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Il coraggio di riprendere in mano la propria vita. La storia di Francesco Grandis

Il coraggio di riprendere in mano la propria vita. La storia di Francesco GrandisLa storia di Francesco Grandis è prima di tutto l’avventura di un uomo coraggioso che ha saputo prendere in mano la propria vita e costruirsi un percorso di rinascita.

Aveva trentun anni, un lavoro stabile e una vita all’apparenza appagante e appagata, tutto quello che chiunque oggi può desiderare. Ma a Grandis non bastava perché niente di ciò che lo circondava gli sembrava davvero suo. Allora la decisione: abbandonare il lavoro di tutti i giorni e scegliere una vita avventurosa lungo i confini del mondo e lontano da quell’ordinarietà che sembrava soffocarlo.

E così Francesco si mette in viaggio, dal Sudamerica a Budapest, dall’India alla Scandinavia, sono davvero molte le esperienze con cui si trova a fare i conti e che sembrano portare una linfa nuova nella sua esistenza aiutandolo a mettersi in gioco.

 

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Da qui, da queste nuove realtà, sono nati Wandering Wil, un blog di enorme successo, e Sulla strada giusta, autopubblicato prima su Amazon con enorme successo e da pochissimi giorni edito da Rizzoli, il libro in cui racconta la sua decisione di riprendere il controllo su di sé e la sua vita e di come ci sia riuscito.

Qui di seguito, su gentile concessione dell’editore, proponiamo in anteprima un capitolo di Sulla strada giusta.

 

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Procurarsi una crisi

 

La mia speranza di far carriera nell’azienda subì un duro colpo quando venne assunto un altro dipendente. Mi ero aspettato un brufoloso neolaureato che avrei in parte gestito e istruito. Il mio scudiero, in pratica. Era invece un signore dotato di un ottimo curriculum decennale, che mi superò in responsabilità e in trattamento economico.

La cosa non mi piacque molto. Al momento dell’assunzione mi era stato prospettato un certo tipo di crescita professionale: Paolo mi aveva promesso un graduale aumento delle responsabilità, grazie al quale avrei iniziato a partecipare alle fasi di progetto, e con il tempo mi sarebbe stata assegnata la gestione di qualche dipendente più giovane. Invece continuavo a rimanere in trincea, da solo, e le uniche riunioni a cui mi era concesso partecipare erano quelle attorno alla tavola da pranzo.

Iniziai a sondare con delicatezza il terreno, ma Paolo trovava sempre un modo per rimandare la discussione a data da destinarsi. Sono sicuro che la sua mente fosse invasa da tutta una serie di problemi più importanti, però io cominciavo a sentirmi sempre più oppresso.

 

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La mia ultima trasferta fu in Svizzera. L’ambiente di lavoro, per una volta, non era così desolante, anzi piuttosto pulito e confortevole. I clienti erano molto gentili e, da bravi svizzeri, furono i primi ad assicurarsi che io avessi un tavolo decente e una sedia comoda. Ricordando i posti in cui avevo lavorato con il computer appoggiato su un bancale e il culo su un secchio di vernice capovolto, ne fui quasi commosso.

L’unico difetto della zona era quello di trovarsi vicino a un lago turistico, la cui spiaggia era affollata di bionde ragazze in bikini a cui non avevo nemmeno il tempo di avvicinarmi. Guardavo quelle persone stese al sole, che giocavano a palla, nuotavano o facevano windsurf, e le invidiavo.

Le invidiavo da morire.

La cosa che mi fece impazzire quella volta fu l’idiozia del progetto. La macchina del nostro cliente era stata progettata ancora più in fretta e male di quella tedesca. A causa di questo si erano creati tutta una serie di problemi e ritardi che erano ricaduti, come sempre, sull’ultimo anello della catena: i programmatori del robot, cioè noi.

Per ovviare alla pessima progettazione, fui costretto a passare lì settimane per ripetere sempre le stesse operazioni per cui non serviva un briciolo di cervello, solo infinita pazienza. La mia stava terminando.

