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Il desiderio e la fuga. “Tutto male finché dura” di Paolo Zardi

Il desiderio e la fuga. “Tutto male finché dura” di Paolo ZardiTutto male finché dura è il nuovo romanzo che Paolo Zardi ha pubblicato per l’editore Feltrinelli nella collana Narratori nel maggio 2018. Di seguito, la recensione al romanzo e due interviste all’autore: la prima concernente il romanzo stesso, l’altra riguardante l’autore durante la stesura del romanzo.

Tutto male finché dura racconta ancora, ed egregiamente, un tema caro all’autore: gli affetti di famiglia, il rapporto col padre, coi figli, figlie in questo caso. Se ne La passione secondo Matteo il titolo del romanzo si riferiva a quello di una composizione di Bach, qui Bach mi sembra aleggiare in tutto il romanzo, nella velocità con cui le situazioni si evolvono; se nella Passione c’era un tramonto lento e melanconico sul finire delle cose, musicato da un Satie, qui invece la fine, «che brutta cosa, la fine. Ma prima l’inizio» dice la voce narrante a conclusione del primo capitolo, è subito assorbita da tutta la peripezia iniziale, e per quanto pure qui ci sia un padre morente, nella Passione la morte è vista come nostalgia di tempi che non torneranno piuttosto che come tornaconto personale, come per il protagonista di Tutto male finché dura.

Il secondo capitolo si apre cinematografico: «le città nascono, le città crescono.» Poi la visuale si rimpicciolisce, «in quella periferia...», e infine si particolareggia nell’uomo inseguito che salta sul treno di una metropolitana e sfugge ai tizi che lo vogliono menare, tizi «con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite». Movimento. Fuga. Allerta: «minaccia terrorismo, stato di allerta», c’era scritto in caratteri cubitali sul giornale nel vagone della metro dove trova scampo il protagonista in fuga.

Se, nell’altro romanzo, Bach è presente metonimico, per via del titolo che lo evoca, oggetto intermediario, qui, in questo nuovo romanzo, mi sembra che il brio ci sia, spolverato come una nebbiolina, come un refrain: ideale colonna sonora potrebbe essere un crossover delle fughe, appunto, di Bach e di musica... tekno.

Il contrappunto di situazioni opposte tra loro, cantate, modulate dallo stesso strumento-protagonista. «Che relazione può esserci fra le molte persone nelle storie innumerevoli di questo mondo, che da opposti lati di grandi abissi si sono tuttavia incontrate?», con queste parole di Dickens, con questa domanda, sulla quale era fermo da una decina di minuti, finisce la vita da detenuto del protagonista che, prima di lasciare il carcere, chiede al suo compagno di cella di restituirlo lui il libro, di Dickens appunto, «alla biblioteca quando lo avesse finito». Uno scrittore dell’Ottocento, ricollocato in ambito metropolitano.

Il desiderio e la fuga. “Tutto male finché dura” di Paolo Zardi

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Fuori dal carcere c’è il mondo veloce dei rapporti sessuali, del godimento che ci si procaccia sulle chat: non è amore, «solo desiderio allo stato puro»: etero o gay non sono categorie o etichette, ma semplicemente due modi di godere. L’umanità è questa. Il mondo («il mondo era meraviglioso, nella sua imprevedibilità») di Zardi esce dalla stanza, dalla casa e sorvola, scivola nella mondanità pullulante di personaggi: «fuori, in strada, i turchi avevano iniziato ad arrostire i loro kebab monumentali, e tutti erano già impegnati nelle interminabili lotte per i parcheggi [...] Il vecchio fruttivendolo all’angolo [...] stava scaricando un bancale di mandarini. [...] Sbirciando dentro alla vetrina di un bar vide due cinesi davanti alle slot machine, e una vecchia che faceva a metà della sua brioche con un cagnolino cieco [...] C’era anche una donna capitata là per caso” oppure quella bella elencazione (ce ne sono delle altre sparse per il romanzo): “passò il resto della mattina a togliere denti a romeni, ucraini, moldavi, una coppia di gemelli vietnamiti, una famiglia intera di cinesi [...], un barbone italiano accompagnato da una suora filippina [...], un barbone italiano accompagnato da una suora filippina [...], un russo ubriaco, un gigante della Sierra Leone, una tettona bulgara.»

