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Il desiderio è nel mondo. “Nina dei lupi” di Alessandro Bertante

Il desiderio è nel mondo. “Nina dei lupi” di Alessandro BertanteNina dei Lupi, il primo capitolo della Trilogia del mondo nuovo di Alessandro Bertante, ripubblicato da Nottetempo a otto anni dalla prima uscita, narra le vicende che precedono quelle raccontate in Pietra Nera (di cui si è già parlato qui) uscito sempre per Nottetempo: la piccola comunità di Piedimulo, sopravvissuta alla misteriosa Sciagura di tre anni prima, vive isolata dal mondo dalla frana di una galleria. Il cielo è una ragnatela di colori e macchie che annullano ogni idea di futuro. La tranquillità ritrovata è disturbata dall’irruzione di alcuni predoni che trucidano quasi tutti i contadini della comunità: la piccola Nina si salva e è accolta da Alessio, il signore dei Lupi, eroe che riporterà pace e giustizia, mentre Nina crescerà e diventerà ella stessa una donna guerriera e una leggenda…

 

«Si sentivano al sicuro. La valle era irraggiungibile, protetta dalla galleria a sud e chiusa a nord dalla montagna. La Montagna Scura, così soprannominata perché vi batteva il sole per poche ore al giorno ed era ricoperta da una fitta foresta fino alle cime più alte.» Piedimulo è una comunità contadina di quaranta abitanti, che torna a vivere a contatto con la natura e a convivere con i ricordi di oggetti ormai obsoleti: teleferiche, automobili, cellulari, una regressione collettiva, molto desiderabile.Come nasce Piedimulo nella sua fantasia di scrittore e che rapporto ha la sua narrazione con l’ecologia?

Piedimulo nasce da un’immagine, una prefigurazione. Molti anni fa stavo percorrendo una strada di montagna quando attraversai una galleria, alla fine della quale c’era un piccolo paese isolato. Pensai che quella galleria per i paesani era l’unico contatto che avessero con il mondo. Quell’immagine di separazione, di protezione e di completo isolamento, evidentemente colpì qualcosa nel mio immaginario perché diversi anni dopo fu la prima ispirazione per scrivere Nina dei lupi. Per quanto riguarda l’ecologia, credo sia l’unico tema davvero importante per le prossime generazioni, e questo non vale solo per gli scrittori, ovviamente. Nina dei lupi e Pietra Nera parlano di una rifondazione umana, nella quale la natura è di nuovo egemone e l’uomo rimpicciolisce di fronte a essa. L’uomo trema ad ascoltare il fulmine, non riesce più a trovare risposte nella scienza, tutte le sue certezze vacillano. In questo modo l’immaginario post apocalittico diventa un’occasione di redenzione umana e una riflessione sul nostro sciagurato modello di sviluppo.

 

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«La casa stava proprio nel mezzo di una spianata erbosa in leggera salita, circondata su quattro lati dalla foresta. Come in una favola, una storia di streghe e di creature antiche.» Nina dei lupi, in effetti, pare una favola per adulti, dove le streghe sono personaggi che combattono un potere ingiusto, e le creature antiche, i nostri rimossi inconsci. Il romanzo non tralascia la metafora di una civiltà che, davvero, si sta muovendo a grandi passi, verso la catastrofe: come mai ha deciso di scrivere la Trilogia del mondo nuovoseguendo il filo rosso della narrazione fantastica?

In realtà in Nina dei lupi non accade nulla di fantastico. Certo, il romanzo è intriso dall’inizio alla fine di una forte spiritualità naturale che condiziona il linguaggio di alcuni protagonisti che assume connotati sicuramente magici. Nelle società primitive l’antica lingua dei poeti era il modo di comunicare con le forze della natura, raffigurate come spiriti, come elementi vitali e senzienti e infine come degli Dei. Ma non cambiava molto, c’erano dei riti di passaggio, delle persone sensibili al culto ma la magia era in ogni cosa e non esisteva il concetto di fantastico. Ho cercato di recuperare quello sguardo.

Il desiderio è nel mondo. “Nina dei lupi” di Alessandro Bertante

«Non rimaneva niente del suo passato, in quel letargo dell'anima i ricordi sfumavano, si confondevano fra loro e rimanevano solo segni fragili a testimoniare ciò che era stato.» Nina è orfana, cresce in fretta, è un personaggio cardine della storia e anche di quella successiva, Pietra Nera: ci racconta la sua genesi?

Nina ha dodici anni. Mi serviva una protagonista molto giovane che potesse crescere nel corso del romanzo, rappresentando una svolta per la storia ma anche un momento di passaggio fra due mondi, quello prima e dopo la Sciagura. La sua formazione è la chiave di volta spirituale del nuovo mondo.