Il coraggio di riprendere in mano la propria vita. La storia di Francesco Grandis

Già da qualche mese, con sempre maggiore insistenza, avevo iniziato a chiedere a Paolo di partecipare alle riunioni. Non pretendevo di intervenire, ma se avessi potuto esserci anche solo come osservatore silenzioso, avrei potuto imparare come si stabiliscono le specifiche di un progetto. In fondo la mia competenza e la mia autonomia erano aumentate molto negli ultimi tempi. Se fossi stato spostato appena più in alto nella catena decisionale, avrei potuto aiutare a prevenire errori così grossolani come quello svizzero. Errori che avrei dovuto comunque correggere io, ma non quando era ormai troppo tardi. Non partecipai mai, e un giorno cadde la fatidica goccia che fece traboccare il vaso.

Ci fu una megariunione: i clienti svizzeri iniziavano a innervosirsi per i continui ritardi. Era necessario trovare una soluzione per uscire dall’impasse. A mia insaputa, ai piani alti si incontrarono clienti, capi, progettisti, installatori, segretari, fornitori. Tutti erano stati invitati a dire la propria. Solo un ebete era rimasto fuori, a servirsi della sua laurea e dei suoi anni di esperienza per fare il lavoro che un qualsiasi altro operaio avrebbe potuto fare dopo mezz’ora di corso: io. La stessa persona che nei due mesi precedenti aveva evidenziato i problemi progettuali. Buona parte del materiale di discussione della riunione era stato fornito da me! Quando lo scoprii, non la presi per niente bene.

 

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Iniziai a pensare sempre più spesso alle dimissioni da quel lavoro che così tanto mi toglieva e così poco mi restituiva. Mi sembrava di essere sempre più spesso un criceto che correva sulla sua piccola ruota ma non andava mai da nessuna parte. Eppure non riuscivo a decidermi. L’idea di mollare un lavoro sicuro come quello mi faceva paura. Cosa avrei fatto dopo? Come mi sarei mantenuto? Avrei trovato un altro lavoro, migliore? Sapevo cosa lasciavo ma non sapevo a cosa andavo incontro.

A trattenermi c’era anche la segreta speranza che qualcosa in futuro potesse cambiare. Se avessi avuto pazienza, forse le cose sarebbero migliorate. Bastava stringere un po’ i denti e avrei fatto una brillante carriera. Sarei diventato un esperto di robotica industriale, ben pagato, trattato come un professionista e non come un ragazzino. Avrei volato in prima classe, non in furgone.

Quanto di questo mio sogno però corrispondeva alla realtà? Attorno a me vedevo solo persone che erano state rese dal lavoro l’opposto di ciò che aspiravo a essere.

Un signore, proprietario di una multinazionale nel campo della stamperia di metallo, era così ricco da aver comprato due colline con tanto di vigneti il giorno che “gli era venuta voglia di fare un po’ di vino”. A settant’anni però si aggirava ancora per la fabbrica a controllare che tutto funzionasse, invece di passare serenamente gli ultimi anni della sua vita e provare a godersi le ricchezze per cui aveva lavorato così tanto.

Un altro ricco signore, anche lui proprietario di fabbrica a sessant’anni mal portati, obeso, con un pessimo carattere e con vari problemi respiratori ma incapace di smettere di fumare, passava le sue giornate davanti al PC a fare male quello che sapeva fare bene in gioventù, per poi litigare con i trasfertisti. Maniaco del controllo, si vociferava che avesse l’abitudine di istruire gli elettricisti su come spellare e attaccare i fili elettrici.

Il mio stesso capo, mio coetaneo, era un discepolo del credo: “Se vuoi che una cosa sia fatta bene, devi fartela da solo”. Ogni giorno andava di corsa da una trasferta all’altra, da un cliente all’altro, incapace di delegare nulla se non le briciole, con il cellulare acceso a qualsiasi ora del giorno e della notte. Dopo anni di questa vita, la sua naturale infallibilità stava perdendo colpi. Il suo motto era, e credo lo sia ancora: “Se hai tutto sotto controllo, non stai andando abbastanza veloce”.

Guardavo queste persone e molte altre che popolavano le mie giornate, osservavo i loro valori e le loro vite, e mi chiedevo: “È questo il futuro che mi aspetta? Anni di lavoro, per poi… lavorare ancora? Incapace di smettere, di delegare, di mollare la presa, ormai drogato e assuefatto”.

Io non volevo sposare il mio lavoro. Avevo tante altre passioni a cui avrei voluto dedicarmi: il sassofono, la recitazione, la pittura. Mi sarebbe piaciuto imparare altre lingue e viaggiare molto, ma con la vita che mi si prospettava, ne avrei mai avuto il tempo?