«Non si era chiesto se gli piaceva: aveva un buco sul muro, una voragine aperta da qualche fanatico del trapano vissuto a casa sua prima di lui, e il quadro sarebbe stato perfetto.»

Il gusto per i quadri appesi alle pareti, «c’era qualcosa di ottocentesco, in quella moda di appendere quadri alle pareti», il passato che non molla: il già menzionato Dickens, in qualche modo, coordina i movimenti di tutti i personaggi, come autore, come Padre, come padre buono, non come figura castrante e minacciosa di una legge mortifera. In questo senso la legge mortifera è quella della malavita: un debito da saldare a uno strozzino ai cui sicari il nostro protagonista deve sfuggire. Un vuoto da colmare, come il buco sul muro.

Tra l’altro, accanto al debito-vuoto da colmare, aleggia il fantasma della castrazione, non simbolica, ma reale: «allo scadere della terza settimana, lui avrebbe restituito tutto, interessi compresi; se non lo avesse fatto, loro gli avrebbero tagliato il cazzo e glielo avrebbero fatto mangiare.» Non riesco a non scorgere quel refrain dell’autore, filo rosso, continuum nella narrativa di Zardi: il desiderio, nella sua caratteristica di essere sempre instabile e in fuga

Leggo in questo modo quel vuoto da colmare e il motivo per cui la narrativa di Zardi prende il lettore. Uscito dal carcere, il protagonista, ha perso tutto: da questo vuoto riparte il suo mondo. Ma in effetti il romanzo nasce dall’uomo chino sull’oblò della lavatrice. Quell’oblò che ruota intorno al vuoto. La lavatrice torna e ritorna con il suo oblò vuoto, lavatrici che presto diventeranno oggetti altri, utili per altre funzioni, oggetti che diventano cose, cause per lo sciogliersi dell’azione, le lavatrici assumono sembianze di esseri animali: «Le lavatrici dietro di loro ruminavano sempre più rumorosamente, e quei tre avevano dichiarato guerra al mondo.»

Con il protagonista, per quanto “criminale”, condividiamo il fattore comune e inconscio del desiderio, del nostro rapporto col passato, del nostro cercare di collocarsi e ricollocarci nel sentiero presente del mondo in direzione del progetto futuro.

Gli edifici vuoti di una città non sono semplice annotazione descrittiva, ma consapevolezza inconscia, quel debito non è solo del personaggio, quando scrive «Il passato dura molto», Zardi sta operando una vera e propria indagine autoanalitica e, dunque, ci sta collocando dinnanzi a uno specchio in cui noi ci si possa riflettere. Per carità, nulla di evidente e retorico, è tutto subliminale, delicato, chirurgico ma non invasivo. La scrittura di Zardi è sempre intima ma non autoreferenziale, oppure, se elementi del sé autorale appaiono qui e là, è sempre col garbo e con la certezza che si tratta di noi che sta parlando, per noi che leggiamo.

Il lavoretto dell’estorsione, il godimento del protagonista, qui, si può solo estorcere: dalla moglie, dal padre, forse pure dalle figlie che lo accettano e lo riconoscono con molto ritardo: quando lui non può più. Questa è la vita nostra: non si apprezza nulla di quel che abbiamo finché non lo perdiamo.

Tutto, nel mondo di questo romanzo, è contraddittorio: il sesso, il rapporto con la moglie e le figlie, il continuo cambio di nomi (scegliersi un nome proprio è anche atto soggettivante). Tutto è meravigliosamente variegato: il lavoro del dentista: i denti che sono simbolo di nutrimento ma anche di vendetta e ira.

 

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È alla fine che si comprende l’inizio: «che brutta cosa, la fine. Ma prima, l’inizio», si è già scritto sopra, e riprendo questo giro di frase con cui si conclude il primo capitolo. Ecco: après coup, direbbero i francesi. Il trauma lo si comprende dopo, quando diventa ricordo, linguaggio, fraintendimento.

Il desiderio e la fuga. “Tutto male finché dura” di Paolo Zardi

Dunque mi pare, in questo romanzo, esserci una molteplicità prospettica che mi ricorda «Le carceri d’invenzione» dell’incisore e architetto del 1700 Piranesi, ma anche, mi è sembrato di scorgere una varietà “musicale”: è così o è solo una mia impressione? In generale che rapporto ha con la musica? L’aiuta a scrivere, è per lei fonte d’ispirazione?

