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“Il comandante di Auschwitz” di Thomas Harding

Thomas Harding, Il comandante di AuschwitzIl comandante di Auschwitz di Thomas Harding, recentemente pubblicato in Italia da Newton Compton Editori con la traduzione di Lucio Carbonelli, è un romanzo che merita di essere segnalato nel vasto panorama della letteratura sull’Olocausto, uno dei temi maggiormente raccontati nella storia della letteratura mondiale da una lunga serie di capolavori che hanno descritto in maniera mirabile il terribile universo dei campi di sterminio. Titoli come Se questo è un uomo e La tregua di Primo Levi, La banalità del male di Hannah Arendt, Tutti i fiumi vanno al mare di Elie Wiesel e Il Diario di Anna Frank costituiscono solo una piccola parte di quanto prodotto da reduci dei campi o da personalità che hanno cercato di spiegare sin dove possibile un evento che ancora oggi, a distanza di decenni, sembra difficilmente comprensibile.

L’autore del romanzo in questione è uno scrittore e giornalista che può vantare nel suo curriculum proficue collaborazioni con testate prestigiose come «The Financial Times», «The Indipendent», «The Sunday Times» e «The Guardian», oltre ad essere stato premiato nel 2010 come giornalista dell’anno dalla West Virginia Association for Justice. Thomas Harding è anche il pronipote di Alexander Hanns, celebre per essere stato tra coloro che riuscirono ad assicurare alla giustizia Rudolf Höss, militare tedesco e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Hanns era un ebreo tedesco, naturalizzato cittadino inglese, che si rifugiò in Gran Bretagna per sfuggire alla furia omicida delle SS durante la seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto, tuttavia, decise di non dimenticare quanto in molti cercavano di occultare  e si occupò della ricerca dei responsabili in veste di ufficiale nella squadra che era stata organizzata al fine di assicurare ai rigori della legge i criminali di guerra nazisti.

Harding venne a sapere di questo particolare straordinario della vita del prozio solo nel 2006, nel corso dell'elogio funebre che ne accompagnò le esequie. Lo scrittore decise, quindi, di trarre da questa storia un'opera in grado di raccontare non solo la vita di Alexander Hanns, ma anche quella dell'uomo che fu per lui una vera ossessione per molto tempo. Il risultato è stato appunto Hanns and Rudolf: The German Jew and the Hunt for the Kommandant of Auschwitz (questo è il titolo originale dell'opera), testo edito nel 2013 che è stato scelto come libro dell'anno dalle più autorevoli testate giornalistiche d’oltreoceano. Agli ottimi giudizi di critica riportati negli Stati Uniti, il libro ha peraltro affiancato i grandi successi in termini di vendite che ha riscosso soprattutto in Italia, Israele e Gran Bretagna, oltre a molti altri Paesi in ogni parte del mondo dove il racconto di Harding ha sollevato una grande commozione.

Il punto di maggiore forza del romanzo consiste nella scelta di raccontare in parallelo la storia di Alexander Hanns e di Rudolf Höss. Il secondo è ormai tristemente noto come il comandante nazista che non solo fu a capo del famigerato campo di concentramento di Auschwitz, ma anche come colui che contribuì a portarlo a regime, velocizzando al massimo la sua edificazione e adottando lo Zyklon B, la soluzione a base di acido cianidrico utilizzata nelle camere a gas per semplificare e ottimizzare le uccisioni. Entrato nelle SS su impulso di Heinrich Himmler, tra il 1934 e il 1936 Höss cominciò a muoversi nel meccanismo concentrazionario che il nazismo stava già congegnando per tutti coloro che erano visti con fastidio dal regime. Interessante considerare come Höss ragionasse in termini di eliminazione dei nemici dello Stato, un atteggiamento che non prevedeva l'odio viscerale nei confronti dei reclusi, bensì la totale indifferenza sulla loro sorte: le sue doti organizzative e la sua assoluta assenza di scrupoli furono tali da farne il più efficiente e spietato esecutore possibile.

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Thomas HardingPer comprendere la figura del criminale nazista basta leggere le sue dichiarazioni, specchio fedele delle motivazioni che furono alla base della sua brutale condotta. Nelle sue memorie il comandante di Auschwitz parla spesso delle difficoltà incontrate nella costruzione del campo che sarebbe poi diventato il simbolo stesso dell'Olocausto, come se volesse essere ricordato non in qualità di volgare assassino di massa, bensì come un soldato ligio al dovere, pronto a fare quello che gli chiedevano i superiori senza porsi alcun interrogativo di natura etica o morale. Höss ha sempre dimostrato una totale indifferenza verso la giustezza o meno delle sue scelte, un atteggiamento che contrasta clamorosamente con quello dell’altro protagonista della narrazione, Alexander Hanns, che invece non volle mai cedere all'indifferenza generale, preferendo piuttosto consacrare la sua vita alla ricerca di chiunque avesse avuto un ruolo di primo piano in quel genocidio. Dopo averlo inseguito per tutta l’Europa, Hanns riuscirà a condurre Höss davanti alla corte di Norimberga, processo in occasione del quale i responsabili dello sterminio caduti nelle mani degli Alleati poterono finalmente essere portati alla sbarra per rispondere dei loro atti. Proprio la testimonianza di Höss può essere considerata uno dei momenti chiave di quel processo, soprattutto per la freddezza con cui il comandante di Auschwitz diede il quadro di quanto era riuscito a realizzare prima del suo smantellamento: fino al primo giorno del mese di dicembre del 1943 furono sterminate almeno due milioni e mezzo di persone, prima gasate e poi bruciate, oltre a mezzo milione di altri reclusi morti di stenti e a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie. Si tratta di dati terrificanti, cui peraltro va aggiunto quello dei 400mila ebrei ungheresi sterminati nell'ultimo periodo del conflitto con il consenso del governo nazionale e il numero di tutti coloro che perirono nel corso delle cosiddette “marce della morte”, durante il trasferimento a tappe forzate di decine di migliaia di prigionieri dai campi di concentramento situati nell’odierna Polonia verso altri lager all’interno della Germania.

Il romanzo di Harding serve ancora una volta a ricordare come l'Olocausto sia oggi negato da storici o sedicenti tali che cercano di confutare le cifre ufficiali, dimenticando (o fingendo) che proprio le testimonianze dei criminali nazisti hanno fissato con nettezza i contorni della tragedia avvenuta all'interno dei campi di concentramento, dichiarando inoltre che sarebbe stato difficile per coloro che sarebbero venuti dopo credere a numeri di una tale portata. A confermare la loro profezia è stata del resto la stessa figlia di Höss, Brigitte, la quale non contestò l'Olocausto ma le sue dimensioni, arrivando ad affermare che se c'erano stati così tanti morti, non potevano esserci allo stesso tempo così tanti sopravvissuti.

Primo Levi, ne La tregua, ricorda come la paura, che era la condizione psicologica dei campi di concentramento, non potrà mai essere dimenticata da chi l'ha provata, neanche al caldo della propria abitazione, tra i propri affetti. Tutti coloro che hanno vissuto questa condizione sanno benissimo che l'unico modo per avere una tregua è raccontare, continuare a ricordare l'orrore della detenzione, perché non appena cessa la narrazione ritorna la guerra. La memoria, nulla conta più della memoria. Il comandante di Auschwitz di Thomas Harding diventa dunque necessario per impedire che riecheggi ancora il grido nemico e dare voce a chi, invece, da quel lager non è più tornato.

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