Sapevo che la cosa più giusta sarebbe stata mollare tutto e fare altro, ma non ero in grado di superare il muro delle mie paure. Nonostante le remore, ero ancora incatenato all’idea che qualcosa sarebbe potuta cambiare in meglio. Non ci speravo, nemmeno ci volevo sperare, ma non riuscivo a slegarmi da questa prospettiva.

 

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Restare in equilibrio su questa lama sottile non era più tollerabile per me. Avevo paura di andare e paura di rimanere. Aspettavo succedesse qualcosa che mi aiutasse a capire da che parte stare, qualcosa che decidesse al posto mio, ma non succedeva niente. Certi giorni sperai addirittura che mi venisse qualche male grave, così da essere costretto a decidere per forza. Era un pensiero di un’idiozia colossale, ma questa era la mia incapacità di agire, paralizzato dal terrore. Dovrei ringraziare il cielo tutti i giorni di non avermi dato ascolto e di essermela cavata solo con una gastrite.

Le settimane passavano e io stavo sempre peggio. Un giorno decisi: se la soluzione al mio dubbio non arrivava, dovevo andare a procurarmela io stesso. Non sapevo cosa ne sarebbe stato di me se avessi lasciato il lavoro, ma potevo sapere cosa ne sarebbe stato di me se fossi rimasto. Armato del coraggio di uno studente impreparato all’esame, presi il mio capo in disparte e gli rivolsi la domanda che mi stava arrovellando il cervello da settimane.

«Che prospettive mi offri in termini di crescita professionale ed economica nel futuro prossimo?»

In altre parole: o mi dai più responsabilità o più soldi, o me ne vado. Ma volevo davvero più responsabilità? Volevo davvero più soldi? Sembravo persino disposto a rinunciare a una delle due, pur desiderandole entrambe. Avevo bisogno di vedere un cambiamento in qualsiasi direzione. Ma sarebbe stato davvero un cambiamento in meglio?

Paolo avrebbe potuto offrirmi una maggiore partecipazione alle fasi di progetto e magari investirmi di una responsabilità più grande. Avrebbe potuto garantirmi l’assunzione di un giovane laureato di cui mi avrebbe affidato la formazione, oppure assegnarmi la gestione di un progetto o il controllo di un team di sviluppo. O il governo del mondo. Avrebbe anche potuto darmi qualche centinaio di euro in più al mese, e forse mi sarebbe bastato. Forse sarei rimasto.

Invece mi disse questo, più o meno.

Il coraggio di riprendere in mano la propria vita. La storia di Francesco Grandis

«Francesco, il mondo è appena entrato in una crisi economica, se non te ne sei accorto. I clienti sono pochi e non possiamo rischiare su nuovi prototipi. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo vendere copie dei progetti vecchi, tante copie. Non abbiamo personale per fare tutto: alle riunioni devo andarci io, alle installazioni devi andarci tu, anche se sono noiose. Per quanto riguarda le responsabilità, ho paura che ti toccherà fare le stesse cose per i prossimi due o tre anni. Per quanto riguarda lo stipendio, soldi per un aumento non ne abbiamo.»

In altre parole: non cambierà una virgola per tutta la prossima era geologica. Fu una porta sbattuta in faccia alle mie speranze di gloria.

Mi son chiesto molte volte perché Paolo non mi avesse promesso anche solo un piccolo cambiamento, non era nemmeno costretto a mantenere la parola e io sarei rimasto. Ma era pur sempre lo stesso capo che anni prima mi aveva detto che gli pneumatici bucati non si riparano urlandoci dentro. Credo che avesse solo capito prima di me che fosse meglio lasciarmi andare. Con la sua risposta mi chiuse tutte le porte, tranne quella che mi avrebbe condannato senza appello alla noia eterna, all’inutilità del tempo che scorre senza lasciare traccia. Forse con gli anni ci avrei fatto l’abitudine, avrei imparato a non soffrire più.

Mi sarei addormentato in una vita di cauta sopportazione. Mi sarei semplicemente spento.

Era la crisi di cui avevo bisogno: dovevo toccare il fondo per poi trovare la forza di risalire. Mi mancava solo una piccola spinta verso il basso, e me l’ero cercata con quella domanda. E Paolo mi aveva dato la migliore delle risposte possibili.

Non l’ho mai ringraziato per questo. Lo faccio qui.

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