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“Il corpo non dimentica” di Violetta Bellocchio: riappropriarsi della memoria con la scrittura

Violetta Bellocchio, Il corpo non dimenticaIl corpo non dimentica, per fortuna. Il corpo assorbe, digerisce, conserva. Rivela con i suoi ritmi ciò che la mente nasconde. In questa sorta di diario pubblico, Violetta Bellocchio rimescola la sua vita e, parlando di sé, costringe il lettore ad affrontare le proprie esperienze non risolte.

Il corpo non dimentica, edito da Mondadori nel marzo di quest'anno,è il racconto di un recupero sia fisico sia mentale; è una riappropriazione della memoria attraverso la scrittura, che per una giornalista professionista dovrebbe essere uno strumento espressivo automatico e, invece, non lo è. Le parole vengono liberate dalla terapia di sostegno psicologico e formalizzate da un contratto editoriale: presupposti che potrebbero insinuare il sospetto di una costruzione ad hoc del libro per soddisfare la morbosità del mercato, ma, al contrario, non c'è malizia.

La perfezione del meccanismo narrativo scaturisce dall'autenticità della materia prima, riversata sulle pagine con mano leggera, senza tralasciare i dettagli della degradazione ma coltivando un certo pudore, preservando un nucleo segreto di identità inespugnabile. Il lettore viene afferrato alle viscere ed esposto più della protagonista alla verità profonda delle proprie dipendenze, non sempre visibili come l'alcolismo. Quante ossessioni ci impediscono di vivere nel presente? Quante volte cerchiamo di realizzare la nostra individualità consegnandoci come prigionieri a supplenti di noi stessi, che ci sembrano più adatti alla sopravvivenza nel mondo?

Violetta Bellocchio ha lasciato per tre anni il comando della sua vita al suo lato oscuro di binge drinker, di “bulimica dell'alcol”; tre anni di blackout in cui le bottiglie scolate hanno sommerso il quotidiano. L'unico tappo per arginare il buco temporale è riannodare un filo di sensazioni, disintossicandosi tramite la scrittura: una lista di parole da sviluppare per libere associazioni, una serie di chiavi per espugnare l'assedio della dipendenza. Ogni ricordo si trasforma in un retino per ripescare le prove di una vita scivolata lontano senza lasciare tracce: se gli anni dell'alcolismo hanno smaterializzato il corpo, privandolo del contatto con la realtà, la voce incarnata nell'inchiostro descrive una Violetta a tutto tondo, non immobilizzata nel fermo immagine della malattia.

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Violetta BellocchioL'autrice dipinge un quadro clinico con pennellate espressionistiche, in cui dominano tre elementi fisici che caratterizzano il recupero di sé: il sangue del ciclo mestruale che rende visibile la pacificazione con il suo essere donna; le linee nere incise sulla pelle che tracciano un percorso; la schiena che catalizza la vulnerabilità e le paure, come se il passato potesse assalirla alle spalle.

Violetta Bellocchio si maschera da pifferaio magico che ci trascina nel suo mondo: si staglia isolata nella solitudine di un monologo che non prevede né personaggi minori né comparse. Anche se la sua liberazione dalla tossicodipendenza diventa una calamita per il dolore altrui, come se potesse riversarsi in una pozza comune e stemperare la sua carica di veleno, Il corpo non dimentica non ha alcuna valenza collettiva. Pur non essendo neutro nel messaggio contro qualsiasi abuso di sostanze tossiche e pur seminando giudizi netti sull'inadeguatezza delle strutture mediche e sociali che dovrebbero curare o perlomeno alleviare il disagio, questo libro non propone terapie miracolose e l'autrice non assume un ruolo da guru. Il dolore non può essere né delegato né trovare giustificazione nelle altre persone: per esempio, Violetta fotografa la sua famiglia alla ricerca di una tara genetica, ma, con piglio ironico, si rassegna a non aver ereditato particolari stravaganze. Il suo malessere e il suo vivere in disaccordo con il mondo esterno sono una questione da risolvere nella propria intimità.

Per tale motivo Il corpo non dimentica è un diario, nato per riaccostare le facce di una persona che non è riuscita a guardarsi allo specchio per anni perché non accettava il riflesso della propria immagine. L'alcol era un mezzo per controllare una personalità complicata, un rifugio per alimentare la scintilla profonda di un'identità: in questo libro è stato sostituito dalla scrittura, che pesa come una maledizione per inquietudine e intensità. Alla scossa emotiva della consapevolezza che ogni “parola del giorno” può essere riempita dalle suggestioni del lettore, da suoi incubi ricorrenti e paralizzanti, si aggiunge il turbamento intellettuale, perché scrivere è la dose quotidiana che altera la coscienza ordinaria.

Questa rivelazione si anima, però, di una carica positiva grazie al talento letterario di Violetta Bellocchio: condividere la propria storia è un dono che fa prima di tutto a sé stessa, per far uscire i fantasmi che la abitano dentro, e si espande in un progetto, una rivista online di nonfiction personale che la rende speciale per il mondo, non più “di troppo” ma necessaria. Le parole di Violetta illuminano unaverità terribile e rassicurante allo stesso tempo: l'essenza di una persona può ritirarsi in un angolo, sopraffatta dall'inspiegabile, ma la sua innata resistenza è la forza primaria per riemergere dall'oscurità che rischia di catturare ciascuno di noi ogni giorno. Il corpo non dimentica: la sua memoria, per quanto straziante, è l'arma dei sopravvissuti.

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