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Il dolore della madre alla morte del figlio. “Il silenzio del sabato” di Mariantonia Avati

Il dolore della madre alla morte del figlio. “Il silenzio del sabato” di Mariantonia AvatiPuntata n. 26 della rubrica La bellezza nascosta

 

«– La sola cosa che avrei dovuto fare era restare qui… –  bisbigliò lei, inginocchiata nel fitto del buio, e protetta da un folto di arbusti. Aveva raggiunto la spianata del sepolcro e si era nascosta dalle due guardie che presidiavano la tomba. Accanto ai militi, un grande falò. Erano stati quei sacerdoti, lo stesso numero esiguo responsabile della morte del Giusto, a richiedere che il cadavere fosse vigilato, scongiurando così il rischio che qualcuno trafugasse la salma per inventare poi fandonie di resurrezione. Lei tremava dal freddo, come tremava la sua voce. Lingue di gelo risalivano dalla terra, avvinghiandole le gambe.»

 

Alcune sentenze nascono da sole e restano senza controllo, alcune vite possiedono un segno, come fosse un tatuaggio che racconta, a forza di cicatrici, una storia; e nei momenti dove le tenebre scendono via dalle pareti e la luce appare come un’utopia, la salvezza possibile è una fede, è un credere a qualcosa che non si vede, che non si tocca, ma che magari puoi sentire nell’aria, puoi avvertire sotto le palpebre, la sera, prima del sonno. Quella credenza, quella forza coatta di restare fermi a quell’appiglio è come un oggetto, uno di quegli utensili che possiedono il mito della loro storia, e la sfida che ci lancia il destino è tutta lì, in quei momenti dove niente pare più avere un senso, dove anche le nostre certezze si sfaldano sotto un silenzio, sotto un’attesa di pietra che pare non conoscere fine; e come chi è in alto mare alla stregua delle forze, possiamo trovare un bagliore nell’immobilità. L’uomo alla deriva nelle acque di tempesta, se cerca eccesivi movimenti, rischia di andare a fondo, solo restando completamente fermo, nell’attesa della sua fede, può sperare di restare a galla e vincere il buio.

Il dolore della madre alla morte del figlio. “Il silenzio del sabato” di Mariantonia Avati

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Mariantonia Avati è nata a Bologna, l’11 luglio 1966, nel 2006 curando la regia del film Per non dimenticarti ha vinto il premio come "migliore opera prima" del Magna Graecia Film Festival. Il silenzio del sabato, edito da La nave di Teseo, è il suo esordio letterario.

La storia di una madre, di un viaggio per arrivare al giorno in cui suo figlio sarà ucciso. Possiede da sempre la notizia che questo momento sarebbe arrivato. Il figlio le chiede di stargli accanto e di dargli coraggio anche in quest'ultimo passo. La madre, davanti alla croce, accompagna il figlio verso la fine; resta con lui mentre viene portato nella tomba, ricordando tutto ciò che li ha portati fin lì. Quaranta ore passano tra la morte del figlio e l’attimo della resurrezione, ore in cui restiamo accanto alla donna, nei suoi pensieri, nelle emozioni di una madre che non smetterà mai di credere.

Il dolore della madre alla morte del figlio. “Il silenzio del sabato” di Mariantonia Avati

In questo viaggio spirituale e terribilmente doloroso, Mariantonia Avanti ci conduce con una penna sapiente, facendoci cadere addosso immagini bellissime e al contempo terribili, rendendoci complici del calvario personale di una madre che deve fare i conti con l’ineluttabile, e deve tenere fede alla sua storia di donna; un romanzo denso, pieno di misticismo, dove ogni spostamento, ogni gesto, e ogni dialogo possiedono la potenza di restare incastrati e sospesi in un tempo che appare lontano e al contempo vicinissimo, in questo susseguirsi di ricordi che appartengono a tutti.

 

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«Aveva chiesto a tutti di essere lasciata sola. Indossava la veste di Rachele e la tirava in continuazione verso il basso. Era appena di misura fino ai fianchi, ma poi non arrivava a coprirle le caviglie, perché le sue gambe continuavano a essere più lunghe di quelle delle altre. Sulle spalle scendevano liberi i capelli, lucidi d’olio. Scelse di non coprirli, come era solita fare quando voleva sentirsi libera. Si sedette, davanti al tavolo grande che riempiva l’ambiente comune. Faceva correre il dito della mano lungo le venature del legno, fino a quando non arrivava a un nodo dal colore stinto, poco distante dai gomiti poggiati; gli girava attorno e tornava indietro, seguendo ogni volta un percorso diverso. E ricominciava. Pensò a quante assi aveva visto levigare, e all’odore buono che invadeva la sua casa quando gli uomini tornavano con ciocchi di mandorlo e acacia, e lei sperava che non lo vendessero subito per poter respirare il profumo più a lungo possibile.»

Il dolore della madre alla morte del figlio. “Il silenzio del sabato” di Mariantonia Avati

L’intero romanzo somiglia a una scatola di memorie, la struttura di ogni pagina è stata costruita sapientemente dalla Avati per rendere il nostro viaggio, tra le parole, pieno di significati e pause riflessive; e non potremmo fare a meno di percorrere il tempo passato e presente, al fianco di quella madre che è poi, in fondo, madre e simbolo della forza che alberga in ognuno di noi.

«Adesso sapeva che ogni sua speranza era diventata realtà. E mentre piangeva, cominciò a sorridere, a farlo sempre di più, fino ad avere voglia di ridere, ridere come aveva riso prima che tutto diventasse dolore, ridere senza provare la vergogna di mostrare la felicità, perché non farlo sarebbe stato ingratitudine a Dio e a quella vita meravigliosa che le aveva dato. Ridere, fino a far arrivare il suo grido oltre ogni cosa.»

 

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Tutto il nostro percorso terreno è fatto di scelte, e ogni volta che prendiamo una decisione dovremmo avere ben chiaro, nella nostra mente, a cosa scegliamo di rinunciare e cosa scegliamo di guadagnare. La vita somiglia a una mappa, somiglia a strade da prendere e da evitare, a incontri e scontri, la vita è solida come un pugno nello stomaco, e di ogni urto ci portiamo addosso i segni come il soldato che conta le cicatrici affiancando a ogni taglio un ricordo; facendo diventare ogni ferita un racconto di se stesso, per capire da dove viene, e dove, per lui, potrebbe essere possibile andare. Il gioco del mondo è tutto qui: credere in qualcosa che ci vive negli spazi minimi dei nostri organi, e avere cura di quel “credere” e donargli spazio per sperare, un domani, di sapere narrare qualcosa di noi che somigli al vero.


Per la prima foto, copyright: Tim Mossholder.

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