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"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo Dostoevskij

"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo DostoevskijIl coraggio di essere idiota (Mondadori, 2017) è l'ultimo saggio di Igor Sibaldi, uno scrittore decisamente eclettico: filosofo, teologo, traduttore di testi antichi dal greco e dall'ebraico e di molti classici russi dell'Ottocento, di cui ha curato le più recenti edizioni pubblicate da Mondadori, scrivendone anche i saggi introduttivi. Grande divulgatore, affianca alla scrittura un'intensa attività di conferenziere.

Pur trattando sempre temi piuttosto "alti", i libri di Sibaldi sono scritti in uno stile scorrevole, che non intimidisce il lettore ma è anzi in grado di coinvolgerlo immediatamente, magari rivolgendosi a lui fin dall'esordio, usando un tono confidenziale per avvicinarlo a un argomento che potrebbe apparire riservato a specialisti e invogliandolo così a seguire un percorso affascinante sino all'ultima pagina.

Ne abbiamo parlato con l'autore nel corso di una chiacchierata molto informale che si è svolta nella libreria Mondadori di via San Pietro all'Orto a Milano, durante la quale Sibaldi, grande affabulatore, ha illustrato il senso del suo libro, in un continuo gioco di rimandi, citazioni e divagazioni che sarebbe impossibile ricostruire sulla pagina scritta.

 

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"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo Dostoevskij

Perché Il coraggio di essere idiota? Il titolo si riferisce a L'idiota, una delle opere più celebri di Dostoevskij, forse la più significativa per comprendere quale sia il concetto di felicità, e della ricerca di essa, che corre attraverso tutta l'opera del grande scrittore russo, e che tocca il suo culmine proprio con il protagonista di questo romanzo, un principe che stupisce per il suo modo di comportarsi del tutto fuori degli schemi, tanto che la sua ingenuità viene scambiata appunto per idiozia.

 

Secondo Sibaldi, la filosofia occidentale ha smesso di occuparsi di felicità attorno al 1790: fino a quel momento, a partire dalla Bibbia, il mondo si basava sulla ricerca, da parte dell'uomo, di condizioni di vita migliori, cominciando dagli Ebrei in marcia per raggiungere la loro terra promessa. Gesù, San Francesco, ma anche Voltaire e Rousseau, indicano tutti all'uomo una possibile via per ottenere la felicità.

Ma ecco che, avverte Sibaldi,

«da Kant in avanti cambia tutto: Kant dice quella cosa terribile, che non bisogna essere felici ma essere contenti, cioè trattenuti, contenuti, soddisfatti di quello che si è. La maggior parte delle persone adesso la pensa addirittura come Hegel: non importa la felicità ma il dovere, il che è ancora peggio».

 

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"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo Dostoevskij

In definitiva, ad aver mantenuto la vecchia idea sull'essere felici sono gli scrittori, per i quali è tassativo cercare di rispondere, nelle loro opere, alle domande più urgenti che si pongono gli uomini, per ottenere l'interesse dei lettori. E siccome interessa a tutti, «se non c'è ricerca della felicità non c'è storia, non c'è narrazione».

Se ci pensiamo bene, tutti i romanzi descrivono una ricerca della felicità, perché le persone felici non hanno bisogno di fare nulla, se non godersi la loro felicità, mentre ogni romanzo memorabile ci racconta la storia di un personaggio che parte alla ricerca di qualcosa, grazie a cui avrà la possibilità di diventare felice: un amore, una nuova patria, un oggetto speciale da cercare, un nemico da sconfiggere... non importa cosa sia, ma quando l'avrà trovata, il protagonista potrà dirsi felice.

 

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All'interno della grande letteratura russa dell'Ottocento, i più accaniti in questa ricerca della felicità sono Tolstoj e Dostoevskij.

Sono molto diversi, come sottolinea Sibaldi:

«Tolstoj è ricco, sanissimo, molto bello ma senza denti a trent'anni, senza scadenze, fortunato, mentre Dostoevskij appare angosciato, con le scadenze editoriali da rispettare, poco fortunato, motivato dalla fretta di concludere, però avevano entrambi la stessa idea: che la felicità si può raggiungere se crolla il mondo».