 

«L’uomo regolava la vita della casa seguendo norme precise e inderogabili. Durante i tre anni vissuti da solo in mezzo alla montagna, quell’insieme di regole erano state la sua unica compagnia, l’unico modo per dare un significato allo scorrere del tempo.» Alessio Slaviero, l’uomo dei lupi, dal passato tormentato e dalla fragilità inconfessata, pian piano scioglie le sue difese inconsce per diventare un uomo leggendario. Ma, non so perché, in questa figura di uomo preciso e quasi ossessivo, vi scorgo un po’ la presenza dello scrittore: la sua scrittura ha seguito norme precise e inderogabili? O è andato avanti per improvvisazioni e aggiustamenti successivi?

Io non sono uno scrittore molto ordinato e programmatore. Mi faccio molto influenzare dalle visioni del quotidiano e cambio parecchio durante la stesura del romanzo perché procedo per riscritture. La mia scaletta iniziale è ridotta all’osso perché credo che l’ispirazione avvenga scrivendo e non prima, a tavolino. Ma di sicuro il personaggio di Alessio ha una forte componente ossessiva, fondamentale per la sua sopravvivenza dopo la Sciagura. E certo vivono in lui delle caratteristiche autobiografiche dello scrittore, tipo il fisico massiccio e una certa determinazione ad agire. Ma Alessio è anche un uomo sconsiderato, come dimostra il suo istinto bellico che non ha nulla di preciso ma è ferino e incontrollabile.

 

«Ascoltava la terra guardando il cielo, lei stava nel mezzo, la giusta posizione, in quel momento non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte.» Come si è collocato rispetto ai suoi personaggi: ci sono i lupi, c’è il malvagio Fosco, c’è Luca, il povero Luca, c’è Diana, sua madre, c’è Alfredo e Maria, i nonni di Nina: ha mantenuto la neutralità rispetto a tutti o, in cuor suo, ce n’era qualcuno o qualcuna per cui ha simpatizzato di più?

Diana è il personaggio chiave del romanzo. È l’antica sacerdotessa che riemerge dai tempi della leggenda. Lei è l’unica che capisce cosa può diventare Nina e solo grazie a lei la perduta lingua dei poeti torna a essere linguaggio magico.

 

«Ora è il presente, è il tempo dell’azione risolutiva, forse anche l’ultima. Cosa distingue l’uomo dalle bestie se non la consapevolezza dei propri tormenti?» Crede che ogni storia scritta nasca da un’urgenza personale? Si può costruire un romanzo soltanto applicando delle norme o seguendo delle linee guida senza provare sentimenti nei confronti di quel che si sta scrivendo?

Sì, si può fare, e lo fanno in molti. Ma è un percorso che non m’interessa. Io devo essere coinvolto emotivamente e anche eticamente in quello che scrivo. Scrivere è faticoso e impegnativo, deve avere un senso.

Il desiderio è nel mondo. “Nina dei lupi” di Alessandro Bertante

«Racconterò storie per dare una speranza ai sopravvissuti e cercare un significato nel tremendo sacrificio che abbiamo vissuto.» Sono le significative parole di Diana, madre di Luca, che a Nina ci tiene tanto. Queste parole, però, mi sembra vadano al di là delle circostanze narrate nel romanzo: penso al nazismo e alle vittime di tutti i nazismi, mi sembra che, metaforicamente, si possa leggere anche in questo modo il suo romanzo: una storia atta a preservare la memoria e incoraggiare la speranza che non si ripeta l’atrocità del passato. La letteratura come rito collettivo riparatore e salvifico: cosa ne pensa?

Sono d’accordo, Nina dei lupi e soprattutto Pietra nera sono romanzi fondati sulla memoria. Il ricordo di ciò che è stato perduto, ma anche di antiche sapienze dimenticate, stanno alla base di entrambe le narrazioni. Compito dello scrittore è quello di contribuire a rinnovare l’immaginario dei propri tempi ma questo si può fare solo con i piedi ben piantati nel proprio passato, con tutto ciò che questo comporta, atrocità comprese. Nulla succede per caso. E proprio in questo periodo che, potenzialmente, grazie alle nuove tecnologie, possiamo non dimenticare più niente, diventa necessaria la scelta fra ciò che è importante e ciò che invece merita l’oblio. La letteratura può aiutarci a scegliere.

 

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«Non avevano inventato nulla, l’attrazione è più forte di qualsiasi pudore, il desiderio è matrice e ti domina.» Il desiderio di Nina e di Alessio, il desiderio di Diana e degli abitanti di Piedimulo, ma anche quella forza primigenia che sgorga nella natura dopo il tremendo inverno della Montagna Scura. Mai come in questa epoca di piatto conformismo circola la grande Sciagura che è la paura di desiderare: il suo romanzo, invece, in modo lineare e avvincente, spiega questo profondo e scabroso mistero del desiderio che salva: la letteratura può ancora insegnare a desiderare?

Sì, può farlo ma non sono ottimista. Oggi i lettori, ma direi gli esseri umani in generale, specie in Occidente, sono troppo distratti da migliaia di segni effimeri che ci bombardano senza soluzione di continuità.


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Per la prima foto, copyright: pixel parker su Unsplash.

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