Per anni ho scritto ascoltando musica – i due atti, scrivere e ascoltare, erano indissolubili. Con il tempo, però, ho iniziato a preferire il brusio di qualcuno che parla sottovoce, il rumore del treno sulle rotaie – qualcosa che mi impedisca di arrivare a una concentrazione totale, che dia fastidio alla voce razionale che per esprimersi ha bisogno di silenzio, una “distrazione bianca” che la metta un po’ a tacere.

Ma rimane comunque il grande rapporto con la musica. Dopo La Passione secondo Matteo ho abbandonato Bach e mi sono rifugiato in cose più leggere: i soliti Beatles, dei quali sono un cultore un po’ fanatico, gli ultimi album di Battisti, quelli con le parole enigmatiche di Pasquale Panella, i Kula Shaker quando volevo un po’ di energia, il trap che mi hanno fatto scoprire i miei figli (non mi fa impazzire ma avverto la sua capacità di rompere con la tradizione musicale del ventesimo secolo), il potentissimo e cattivissimo Salmo, e le canzoni rarefatte di Chris Garneau. Della musica mi piace quello che poi cerco anche nei libri: la presenza del ritmo, un’architettura che compare anche nelle canzoncine più insignificanti (la intro, poi strofa, ritornello, strofa, ritornello, inciso e di nuovo ritornello, qualcosa che mi ricorda i vincoli tremendi e bellissimi del sonetto), la ricerca di sonorità capaci di rendere una musica unica e irripetibile.

Per questo libro, però, non c’è stata una colonna sonora. Ho ascoltato cose a caso. E probabilmente il romanzo un po’ riflette questo desiderio di anarchia.

 

Che rapporto c’è tra desiderio e scrittura e quanto c’è di suo, del suo essere quotidiano, parlo soprattutto di emozioni, sensazioni, punti di vista, rabbia, gioia, nella scrittura di questo romanzo?

Il desiderio è il motore di qualsiasi storia, l’elemento dal quale non si può prescindere. Tutti i romanzi raccontano di un essere umano che desidera, e di un mondo che si oppone alla soddisfazione di quel desiderio: nelle commedie il protagonista raggiunge il proprio obiettivo, nelle tragedie no, e forse è questa l’unica distinzione che vale sempre.

Nelle mie scelte, ho sempre cercato quel desiderio profondo, viscerale, misterioso, carnale, incontenibile, che si scontra con la morale, l’etica, il vivere in un mondo socialmente organizzato. È questo il conflitto che mi interessa – le sue conseguenze sulle vite delle persone e sulla possibilità di essere felici, le catastrofi che si porta dietro. Tutti i drammi nascono da là. Da questa inestinguibile voglia di essere felici proprio in quel modo.

Anche l’atto di scrivere un libro è l’espressione di un desiderio: quel tempo, che a volte sembra interminabile, in cui si alternano grandi entusiasmi a brucianti delusioni, durante il quale il destino del romanzo è appeso a circostanze fuori dal controllo dell’unico protagonista presente – quello scrittore che continua a lottare, pagina dopo pagina, per arrivare a mettere la parola fine – è a sua volta una meta-commedia, talvolta un po’ noiosa, a tratti soporifera per la lentezza con la quale procede, spesso ombelicale, con quei continui soliloqui dello scrittore che ragiona tra sé e sé su questioni di minima rilevanza (ma se nonostante gli sforzi profusi il progetto si arena miseramente contro gli scogli della vita reale, allora abbiamo una meta-tragedia).

Nel mio essere quotidiano, pure io ho desideri e pure io, ahimè, vivo in un mondo socialmente organizzato, con le sue regole più o meno esplicite. C’è stata qualche rinuncia per non travolgere le vite altrui, certo, come tutti. Ma va bene così. Se posso, seguo il consiglio di Kafka: «nella lotta tra te e il mondo, schierati dalla parte del mondo».

 

È interessante capire come nasce il suo romanzo, dico la struttura dei capitoli e delle scene, se segue, ad esempio, un metodo lineare oppure lavorando su più scene, più capitoli e poi sistemandoli a mo’ di montaggio cinematografico. Quali sono state le fasi che hanno portato alla stesura finale di Tutto male finché dura?

Negli altri romanzi, ho impiegato molto tempo a sviluppare un’idea di partenza, a farla evolvere fino a che rappresentasse fino in fondo ciò che sentivo di voler dire; poi, in fase di scrittura, ho cercato la lingua che potesse sostenere questa storia, per successive approssimazioni, sottomettendola alle esigenze dell’intreccio.

