrambi i modi di scrivere, perché probabilmente ho trovato la maniera di far funzionare questo mestiere proseguendo con tutti e due i generi.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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