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Il divorzio visto dai bambini. “L’incantesimo” di Emanuel Bergmann

Il divorzio visto dai bambini. “L’incantesimo” di Emanuel BergmannPuntata n. 3 della rubrica La bellezza nascosta

«Il prossimo è forse l’incantesimo più potente al mondo: è così! È un incantesimo d’amore».

Cos’è l’amore e quali sono le sue variabili? Questa è probabilmente la domanda che ognuno, nella vita, ha provato a porsi, almeno una volta. Quando un legame affettivo tra due persone giunge al termine, si finisce sempre in un luogo dove si fa il conto degli errori e, nello scontro finale, entrambi i duellanti provano a caricare sull’altro tutte le colpe e tutte le crepe che hanno contribuito a sfaldare quell’unione che un tempo appariva indissolubile.

Ma la fine di una relazione spesso dipende da fattori diversi, capita che il bene non finisca, ma la vita imperterrita pesa sopra i due amanti, con un carico eccessivo colmo di aspettative, promesse mal mantenute, tensioni sciocche, ripicche ingenue, noia e routine.

Da bambini il nostro universo è formato principalmente da coloro che ci hanno messo al mondo, osservandoli riusciamo a orientarci, ne imitiamo i comportamenti, ne assorbiamo gli umori.

E cosa accade se i genitori decidono si separarsi? Il più delle volte, il bambino si addossa tutta la responsabilità della rottura di quel legame, andando a ritroso, cercandone il motivo nei suoi comportamenti e magari riconoscendolo in un suo capriccio, in quella situazione, magari di qualche giorno prima, in cui padre e madre si sono arrabbiati con lui perché era uscito a giocare in giardino, senza permesso.

Emanuel Bergmann nato nel 1972 a Saarbrücken (Germania) debutta nel mondo letterario con L’incantesimo edito in Italia da La nave di Teseo (traduzione di Francesca Gabelli); sfornando un romanzo che fa il giro del tempo, per portarci una storia nella storia.

 

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Ci troviamo a Praga nel 1934 Mosche Goldenhirsch è il figlio quindicenne di un vecchio rabbino, si trova tutti i giorni a lottare e a disubbidire agli ordini del padre, ha difficoltà a seguire i dogmi che gli impone; il suo sogno, dopo aver conosciuto l’Uomo Mezzaluna e la sua meravigliosa assistente, diviene quello di lavorare in un circo, e decide di percorrere quella strada, fuggendo di casa.

Il divorzio visto dai bambini. “L’incantesimo” di Emanuel Bergmann

Los Angeles, 2007, Max Cohn ha dieci anni, e in seguito alla decisione di divorziare, presa dai genitori, si ritrova ad ascoltare un vecchio disco di vinile, sulla copertina impera l’immagine del grande mago Zabbatini; il vecchio mago promette di svelare nell’ultima traccia del disco, una formula magica per far innamorare due persone. Il caso vuole che il disco smetta di funzionare proprio sulla fine delle tracce; preso dallo sconforto, Max fugge di casa, alla ricerca del mago Zabbatini; è convinto che con quella formula magica i genitori potranno decidere di annullare il divorzio, e ritrovare l’amore.

Il romanzo segue le vite dei protagonisti raccontandoci un percorso parallelo di vite, che con il passare delle pagine finisce per intrecciarsi. Così conosciamo il piccolo Mosche e suo padre il rabbino, uomo rigido e inflessibile, conosciamo la madre del piccolo Mosche e una serie di personaggi strambi che popolano la sua giovane vita. E al contempo, ci ritroviamo nelle giornate di Max, nei suoi sensi di colpa per l’imminente separazione dei genitori, e nella sua ricerca ostinata della magia, della fede per le formule magiche e della convinzione che tutto possa trovare il lieto fine grazie al mago Zabbatini e ai suoi giochi di prestigio.

«Nonostante ci fosse il sole, Max sentì improvvisamente freddo. Non riusciva a scuotersi di dosso la sensazione che il padre avesse cercato di andarsene quatto quatto, mentre lui era ancora a scuola. Fu assalito dalla paura di non rivederlo mai più. Non appena se ne fosse andato, papà si sarebbe dimenticato di lui. Max sentì che stava per scoppiare a piangere ma lottò con le lacrime. Che ne sarebbe stato di lui, adesso?»

 

Il divorzio visto dai bambini. “L’incantesimo” di Emanuel Bergmann

Qui Bergmann ci introduce nelle emozioni del piccolo Max, scandagliando il suo terrore di essere abbandonato/dimenticato dal padre. Nelle pagine che si susseguono, la paura del bambino cresce con il passare del tempo, ogni ora, ogni giorno, sono dei pezzi che si staccano dal suo presente, e nella sua corsa disperata alla ricerca del sortilegio che potrà sistemare le cose, avrà sempre la sensazione che sia, ormai, troppo tardi.

«Tuttavia. Lo ammonì l’Uomo Mezzaluna. Non bisogna prendere tutto per oro colato, non devi fidarti troppo dei tuoi occhi. Nella vita, dietro ad ogni cosa si nasconde un segreto. Prova a trovarlo!»

 

E mentre l’autore ci porta avanti e indietro nel tempo, leggiamo delle peripezie di un giovane Mosche che, pur di inseguire il sogno di diventare un grande mago, volta le spalle al padre, scomparendo nel nulla, lasciandolo nel dolore e nell’incertezza di non sapere cosa ne sia stato di suo figlio.

Lo stile con cui Emanuel Bergmann ci narra questa storia è sintetico, semplice, le parole hanno un ritmo preciso, non ci sono artifizi letterari né una ricerca particolare nella costruzione del periodo. Ogni pagina è un racconto, e le storie che finiscono per intrecciarsi ricordano l’andamento di una favola. Il punto di forza di questo romanzo è la sua capacità di tenere il lettore dentro la storia, in maniera continua, e di piantare nella sua mente la curiosità di riuscire a capire in che modo quel bimbo figlio di un rabbino nato nel 1934 e Max, nato nel 2007, si possano ritrovare poi come i personaggi della medesima storia.

Il divorzio visto dai bambini. “L’incantesimo” di Emanuel Bergmann

«Mosche rimase l’apprendista dell’Uomo Mezzaluna per due anni. Imparò che l’illusionismo non era altro che una forma di narrazione. Ogni trucco era un dramma. Il mago – o il narratore – creava nel primo atto un’aspettativa che nel terzo veniva soddisfatta e ribaltata in egual misura. Mosche capì che il vero trucco si svolgeva sempre e soltanto nella mente degli spettatori. L’arte non era trasformare qualcosa per mezzo di gesti meccanici e di attrezzi: l’arte consisteva nella metamorfosi dei sentimenti».

 

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Questo libro, L’incantesimo, va letto togliendo le mani dal volante, riponendo fiducia nei gesti del narratore. Perché, in fondo, credere che ci sia qualcosa al di fuori di noi, che possa cambiare le cose, può essere un piccolo salvagente per le tempeste private. E si può tornare, talvolta, ancora bambini e credere alla magia, e ai giochi di prestigio; e molto spesso, la magia non è altro una cosa, un luogo, una terra, che prende forma e sostanza tra due essere umani.

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