In questo, invece, sentivo di aver chiaro come volevo scrivere, quale volevo fosse la mia voce. Dopo aver passato in rassegna numerose possibili trame, e aver provato a raccontarle con quella lingua, e aver capito, ogni volta, che il risultato non mi convinceva, ho capovolto l’approccio: mi sono messo a pensare a tavolino quale sarebbe stata la storia perfetta che giustificasse lo stile che avevo scelto per raccontarla. Ho quindi buttato giù una sequenza di eventi particolarmente grotteschi, li ho incastrati tra di loro, creando coincidenze e fraintendimenti come in una commedia dell’Ottocento, e sono partito. In corso d’opera qualcosa è cambiato – inizialmente, ad esempio, il protagonista, che si chiamava Merdaman, aveva un figlio maschio, che poi è diventato una figlia femmina con il quale il terribile personaggio principale condivideva, a insaputa di tutti, il fidanzato, fino ad arrivare alle due figlie femmine della versione finale; la moglie aveva una storia più complicata, fatta di psico-sette, terribili suicidi e Maestri non del tutto trasparenti – ma sempre per far prevalere la necessità di quella lingua su tutto il resto.

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Ci parli un po’ della sua vita quotidiana durante la stesura del suo romanzo: dove scriveva, quando scriveva, cosa faceva tra una pausa dalla scrittura e l’altra?

Ho scritto questo romanzo in quello che continuo a considerare il periodo più duro e più brutto della mia vita. Seguivo un progetto folle tra Roma e Milano, sotto una pressione insostenibile. Dormivo pochissimo. Ero sempre sul punto di scoppiare, di crollare, di non farcela più. Riguardandomi indietro, credo che scrivere questa storia mi abbia aiutato a sopportare quel peso, a guardare altrove.

 

In quali luoghi è nato il suo romanzo?

Nei treni tra Roma, Padova e Milano. Nelle metropolitane. E poi nei ricordi di alcune zone di Milano, dove ho vissuto per cinque anni: la zona dove via Melchiorre Gioia incontra il quartiere Greco, il bar sotto casa dalle parti di Corso Vercelli, un centro commerciale di Melzo che ancora oggi mi capita di sognare quando la sera mangio pesante, i palazzi che vedevo scorrere dalla metro mentre andavo verso Gessate, con la loro assenza di colore, le forme regolari da terza geometri, i panni stesi nei balconcini…

 

Lo ha scritto interamente al pc oppure a mano?

Il pc mi ha liberato dal dramma di una calligrafia terrificante. Non scrivo a mano dalla fine degli anni Novanta. Spero che nessun governo si inventi di tornare alla carta con la scusa di aumentare la felicità.

 

Durante la stesura del romanzo le capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione per il suo romanzo?

Mi capitava di finire in orribili quartieri di Roma, di rimanere imprigionato in riunioni in cui volavano minacce, di ricevere telefonate di due ore in cui dall’altra parte c’era qualcuno che sbraitava. Niente cielo, per i miei libri, niente mare; niente alberi. Solo il marrone dei posti di lavoro, il luccichio giallo dei tabelloni con gli arrivi e le partenze, e la quiete irreale e sospesa dei treni.

 

Fumava o beveva durante la stesura del suo romanzo?

Bere no, non mi è mai capitato, temevo qualche strana reazione con quello che ero costretto a prendere per dormire un po’. Fumare qualche sigaretta sì, pentendomene sempre, e per questo continuando a farlo.

 

Quanto pesava?

Ho iniziato che pesavo poco più di ottanta chili, l’ho finito che mi stavo avvicinando ai novanta. Due anni di poco moto, panini a pranzo, pizze mangiate a mezzanotte. Scrivere ingrassa.

 

Scriveva dopo cena, prima di pranzo, quando?

Sempre e solo tra le 6.32 e le 9.25, e tra le 17.30 e le 20.25, salvo ritardi, piuttosto frequenti, dei treni delle Ferrovie dello Stato.

 

Come potrebbe definire la scrittura di questo romanzo: di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo, della mente?

Di spostamento, sicuramente, e anche un po’ di spazio. Molti corpi, poca mente.


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Per la prima foto, copyright: Chris Benson.

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