 

Guerra e pace si rivela così il libro più ottimista di Tolstoj, perché alla fine, dopo duemila pagine, il protagonista è felice, anche se nel frattempo è crollato tutto: ci sono state la guerra, molti sconvolgimenti e catastrofi, ma il singolo è felice. In tutti gli altri romanzi, a partire da Anna Karenina, vince il mondo, perciò il protagonista non può essere felice.

 

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"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo Dostoevskij

A differenza di Tolstoj, però, Dostoevskij è francamente arrabbiato col mondo, che considera sbagliato, non politicamente ma proprio in modo sistematico. Anche se ha fatto cose "di sinistra", appartiene alla destra estrema perché è un nazionalista, guerrafondaio e terribilmente antisemita, eppure nei suoi libri è presente una vena di anarchia.

Secondo Sibaldi, il rapporto tra Tolstoj e Dostoevskij è stato molto interessante, anche se i due non si sono nemmeno mai parlati: il loro unico possibile incontro, quando si sono ritrovati vicini a un concerto, non si è verificato perché, quando Dostoevskij si è avvicinato al collega per presentarsi e salutarlo, Tolstoj si è girato da un'altra parte per ignorarlo, atto per cui l'altro ha sofferto moltissimo.

Le loro esistenze si sono svolte in parallelo, tuttavia Tolstoj, più giovane di qualche anno, più ricco e più fortunato, è un buono che parla dei lati belli dei suoi personaggi, mentre Dostoevskij è sempre inquieto e ci parla di mostri morali, di personaggi "brutti".

 

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C'è però un particolare molto curioso, e anche un po' inquietante, che Sibaldi riferisce nel suo libro. Nei Demoni, scritto da Dostoevskij nel 1873, compare il personaggio di uno scrittore che un giorno, già settantenne, scappa di casa per mettersi a vagabondare per la campagna, entrando in contatto per la prima volta in vita sua con i contadini. Durante questo vagabondaggio però si ammala e viene ospitato nella casa di un traghettatore, dove la moglie riesce a ritrovarlo poco prima che lui muoia.

Tolstoj non parla mai dei libri di Dostoevskij, eppure ventisette anni dopo, nel 1910, un giorno scappa di casa, ormai ottantenne, e dopo qualche giorno di vagabondaggio finisce nella casa di un ferroviere, dove viene raggiunto dalla moglie, ma muore di polmonite.

Non ci sono prove che Tolstoj volesse seguire la strada tracciata dal personaggio del collega, ma un legittimo sospetto rimane.

"Il coraggio di essere idiota", Igor Sibaldi e la felicità secondo Dostoevskij

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La ricerca della felicità è presente anche nella letteratura contemporanea? Per Sibaldi no, perchè questo compito è passato a tutta quella manualistica, d'impostazione in prevalenza anglosassone, che propone al lettore una ricerca della felicità basata sul self-help e sul pensiero positivo, a colmare un bisogno che è ormai ignorato sia dalla filosofia, sia dalla letteratura.

Oggi non solo facciamo sempre più fatica a guardarci dentro, ma sembriamo avere in qualche modo paura della felicità, e questo perché per essere felici occorre avere coraggio: il coraggio di ammettere che chi si lamenta, chi non è soddisfatto di quello che è e che ha, possiede molta più energia di chi pensa positivo ma in questo modo si accontenta del suo statu quo.

«La felicità ci costringe a cambiare, a rompere i ponti con il passato. Una persona è davvero cambiata quando non riesce più a spiegare perché prima si è comportata in un certo modo. Una persona ha veramente smesso di fumare, per esempio, quando non si ricorda più perché fumava. D’altra parte, è un passaggio che fa paura perché se rompi col passato non torni più indietro. E se abbiamo paura della felicità è proprio perché abbiamo paura di rompere i ponti col passato».

 

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Conclude Sibaldi: «una delle chiavi che i grandi scrittori, Dostoevskij compreso, hanno usato per attrarre i lettori è sempre stata la comicità: se si riesce a far ridere le persone le si coinvolge, perché la risata crea un attimo di caos mentale, di sorpresa. E a forza di sorprese si cresce».

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